|
|
| |
|
RECENSIONI LIBRARIE |
| |
|
|
Un avvincente
romanzo futurista di Filippo Tommaso Marinetti
Una nuova
edizione pubblicata da Vallecchi Editore
La
produzione letteraria di Filippo Tommaso Marinetti
(1876-1944), Padre del Futurismo, è
sterminata: scrisse liriche, poemi, racconti, romanzi, testi
teatrali, manifesti estetici, novelle, saggi, in preda ad un
furore creativo che non conobbe limiti e che durò sino al
giorno della sua morte (poche ore prima del decesso scrisse
una poesia dedicata alla X Mas). Ora, per i tipi
di Vallecchi Editore, è stata pubblicata una nuova edizione
del suo celebre romanzo intitolato:
“L’alcòva
d’acciaio”
(pagine 344, Euro 19,00), uno tra i testi più interessanti
del Padre dle Futurismo. Si tratta di un romanzo
autobiografico, ma anche bellico-avventuroso, profondamente
venato di sensualità e di erotismo eroico, secondo il più
collaudato stile marinettiano. In questo libro,
Marinetti racconta la sua partecipazione alle operazioni
belliche della Prima Guerra Mondiale, in qualità di militare
(ebbe il grado di tenente) del regio esercito italiano,
operante sul fronte del Piave. Con la solita padronanza di
linguaggio, con la solita verve affabulatoria, con grande
estro e profonda inventiva, Marinetti riesce a darci un
grande ritratto della guerra di trincea, della prima guerra
moderna della storia dell’umanità. E si tratta di un
libro tutto italiano, dove il fronte rappresenta anche un
luogo di unione patriottica, di cementificazione del senso
di unità nazionale e di orgoglio italiano da parte di
soldati provenienti da tutte le regioni della penisola.
L’impianto del romanzo è diaristico (Marinetti, durante gli
anni di guerra, riempì di appunti e annotazioni i suoi
taccuini, che poi, negli anni successivi al conflitto, si
trasformarono in poemi, novelle, romanzi), la scrittura ha
un taglio decisamente autobiografico, ma l’inventiva e
l’estro non sono affatto esclusi da questo originale testo
tutto fremente di azioni belliche, imprese erotiche e
aspirazioni al sublime. La guerra stessa è esaltata e
sublimata da Marinetti, in quanto, come ebbe a scrivere nel
celebre “Manifesto del Futurismo”, la guerra è
“igiene del mondo”, ma nella sua opera letteraria anche
la guerra si “umanizza”, in senso antropologico, in quanto
diventa occasione per fare esprimere ad ogni singolo uomo la
sua vera natura, rivelandogli impietosamente la sua forza o
la sua debolezza. Grande protagonista di questo bel romanzo
è l’autoblindo “74”, l’alcòva d’acciaio del titolo, dove il
guerriero Marinetti combatte e riposa, rivela la sua audacia
eroica ma fa anche sogni erotici che costituiscono l’altra
faccia del suo superomismo futurista. Ci troviamo di
fronte, in sostanza, ad una sorta di guerra-spettacolo, di
evento bellico che è anche una sorta di show
ultrapatriottico, dove si combatte e si ama, si vive e si
muore, all’interno di una cornice che favorisce l’emergere
dell’anima eroica del Futurista, dell’Ardito, del
Combattente per la Patria che sa trarre esperienze positive
anche da un evento sanguinoso e devastante come la guerra.
Un “classico del Novecento” che si
legge d’un fiato, che avvince e che conquista il lettore,
soprattutto se si impara a “leggere tra le righe” e a
comprendere le infinite sfaccettature del multiforme animo
marinettiano. Il volume è pubblicato nella collana
“Caratteri del ‘900” e può essere richiesto nelle
migliori librerie. Visitabile anche il sito internet
dell’editore all’indirizzo web:
www.vallecchi.it
Fabrizio
Legger |
|
 |
|
Un avvincente
saggio sulle passioni esoteriche del Vate pescarese
D’Annunzio e il fascino
arcano per l’Occulto
Il “mistero”
nella vita e negli scritti del nostro grande poeta
“D’Annunzio
e l’Occulto”
è il titolo di un avvincente volume di A. Mazza (pagine 128,
Euro 12,91), pubblicato dalle romane Edizioni
Mediterranee. A prima vista potrebbe sembrare il titolo
di un libro un po’ strano, ma non lo è, soprattutto per chi
conosce bene l’Opera letteraria del grande scrittore
pescarese.
Infatti, da buon
scrittore vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento,
D’Annunzio si interessò molto di esoterismo, spiritismo,
magia e astrologia, tanto che molti suoi testi in verso e in
prosa contengono continui richiami in direzione di queste
tematiche. Basti pensare a certe poesie di raccolti di versi
come “La Chimera” o “Intermezzo di Rime”,
dedicate alle fate oppure a personaggi magici del mondo
mitologico.
Ma anche in
certe opere teatrali emergono figure collegate al mondo
della magia e della sapienza esoterica, come la maga Pantea
nell’atto unico “Sogno di un tramonto di Autunno”
o la stessa Mila di Codro, sorta di procace fattucchiera
campestre, protagonista de “La
Figlia di Iorio”.
Lungo tutta
l’opera letteraria di D’Annunzio è possibile, dunque,
riscontrare elementi di magia, astrologia ed esoterismo, ma
è soprattutto nell’ultima parte della sua vita, dal 1921 al
1938, e negli scritti di questi anni, che, D’Annunzio mostra
uno spiccato interesse per le dottrine della metempsicosi,
per i medium, i contatti con l’Aldilà, la teosofia e
l’occultismo. Tutti questi interessi traspaiono sia nelle
prose che nei versi, non disdegnando neppure certi
riferimenti alla magia del mondo rurale e alle superstizioni
dei contadini d’Abruzzo, come avviene in taluni racconti
delle Novelle della Pescara.
Con
l’avvicinarsi della vecchiaia e della morte, ma anche in
seguito alla sconvolgente esperienza della Prima Guerra
Mondiale, il Vate di Pescara aumenta il suo interesse per
l’occulto. Al Vittoriale, negli ultimi anni della sua vita,
il Poeta invitò più volte medium e astrologi, per discutere
con essi di argomenti legati allo spiritismo, ai poteri
medianici e agli influssi che astri e pianeti esercitano
sugli esseri umani.
Molte donne che
D’Annunzio amò e frequentò, a partire da Eleonora Duse sino
a Luisa Bàccara, si interessavano di essoterismo e
occultismo, e ciò non fece altro che suscitare nel Poeta un
interesse sempre maggiore per questi aspetti arcani dello
scibile umano, tanto che, in molte pagine di opere come
“Notturno”, “Le cento e cento e cento e cento pagine
del Libro Segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di
morire”, oppure de “Le faville del maglio”,
si nota chiaramente questo influsso esoterico nell’arte
dannunziana.
In questo
saggio, non particolarmente corposo ma molto suggestivo ed
esauriente, Mazza delinea un ottimo ritratto del Vate
assetato di conoscenze esoteriche, sedotto dall’occultismo e
decisamente interessato allo spiritismo e all’astrologia, ma
anche reso irrequieto dal timore della morte imminente e
angosciato dall’inarrestabile avanzare della vecchiaia.
Un libro
di sicuro interesse, non soltanto per tutti gli ammiratori
di Gabriele D’Annunzio, ma anche per tutti coloro che si
interessano di essoterismo e dei rapporti degli scrittori
con il mondo dell’occulto e della magia. Il libro è
reperibile nelle migliori librerie, oppure richiedibile
direttamente alle Edizioni Mediterranee, tel. 06 –
3235433, sito internet:
www.ediz-mediterranee.com
Fabrizio
Legger |
|
 |
Un’opera del
grande scrittore africano sui nemici della Chiesa
Le bizzarre
dottrine dei fantasiosi epigoni degli Apostoli
La
casa editrice milanese Mimesis pubblica nelle sue
collane interessanti opere di astrologia, essoterismo,
scienze occulte, religioni orientali, particolarmente
interessanti per un pubblico di lettori colti e curiosi. A
tal proposito vi voglio segnalare una “chicca” di libro
davvero affascinante: si tratta del breve trattato di Sant’Agostino
intitolato
“Le Eresie.
Catalogo e confutazione delle eresie del mondo
antico”
(pagine 127, Euro 7,23), pubblicato nella collana “I cabiri”,
curato da Stefano Fumagalli. Si tratta di un breve
testo, composto intorno al 428 d.C., in cui il padre della
Chiesa africano elenca, discute (e denigra!) molte delle
numerosissime eresie che tra il II° e il IV° secolo si
diffusero in tutto il bacino del Mediterraneo. Con il solito
piglio polemico, ma anche con la grande cultura che
caratterizza tutta la sua opera, Agostino prende in esame
non solo le maggiori eresie(quella di Marcione, quella di
Valentino, quella di Mani o quella di Donato), ma anche
eresie di gruppi minori, come i Patriziani (cioè, i
seguaci di Patrizio), i quali affermavano che il corpo umano
era stato creato dal diavolo e che quindi bisognava
mortificarlo compiendo ogni sorta di viziosa turpitudine;
oppure gli Artotiriti, i quali convertivano alla loro
eresia molta gente offrendo a tutti pane e formaggio; o,
ancora, gli Antidicomariti, setta eretica che negava
la verginità di Maria e che affermava che dopo aver
partorito Gesù la Madonna avrebbe dato alla luce molti altri
figli, essendo tutta presa dai piaceri della carne e per
nulla affatto propensa alla castità. Ma Agostino non tace
certo sugli Ariani, sui Montanisti, sui
Pelagiani, sui Sabelliani e su tutti gli altri
eretici che, con le loro mirabolanti dottrine, con le loro
fantasiose teorie e con le loro bizzarre storie riguardanti
la genesi del mondo e la creazione dell’Uomo, degli Angeli e
dei Demoni, dettero vita ad una “letteratura teologica”
decisamente avvincente e affascinante. Le eresie
elencate da Agostino sono ben ottantotto, ma si tratta di
una minima parte di tutte le credenze, i culti e le sette
che nacquero in seguito alla predicazione di Cristo. Un
libro assai utile per conoscere una parte assai importante
della storia della fede cristiana, ma, soprattutto, per
venire a conoscenza di coloro che furono i più irriducibili
e geniali nemici del cattolicesimo e della Chiesa di Roma.
Particolarmente interessante è il fatto che Agostino dedica
ampio spazio anche a sette e a conventicole eretiche che,
già all’epoca sua, erano in costante e vertiginoso declino,
come i Paterniani (che ritenevano create dal diavolo
tutte le parti più ripugnanti del nostro corpo, e che,
perciò, predicavano la mortificazione del retto, degli
organi genitali, dei piedi e del pube, praticando nei loro
culti ogni genere di oscenità), oppure gli Ieraciti
(che negavano la resurrezione della carne e che predicavano
che tutti gli uomini e tutte le donne del mondo dovessero
farsi monaci e monache), o, ancora, i Fibioniti (i
quali sostenevano che Dio fosse presente nello sperma
maschile e nel mestruo femminile e nella placenta, e perciò
facevano grandi orge con donne mestruale e incinte, nel
corso delle quali venivano ingeriti tutti questi umori).
Insomma, un gran campionario delle folli e deliranti sette
che per molti secoli accompagnarono con le loro perversioni
e le loro assurdità l’ascesa del Cristianesimo.
Una
lettura indispensabile, che consigliamo calorosamente.
Potete richiedere questo libro nelle migliori librerie. Per
contatti con la casa editrice Mimesis: tel. 02-89403935,
sito internet
www.mimesisedizioni.it
Fabrizio Legger |
|
 |
Un affascinate
libro di Evola sulla cultura buddista
Il carattere
iniziatici e metafisico della religione dell’Illuminato
“La
dottrina del Risveglio”
(pagine 274, Euro 19,00), Edizioni Mediterranee, è il titolo
dell’affascinante libro di Julius Evola che recensiamo
questa settimana. Il celebre filosofo della Destra italiana
(1898-1974), come è noto, fu sempre affascinato dalle
culture e dalle religioni orientali, in particolar modo dal
buddismo, dall’induismo e dall’islamismo. Con quest’opera
Evola intende presentare al lettore le teorie buddiste nella
loro vera luce di risveglio dell’interiorità e di riscoperta
dello spiritualismo orientale. In queste pagine il buddismo
viene rivisitato come dottrina morale per il risveglio delle
coscienze, dottrina fondata su un rigido codice etico e su
una serie di precetti quali la compassione, il distacco
dalle passioni terrene, la fuga dal mondo, il valore supremo
della meditazione che porta all’Illuminazione interiore
(grazie alla quale si può diventare dei buddha). Ma Evola,
in questo libro, oltre che disquisire dell’etica e della
metafisica del Buddismo, si occupa anche dei suoi aspetti
pratici, quali l’ascesi e la meditazione, pratiche che
consentono all’uomo di rafforzare la propria interiorità, di
corroborarsi mentalmente e spiritualmente, di affrontare le
difficoltà della vita quotidiana dando il primato all’azione
sulla speculazione. In tal modo, anche la meditazione
buddista e la vita ascetica condotta dai devoti
dell’Illuminato, diventano strumenti per agire energicamente
nel mondo, creando così dei “combattenti asceti”, devoti e
rigorosi, che per Evola rappresentano il massimo punto di
arrivo a cui può condurre una pratica seria e costante del
buddismo.
Un’opera mistica e rigorosa, questa,
in cui Evola evidenzia come una parte delle discipline
buddiste sia suscettibile di una applicazione nella vita
quotidiana di tutti i giorni, in quanto capaci di
fortificare l’animo, distaccarsi dai bisogni superflui e
dagli agi, fare chiarezza nelle nostre menti, corroborare
gli spiriti tesi al conseguimento di supreme mete. Una sorta
di “ascesi aristocratica” che, secondo l’Autore, può avere
un valore immanente anche nel decadente mondo moderno, dove
il lassismo, l’edonismo consumistico e la mercificazione di
ogni ideale hanno raggiunto apici davvero terrificanti.
Un libro molto originale, assai interessante, che
consigliamo a tutti gli appassionati di religioni orientali.
Potete richiederlo nelle migliori librerie. Sito internet
delle Mediterranee all’indirizzo web:
www.ediz-mediterranee.com
Fabrizio
Legger |
|
 |
Una nuova
edizione della celebre opera evoliana
Il volume
contiene le due edizioni, italiana e tedesca
“Imperialismo
pagano”
è
sicuramente una tra le opere più lette, più citate e più
conosciute di Julius Evola (1898-1974), insieme, ovviamente,
a “Rivolta contro il mondo moderno”, altro celebre caposaldo
del pensiero evoliano.
Una nuova accurata edizione di quest’opera mancava da anni,
ma ora, finalmente, le romane Edizioni Mediterranee ne hanno
pubblicato un’edizione critica, curata da Claudio Bonvecchio
(pagine 349, Euro 19,50), grazie alla quale è possibile
riavvicinarsi alle fonti del più autentico pensiero evoliano.
Ma perché “Imperialismo pagano” risulta essere così
importante? Innanzitutto, perché in questo volume che
riprende e ristruttura tutta una serie di brevi saggi
pubblicati da Evola sui periodici “Vita Nova” e
“Critica Fascista”, Evola sviluppa, argomenta e
definisce l’ossatura del suo pensiero tradizionalista (che
io intendo nel senso di fedeltà agli ideali pagano-romani e
imperiali della Roma dei Cesari) ed esoterico-pagano, in
forte ed aperta polemica contro il cristianesimo e il
cattolicesimo nelle loro vesti di “religione ufficiale”.
Un’opera drastica, serrata, battagliera, in cui il filosofo
polemizza aspramente contro la concezione cristiana
dell’esistenza e contro la sottomissione della grande
identità italica al dominio delle coscienze esercitato dalle
istituzioni ecclesiastiche. Qui emerge l’Evola polemico e
intransigente, che affronta di petto americanismo e
bolscevismo, liberalismo e democrazia occidentale,
rivendicando invece il diritto, per l’Italia, di rinnovare
la Nazione e lo Stato su basi certamente “imperiali” ma
anche di rigenerazione spirituale del popolo.
Ma oltre a questi argomenti decisamente dottrinali, c’è
anche un’altra importante ragione per cui quest’opera è,
a parer mio, basilare nell’ambito della produzione evoliana:
questo libro, infatti, venne pubblicato verso la metà del
1928, e cioè, pochi mesi prima della firma dei Patti
Lateranensi (11 febbraio 1929), il cosiddetto “Concordato”
tra il Vaticano e lo Stato fascista italiano, patti che,
purtroppo, segnarono un appiattimento della rivoluzione
fascista in seno alla Chiesa cattolica. Evola era contrario
a questi patti, e non solo per motivi ideologici, filosofici
e religiosi, ma perché, con la sua lungimiranza, intuì che
l’influenza del Vaticano avrebbe tarpato le ali alle
potenzialità imperiali del regime fascista.
Infatti, secondo il filosofo, con il Concordato, il Fascismo
finiva strangolato, spiritualmente, dall’egemonia
cristiano-cattolica, e venivano affossate anche tutte le
speranze di coloro che, come Evola, sognavano una futura
“restaurazione pagana”.
La lettura di questo libro, poi, risulta fondamentale per
aprire gli occhi sulla nostra identità, per comprendere
appieno la profondità delle radici del nostro glorioso
passato ma, soprattutto, per addentrarsi nei più profondi
meandri del pensiero evoliano.
Grazie alla Edizioni Mediterranee è ora possibile rileggere
in edizione critica, con commenti e note appropriate ed
approfondite, questo complesso saggio di uno tra i più
grandi intellettuali della destra italiana. Lo potete
richiedere nelle migliori librerie. Visitabile il sito delle
Mediterranee all’indirizzo web:
www.ediz-mediterranee.com
Fabrizio Legger
|
|
 |
|
Una avvincente
opera poetica di Martinetti, Padre del Futurismo
Una esaltazione
del volo e del patriottismo italiano
Grazie
alle prestigiose Edizioni Vallecchi, di Firenze,
recentemente sono state riedite alcune interessanti opere in
versi e in prosa di Filippo Tommaso Martinetti (1876-1944),
creatore e padre del Futurismo italiano, grande
organizzatore e svecchiatore della nostra cultura
provinciale, scrittore inesauribile e, dal 1909 sino al
1944, infaticabile mattatore della cultura italiana, nonché
accademico d’Italia e sincero sostenitore del fascismo
mussoliniano.
“L’Aeropoema
del Golfo della Spezia”
(pagine 98, Euro 10) è una tra le più fantasiose e bizzarre
opere poetiche marinettiane. La Spezia, città navale e
militare, situata sull’estrema propaggine ligure ma già in
“odor di Toscana”, fu molto amata dall’inventore del
Futurismo. Nel 1933 Marinetti ideò il Premio di Pittura
“Golfo della Spezia” e nel 1935 scrisse questo
“aeropoema”, appartenente ad un genere letterario del tutto
nuovo (anche questo di invenzione marinettiana), in cui
l’ebbrezza vertiginosa del volo e il vulcanismo prorompente
delle parole in libertà si fondono con la supremazie dei
tecnicismi e con il bellicismo delle battaglie aereonavali,
trovando un corrispettivo figurativo, proprio in quegli
stessi anni, nella pittura macchinolatrica futurista di
Tullio Crali e di Fortunato Depero. E proprio una di queste
fantasiose battaglie è la protagonista di questo bizzarro
poema, scritto con una sorta di “prosa ritmica” di ampio
respiro, in cui si esaltano le bellezze (non troppo
futuristiche, a dire il vero) di Lerici e Portovenere, Monte
Marcello e San Terenzio, con un canto lungo e appassionato,
che mescola elementi propri del naturalismo biomeccanico
futurista con tematiche prettamente guerresche e di
esaltazione delirante della tecnica e del mito del volo
aereoplanico. Ne viene fuori un componimento dove cielo e
mare sembrano fondersi, dove le navi e gli aerei, la carne
dei piloti e l’acciaio delle ali e delle carlinghe, sono un
tutt’uno e sembrano fondersi in un amalgama mostruosamente
inscindibile. Il poema non è eccessivamente lungo, risulta
assai originale, e ancor oggi, a distanza di tanti decenni
da quando fu scritto, risulta ancora piacevolmente
leggibile. Ci troviamo di fronte, in sostanza, ad una poesia
visiva ed immaginosa, piena di bellicismo e di vigore
futurista, in cui il pur aggressivo paroliberismo
marinettiano risulta però alquanto moderato, leggero,
smorzato, e non tremendamente onomatopeico come è invece
nella celebre “Battaglia di Adrianopoli”. Si
tratta di un “classico” del Novecento che recensiamo con
molto favore, consigliandone l’attenta lettura. Lo potete
richiedere nelle migliori librerie.
Fabrizio
Legger |
|
 |
La passione per
l’esoterismo nei versi del celebre poeta statunitense
Una poesia
pregna di influenze estetiche e spirituali
Ezra
Pound, il celebre autore dei “Cantos”, non solo fu
affascinato dagli studi economici e da quelli per le lingue
orientali e la letteratura cinese, ma fu anche attratto da
tutto ciò che riguardava il mondo dello spiritismo,
dell’occultismo e, più in generale, dell’esoterismo. Il
libro di Demetres Tryphonopoulos che qui recensiamo,
intitolato:
“Pound e
l’occulto”,
pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee (pagine 239,
Euro 12,91), è dedicato appunto a tale tematica e
ricostruisce i robusti legami di amicizia e di affinità di
interessi che il poeta americano ebbe con alcuni celebri
occultisti di inizio Novecento, tra cui Allen Upward, Alfred
Orange, e il celebre poeta W.B. Yeats. L’Autore affronta
l’imponente mole dei “Cantos”, la maggiore opera di poesia
di Pound e una tra le più interessanti di tutta la
letteratura novecentesca, soffermandosi sulla poesia
poundiana intesa come “rivelazione celeste” e come una sorta
di “palingenesi poetica”, passando poi ad esaminare la
tradizione occulta e la passione di Pound per l’occultismo e
per le antiche dottrine esoteriche (in particolare lo
gnosticismo cristiano). Nella seconda parte del saggio,
Tryphonopoulos affronta più direttamente i complessi testi
dei “Cantos”, evidenziandone i passaggi più prettamente
esoterici, rivelandone gli aspetti iniziatici, analizzando
strofe, parole e versi in cui sembrano nascondersi arcani
enigmi, frammenti di una sapienza segreta, tenendo ben
presente l’apporto di ideogrammi cinesi, geroglifici egizi e
parole scritte in antico alfabeto greco che costellano
l’intero corpus dei “Cantos”. Odisseo, Porfirio, gli Dei
nordici del Walhalla, Simon Mago e gli gnostici, gli antichi
misteri di Eleusi, la scienza dei Re Magi e l’esoterismo
della Divina Commedia sono soltanto alcuni dei moltissimi
riferimenti presenti nei “Cantos”, che proprio per
presentarsi come una sorta di “summa” delle esperienze
culturali, umane, spirituali ed estetiche del poeta
americano, assurgono ad un livello di universalità
difficilmente raggiungibile da altre opere di poesia
moderna. Ma l’autore si sofferma anche sulle
straordinarie peculiarità della poesia di Pound, sulla sua
abilità di plurilinguista, sul forte potere di seduzione che
promana dai termini greci, latini, cinesi, italiani,
francesi, che abbondano nelle lunghe strofe dei “Cantos”,
offrendo al lettore anche interessanti analisi sul lessico e
sulle particolarità del linguaggio poetico (volutamente
esoterico) usato dal grande poeta statunitense. Il
saggio ci aiuta a comprendere un aspetto nascosto di Pound,
un lato misterioso della sua prorompente e vivace
personalità poetica ed artistica, e, al tempo stesso, ci
svelano la sua inesauribile passione per le scienze occulte
e per le antiche dottrine esoteriche di cui i “Cantos” sono
un esempio davvero affascinante. Un saggio intenso, corposo,
ma di notevole interesse, che recensiamo con grande favore.
Potete richiederlo nelle migliori librerie.
Fabrizio
Legger |
|
 |
Un libro
polemico contro l’eresia ariana
Un testo
patristico edito dalle edizioni Città Nuova
Atanasio
di Alessandria (295-373 d.c) fu uno dei più intrepidi
difensori dell’ortodossia cattolica: scrisse molte opere
teologiche, lettere e commentari alle Sacre Scritture, e si
batté con particolare energia contro i seguaci di Ario,
anziano sacerdote di origine libica, il quale volle
sostenere dottrinalmente l’unicità di Dio a tal punto da
negare a Cristo la piena ed autentica divinità, e
riducendolo, in quanto Figlio di Dio, a livello di essere
creato. In questo volume edito da Città Nuova,
intitolato:
“Trattati
contro gli ariani”
(pagine 359, Euro 23,00), Atanasio affronta in tre trattati
la questione ariana, ribattendo punto per punto la dottrina
del prete libico e dimostrando, con raffinati ragionamenti
teologici, l’assurdità di tale dottrina. Si tratta di
scritti polemici, dai toni anche assai duri, che ben
mostrano come all’interno del Cristianesimo, sin dai primi
secoli, vi fossero opinioni divergenti e decisamente agli
antipodi, ferocemente contrastanti, soprattutto su questioni
essenziali quali la Natura di Cristo e la Trinità.
L’arianesimo riscosse un grande successo, non solo in Egitto
e in Palestina, ma anche tra i popoli barbarici che si
convertirono al Cristianesimo: infatti furono ariani i Goti
e i Vandali, creatori di regni barbarici nel cuore
dell’Occidente. Questi trattati di Atanasio, così ricchi di
elementi dottrinali ma anche utili per ricostruire la storia
della Chiesa nei primi turbolenti secoli della sua
espansione, costituiscono una lettura molta stimolante, in
quanto affrontano con toni polemici, un linguaggio colorito
e uno spirito di incessante controversia, alcune tra le
tematiche fondamentali della fede cristiana, quali la Natura
di Cristo, il suo rapporto con il Padre, il dilemma se
Cristo fosse costerno con il Padre oppure se sia stato
generato in seguito.
Problematiche religiose che a noi,
oggi, sembrano tanto lontane, in quanto troppo filosofiche,
ma che, tra il II e il III secolo dopo Cristo vedevano le
moltitudini scannarsi per l’affermazione delle suddette
dottrine. Atanasio, uno tra i maggiori Padri della Chiesa,
fu il più implacabile degli avversari dell’arianesimo, e
questi trattati, la cui lettura risulta ancor oggi così
coinvolgente e così piena di “vis polemica”, stanno qui a
dimostrarlo. Potete richiedere questo libro, che fa parte
della collana “Testi patristici” nelle librerie
specializzate, oppure direttamente alle romane Edizioni
Città Nuova (tel. 06-3216212), sito internet:
www.cittanuova.it
Fabrizio
Legger |
|
 |
Un interessante
saggio sulla destra tradizionalista e nazionalpopolare hindu
Il fascino della
destra indù per il fascismo italiano e il nazionalsocialismo
tedesco
Davvero un bel
libro, avvincente e interessante, questo di Manfredi
Martelli, intitolato: “L’India e il Fascismo” (pagine
300, Euro 38,00) pubblicato dalle Edizioni Settimo Sigillo,
di Roma. Questo eccellente saggio, molto accurato,
scritto con gran dovizia di particolari e con l’apporto di
notevole documentazione storica, analizza le caratteristiche
salienti della destra hindu, tradizionalista e
nazionalpopolare, e dei suoi rapporti con il Fascismo
italiano e con il regime mussoliniano. Il padre del
cosiddetto “fascismo indiano” fu Chandra Bose,
attivissimo nazionalista negli Anni Venti e Trenta, quando
l’India era ancora una colonia dell’Impero Britannico, e il
libro di Martelli dedica ampio spazio alla figura di questo
indù che sognava un’India libera dai colonizzatori inglesi,
alleata con l’Italia fascista e la Germania
nazionalsocialista, e capace di rinnovare profondamente le
sue antiche radici ariane. I movimenti politici della
destra religiosa, tradizionalista e nazionalpopolare, furono
attivissimi in India sin dalla metà degli Anni Venti.
Proprio nel 1925, infatti, viene fondata la Rashtrya
Swayamsevak Sangh (cioè, l’Associazione dei Volontari
Nazionali), più comunemente conosciuta con la sigla RSS.
Inizialmente le sue finalità furono essenzialmente dedite
alla “rinascita culturale” (alfine di non essere sciolta
dalle autorità britanniche), ma in realtà si caratterizzò da
subito come l’organizzazione politica per eccellenza
dell’emergente nazionalismo hindu che guardava con simpatia
e ammirazione all’esperienza del Fascismo italiano. Il
suo fondatore fu K.B. Hedgewar (che la resse sino al 1940),
coadiuvato da M.S. Golwakar (che la diresse sino al 1973),
entrambi dotati di forte personalità, i quali dettero
all’associazione una forte impronta nazionalistica che fece
ben presto di essa il punto di riferimento di tanti altri
movimenti nazionalisti indiani, anche sorti nei decenni
successivi all’indipendenza dell’India, come, per esempio lo
Shiv Shena (cioè. Esercito di Shivaji, organizzazione
nazionalpopolare di tipo paramilitare fondata nel 1966,
espressione del subnazionalismo marathi, nel più generale
contesto del revivalismo politico hindu) o il Vishwa
Hindu Parisad (cioè, il Consiglio Mondiale Hindu,
movimento nazionalista fondato nel 1964 come reazione alla
predicazione dei missionari cristiani, che si pone
l’obbiettivo di dare voce alla destra religiosa indiana).
La RSS fu l’anima dell’opposizione violenta al
colonialismo britannico, ma, al tempo stesso, avversò anche
il Mahatma Gandhi e il laico Partito del Congresso, in
quanto l’ideologia laica e tollerante da essi praticata mal
si adattava alla linea ideologica di Bose e di Golwakar.
Come ho già accennato, sulla figura di Bose il volume si
sofferma molto, ponendo in luce soprattutto le similitudini
tra la concezione nazionalpopolare e tradizionalista di Bose
e l’ideologia del Fascismo mussoliniano e del
Nazionalsocialismo hitleriano, evidenziando la comune
visione politica che avvicinava tra loro queste pur
differenti ideologie della destra identitaria europea e
indiana. Ci si trova di fronte ad un saggio complesso,
che esige una lettura impegnativa, ma che aiuta a conoscere
un aspetto fondamentale del mondo politico hindu: quello
della destra identitaria e nazionalpopolare che, tra
l’altro, dal 1998 al 2004, ha governato l’India con una
coalizione guidata dal Bharatiya Janata Party (cioè,
il Partito del Popolo Indiano), espressione della destra
nazionale hindu più moderata, fondato nel 1980, e
particolarmente sensibile alle istanze di difesa della
identità nazionale indiana di fronte alla omologazione
mondialista imposta dalla Globalizzazione. Un libro di
sicuro interesse, che consigliamo assolutamente di leggere,
soprattutto se si intende capire a fondo le ragioni del
nazionalismo hindu. Lo potete richiedere nelle migliori
librerie.
Fabrizio
Legger |
|
 |
Un libro
dedicato alla vita esplosiva del Padre del Futurismo
Fu il più grande
innovatore della cultura italiana del Novecento
Claudia
Salaris, docente e consulente di mostre d’arte, nonché
celebre studiosa del Futurismo, ha scritto una avvincente
biografia del Padre del Futurismo italiano, intitolata:
“Marinetti. Arte e vita futurista”
(pagine 382, Euro 19,63) la quale ci sembra una tra le
migliori biografie dedicate al celebre poeta italiano.
Marinetti nacque ad Alessandria d’Egitto (dove il padre
esercitava la professione di avvocato) nel 1876 e morì a
Bellagio (in riva al lago di Como) nel 1944, mentre l’Italia
era divorata dall’incendio della guerra civile e
dall’invasione delle truppe anglo-americane. La Salaris,
utilizzando un’ampia mole di documenti (lettere, diari,
manifesti, poesie, stralci di opere, articoli di giornale),
ricostruisce minuziosamente la vita del poeta, inquadrandola
all’interno del complesso periodo storico in cui Marinetti
ebbe la fortuna di vivere. Gli avvenimenti strettamente
biografici si alternano a descrizioni sulla realtà italiana
ed europea del periodo compreso tra i primi anni del
Novecento (il celebre Manifesto del Futurismo fu
pubblicato nel 1909) e quelli della Prima Guerra Mondiale
(1914-1918), quelli turbolenti dell’immediato dopoguerra, la
nascita del Fascismo, la salita al potere di Mussolini, il
lungo ventennio mussoliniano, sino agli anni tragici della
Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Civile in Italia
(1939-1945). Il ritratto di Marinetti che emerge dalle
pagine del libro, è quello di un uomo vulcanico, esplosivo,
pieno di energia, grinta, passione: una vera e propria forza
della natura, dotata di estro, intelligenza, determinazione
e grandi capacità comunicative. Grazie a lui, il Futurismo
decollò e si diffuse in tutto il mondo. Marinetti viaggiò
instancabilmente, dalla Russia all’Argentina, dalla Francia
al Brasile, per diffondere le idee e le opere letterarie del
movimento artistico che aveva creato: un movimento che
contribuì decisamente (grazie anche ai cospicui appoggi
offertigli dal regime fascista) a svecchiare la cultura
italiana, a proiettarla nel grande circuito della cultura
europea, a farla apprezzare anche all’estero. Marinetti
fu infaticabile: organizzò spettacoli di poesia e musica che
divennero famosi in tutta Italia (anche perché spesso si
concludevano con risse e arresti), fu inventore di premi di
fotografia (come il celebre Premio della Spezia), fu
mecenate nei confronti di poeti e artisti poveri che avevano
buone qualità ma non possedevano i denari necessari per
affermarsi nel mondo dell’Arte… Ma fu anche un poeta
d’assalto nel vero termine della parola: come soldato prese
parte alla Prima e alla seconda Guerra Mondiale, come
giornalista seguì le Guerre Balcaniche del 1912-1913 e la
guerra italiana in Etiopia (da cui trasse spunti per opere
di poesia notevoli, come il poema Zang Tumb Tuum
o il romanzo L’alcova d’acciaio. La sua amicizia
con Benito Mussolini lo portò, idealmente e
sentimentalmente, ad aderire al regime fascista, anche se,
continuò a manifestare idee antimonarchiche e anticlericali
(era un fascista della prima ora, e perciò sognava un’Italia
repubblicana, laica e svaticanizzata). Nonostante ciò, restò
fedele alle sue idee fino alla fine. Morì povero, in quanto
spese tutto il patrimonio lasciatogli dal padre per
sovvenzionare il Futurismo, la rivista Poesia (da
egli stesso diretta) e pubblicare tutti i suoi numerosi
libri. Quella di Marinetti fu davvero una vita eroica,
esplosiva sotto ogni aspetto (in quanto fu anche un focoso
amante, dedito ad avventure erotiche intense e travolgenti,
finché non incontrò la bellissima Benedetta Cappa, pittrice
e scrittrice futurista, che sposò e che amò
appassionatamente sino alla fine dei suoi giorni). Sotto la
scorza rude del poeta che voleva “uccidere il chiaro di
luna” e “incendiare le biblioteche e i musei”, c’era, in
effetti, un’anima sensibile e romantica, sognatrice e
affettuosa, ma robustamente maschia e fiera della propria
virilità.
Una biografia davvero ottima, che si
legge come un romanzo, appassionante come la vita vulcanica
del Padre del Futurismo italiano. Potete richiedere il
volume nelle migliori librerie, oppure direttamente agli
Editori Riuniti (sito internet:
www.editoririuniti.it)
Fabrizio
Legger |
|
 |
|
MISCELLANEA
LETTERARIA
Un trattato contro la
tirannide
Un dubbio di natura morale
rode come un tarlo i cuori degli individui che hanno la
sventura di vivere sotto il giogo dispotico di un regime
dittatoriale: è lecito, per il bene di un intero popolo,
assassinare il tiranno che lo opprime?
Si tratta di un interrogativo
che, puntualmente, ci si pone quasi sempre dopo tentativi di
tirannicidio (falliti o riusciti che siano) nei confronti di
questo o quel capo di Stato che governa il proprio paese con
metodi, per l’appunto dittatoriali (se ne discusse a suo
tempo per il cileno Pinochet, per il libico Gheddafi, per il
panamense Noriega, per l’iracheno Saddam, e se ne è tornato
a parlare, recentemente, in seguito agli attentati da cui
sono usciti illesi il dittatore pachistano Musharraff e
quello egiziano Mubarak).
Dunque, uccidere (o tentare
di uccidere) un tiranno, è eticamente lecito oppure no? E,
inoltre, è conveniente tentare di uccidere un tiranno? Non
si rischia, forse (se, come il più delle volte accade, il
tirannicidio non riesce), di rendere ancora più repressivo e
crudele il regime dispotico?
A tal proposito, i pareri
sono vari, complessi, e soprattutto molto discordanti tra
loro. Non sarebbe perciò inutile, per rendersi edotti su
questo delicato e difficile argomento, tornare a rileggere
il breve trattato Della Tirannide, che il poeta e
tragediografo astigiano Vittorio Alfieri (1749-1803) scrisse
nel 1777 e che, data l’affascinante e incisiva lucidità con
cui è stato composto, continua a rimanere uno dei testi-base
su questo difficile argomento.
Il trattato è suddiviso in
due libri: nel primo, Alfieri compie una attenta analisi
dell’inscindibile binomio potere-tirannia, esaminando
minuziosamente la figura del tiranno e la struttura del
regime dispotico; nel secondo libro, analizza il modo di
comportarsi dell’uomo libero (cioè del ribelle che non si
piega alla tirannide) all’interno di un tale regime,
teorizzando i vari modi per porre fine all’oppressione o,
almeno, per non essere direttamente danneggiati da essa.
Non a caso, infatti, una
delle soluzioni proposte dall’Alfieri, quella che egli
ritiene più praticabile, è quella di isolarsi totalmente
dalla società oppressa dal potere dispotico e di vivere in
una sorta di solitario esilio, senza nessun contatto con
coloro che, per libera scelta o per costrizione, hanno
accettato di scendere a compromessi con il tiranno.
Purtroppo, però, questa opzione presuppone che il libertario
che la pratica sia economicamente autosufficiente e capace
quindi di sopravvivere senza doversi rivolgere per alcunché
al sistema dominato dal tiranno (un sistema che, come è
ovvio, risulta essere fatto di clientelismi, favoritismi,
sottomissioni, nonché dominato da un fosco clima di
repressione del benché minimo dissenso), il che la rende
difficilmente percorribile ai più.
Secondo Alfieri, la tirannide
ha il suo fondamento basilare nella “vicendevole paura che
governa il mondo”. Puntelli fondamentali del regime
tirannico sono dunque la nobiltà cortigiana (oggi
identificabile con i funzionari e i burocrati che eseguono
tacitamente le scellerate volontà dei dittatori), le milizie
professioniste e mercenarie (oggi identificabili con le
milizie private o di partito, la polizia politica e le
organizzazioni paramilitari che, con sfumature diverse, sono
presenti in ogni dittatura), la religione (intesa come
istituzione asservita al potere secolare e complice di esso
nella partecipazione al potere o nel mantenimento di uno
status quo che le consente di portare avanti i propri
interessi).
Ovviamente Alfieri, quando
scriveva queste pagine, aveva dinanzi a sé gli esempi
dell’Europa settecentesca, dove erano presenti regimi
estremamente dispotici, come quello russo, quello
prussiano,quello ottomano (solo per citarne alcuni tra i
peggiori), ma con le opportune correzioni, questa analisi
del regime tirannico è applicabile anche alle dittature e ai
regimi totalitari odierni (quella teocratica sciita della
Repubblica Islamica dell’Iran, per esempio,
oppure quella castrista a Cuba, quella di Kim Jong
Il in Corea del Nord, quella gheddafiana in
Libia, la dittatura nazionalsocialista del Baath in
Siria, il regime militare del Myanmar o la dispotica
monarchia del Nepal).
Come può reagire l’uomo che
ha un animo libero, cioè non corrotto dal virus
pestilenziale del servilismo e non incline a sottomettersi
al despota, vivendo in un regime così soffocante e così
repressivo quale è appunto quello della tirannia?
Secondo Alfieri, i modi sono
diversi, ma soltanto tre di questi hanno reali possibilità
di successo. La prima soluzione, come ho già evidenziato, è
quella che l’uomo libero si apparti in sdegnosa solitudine,
in una sorta di volontario esilio, lontano dal tiranno,
dalla sua corte, dalle sue spie, dalle sue milizie e dai
suoi satelliti che tentano (ora con la violenza, ora con la
corruzione, ora con i ricatti) di far tacere le poche libere
voci che osano protestare contro la tirannia.
In questa sua sdegnosa
solitudine, il ribelle alfieriano dovrebbe comporre scritti
anti-tirannici e libertari capaci di infiammari gli animi
degli oppressi e di indurli a ribellarsi contro il despota.
In pratica, l’esempio austero, integerrimo del cosiddetto
liberuomo, unito ad una attività letteraria totalmente
aliena da compromessi e patteggiamenti con il regime,
dovrebbe servire ad sprone per quegli animi oppressi che mal
sopportano la dittatura e che attendono soltanto
un’occasione, uno sprone, un incitamento, per insorgere e
ribellarsi apertamente contro il tiranno. Ma si tratta di
una soluzione assai difficile da percorrre e che, il più
delle volte, non dà i frutti sperati.
La seconda soluzione consiste
nel fatto che il popolo, a causa della troppa ferocia del
regime, insorga spontaneamente contro di esso, scateni la
rivolta e lo abbatta, appunto, a “furor di popolo”. In
questo caso, afferma Alfieri, più la tirannia è spietata,
brutale e sanguinaria, e meglio è, perché le sue continue
atrocità potranno condurre il popolo alla sollevazione.
Ma, è noto, soprattutto dopo
i tragici avvenimenti della Rivoluzione francese, Alfieri
perse molta fiducia nel popolo. La massa popolana, per lui
(aristocratico repubblicano ma pur sempre aristocratico),
altro non era che “vile plebe”, tanto che la definì “ignava
greggia insana”, e quindi, nel di lei operato, nutriva ben
poche speranze di riscatto.
La terza soluzione proposta,
allora, consiste nel gesto solitario dell’eroe di libertà,
cioè, dell’individuo eccezionale, pronto a sacrificarsi per
il bene del popolo, che, in totale solitudine, decide di
avvicinare e assassinare il despota. Si tratta del celebre
gesto del “tirannicidio”, che Alfieri trattò con dovizia di
particolari in molte delle sue Tragedie.
L’eroe di libertà affronta il
tiranno a viso aperto e lo uccide, pur sapendo che ciò gli
costerà la vita. Ma lo farà da solo, non coinvolgendo altre
persone, non complottando e non congiurando, perché, secondo
Alfieri, i complotti e le congiure sono molto rischiosi,
riescono difficilmente, e presuppongono una completa unità
di intenti tra i congiurati che, raramente si riesce a
raggiungere. Ecco dunque il gesto solitario e tutto
individuale dell’eroe di libertà, che uccide il tiranno
rischiando la sua stessa vita, ma sperando che tale gesto
estremo induca il popolo degli oppressi ad insorgere una
volta per tutte e ad abbattere per sempre la tirannia.
Tutto il trattato è pervaso
da una profonda amarezza, ma, al tempo stesso, è animato da
una sorta di irriducibile furore anti-tirannico. Si tratta
di uno scritto che risale ai primi anni dell’attività
letteraria alfieriana, uno scritto composto molti anni prima
della Rivoluzione francese e che Alfieri, dopo la sua fuga
precipitosa da Parigi, si affrettò a smentire, in quanto
convinto che, alla luce degli avvenimenti rivoluzionari di
Francia, questo libro avrebbe potuto procurare assai più
danno che non giovamento alla sacra causa della libertà.
Così, l’edizione del Della
Tirannide, fatta stampare dallo stesso Alfieri in
Francia, prima della Rivoluzione, fu rifiutata dall’autore,
che si pentì di averla data alle stampe. Ma, nonostante
questa ritrattazione, avvenuta negli ultimi anni della sua
vita (anni pieni di delusioni e di amarezza, che videro la
composizione di un’opera sarcastica e velenosa come Il
Misogallo, cioè “l’odiatore dei Francesi”, un libello in
prosa e in versi contro la Francia giacobina e
rivoluzionaria), Alfieri, con tale scritto, dette un
contributo fondamentale per la comprensione dello sciagurato
fenomeno della tirannide, contributo che si prospetta ancor
oggi estremamente attuale, continuando il mondo, purtroppo,
ad essere tuttora pieno di dittatori e di tiranni.
E la recente riedizione del
trattato, nella collana economica Biblioteca Universale
Rizzoli, costituisce una ennesima prova
dell’attualità di questa singolare opera alfieriana.
Postremo Vate |
RITRATTI LETTERARI |
|
Un
tragediografo tra Neoclassicismo e Romanticismo
|
 |
Leggi, virtude e libertà tentai
renderti, o Roma… Ahi sol dov’è la
morte
abita
la tua gloria, e ben l’alloro
qui
fra i sepolcri nasce e le ruine!
Arnaldo da
Brescia, Atto terzo, Scena prima. |
Giambattista
Niccolini nacque nel 1782 a Bagni di San Giuliano (Pisa) e
morì nel 1861 a Firenze. Fu poeta, tragediografo, studioso
di mitologia e di antichità classiche, dotato di una
spiccata tempra drammatica, ma oggi, purtroppo, è
ingiustamente dimenticato. Trascorse gran parte della
vita a Firenze, dove poi morì, ma negli ultimi anni
predilesse la quiete della bella villa di Popolesco, tra
Prato e Pistoia, che ottenne in eredità da un ricco zio.
Conobbe Alfieri, Foscolo, Monti, Pellico e Guerrazzi,
frequentò i maggiori letterati toscani del primo Ottocento,
fu professore di storia e di mitologia e volle essere per il
proprio secolo quello che Alfieri fu per il Settecento.
Niccolini frequentò le prestigiose scuole dei padri Scolopi,
si laureò in giurisprudenza all’Università di Pisa e, sin da
adolescente, fu un ardente repubblicano. Già da ragazzo,
detestava il governo del Granduca (che, pure, era uno tra i
regimi meno repressivi tra quelli degli antichi Stati
italiani), e nel 1798 si esaltò per l’ingresso delle truppe
francesi del Bonaparte in Firenze. Durante il periodo
dell’occupazione francese della Toscana, intrattenne stretti
rapporti con i giacobini fiorentini e i repubblicani
filofrancesi, tanto da restarne seriamente compromesso,
anche a causa dei suoi vulcanici discorsi contro i
dispotismo monarchici di Austria e Russia, nonché delle sue
prese di posizione antibritanniche (in quanto vedeva
l’Inghilterra come la potenza conservatrice più ostile alla
Francia repubblicana). Quando, l’anno seguente, la città
fiorentina fu occupata dall’esercito austro-russo, che
scacciò i francesi, il giovane Niccolini fu costretto a
nascondersi per qualche tempo, onde non finire giustiziato
come giacobino. Poi, con il riaffermarsi dell’egemonia
francese sull’Italia, poté tornare a manifestare
pubblicamente le proprie simpatie repubblicane, che
restarono tali anche quando Napoleone tradì del tutto gli
ideali rivoluzionari facendosi incoronare imperatore di
Francia. Nel 1804, in seguito alla morte del padre (che
lasciò la famiglia nell’indigenza), riuscì da ottenere
dapprima un impiego nell’Archivio delle Riformazioni, e poi,
nel 1807, ottenne la cattedra di Storia e Mitologia presso
l’Accademia delle Belle Arti, di cui divenne anche
segretario e bibliotecario. Difensore della purezza della
lingua toscana, fu accademico della Crusca e, nonostante i
suoi ideali repubblicani, quando il Granduca tornò a Firenze
(dopo la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo) lo
volle al suo servizio come bibliotecario privato, in quanto
esperto di lingue classiche e di mitologia greca. Ma il
grande amore del Niccolini fu il palcoscenico: sin da
giovanissimo frequentò i teatri fiorentini, appassionandosi
soprattutto per i soggetti tragici e drammatici. Fu un
vorace lettore del teatro tragico alfieriano, tanto che il
grande scrittore di Asti divenne il suo modello da seguire,
soprattutto per l’animosità e l’irruenza con cui si
scagliava contro gli orrori della tirannide. E proprio
al teatro tragico il Niccolini volle legare la sua
effervescente carriera di poeta e autore drammatico. Egli,
infatti, si propose di continuare con le proprie tragedie il
“cammino libertario” intrapreso dall’Alfieri con le sue
“tragedie di libertà”. Il suo teatro, sostanzialmente, fu
romantico nella forma ma neoclassico nei contenuti, anche
se, a parer mio, non è possibile effettuare una rigida
separazione tra queste due peculiarità, in quanto lo
scrittore, sebbene di formazione culturale neoclassica,
visse in epoca romantica e non rimase estraneo alla cultura
del suo tempo. I soggetti che predilesse spaziano dalla
mitologia greca al Medioevo dei Comuni, dall’epoca
rinascimentale delle Signorie all’epoca romana e alle
lontane età delle civiltà del Vicino Oriente. E in tutte le
sue opere, Niccolini fu un austero difensore della libertà
dell’individuo, un esaltatore delle libertà repubblicane,
nonché dei diritti inalienabili dei popoli e della
sacrosante rivolte degli oppressi contro il sanguinario
dominio della tirannia. Convinto classicista e grande
appassionato di mitologia greca, egli comprese quel che
v’era di artisticamente e spiritualmente valido nel
Romanticismo e, pur rimanendo un fedele seguace della
tradizione classica, aprì il suo teatro alle nuove regole
della drammaturgia romantica, popolando le sue tragedie con
decine di personaggi e trattando, prevalentemente, tematiche
patriottiche, libertarie e anticlericali. Tra le sue
maggiori opere teatrali vanno ricordate le tragedie
Arnaldo da Brescia, Filippo Strozzi,
Giovanni da Procida, Nabucco, Polissena,
Agamennone, Beatrice Cenci, Antonio
Foscarini, Lodovico Sforza, Medea. In
alcune di queste, egli esalta l’individuo eroico, l’uomo di
eccezione che si pone in urto frontale con il tiranno,
ovvero con il potere dispotico, monarchico o clericale che
sia; in altri testi, invece, assistiamo ad una lotta corale,
spesso di interi popoli, uniti dallo sdegno nei confronti
della tirannia e dalla ferma volontà di liberarsi dal duro
giogo dispotico. La tragedia Arnaldo da Brescia è
giustamente celebre per i suoi attacchi contro il potere
temprale dei Papi e per la denuncia dell’infimo connubio tra
il Trono e l’Altare. La figura del riformatore religioso,
solitaria, sdegnosa, caratterizzata da una grandezza etica
smisurata, racchiude in sé qualcosa di “dantesco”, e risulta
quindi estremamente affascinante. Anche il Giovanni
da Procida e il Filippo Strozzi sono tragedie
incentrate sulla figura dell’eroe di libertà, dell’individuo
indomito che non teme la morte e che quindi è pronto a
rischiare la sua stessa vita pur di dare l’esempio di
ribellione che muova il popolo alla rivolta contro
l’oppressione. Decisamente corale, incentrata sulle
sofferenze del popolo ebreo nella cattività babilonese e
sulla spietata crudeltà del despota mesopotamico è la
tragedia intitolata Nabucco, che ispirò il libretto
per il famoso melodramma di Giuseppe Verdi, mentre la
tragedia Polissena, dedicata alla sventurata figlia
di Priamo che Achille volle sposare e che Pirro,
successivamente, sacrificò sulla tomba del padre ucciso da
Paride, è un testo prettamente elegiaco, con il quale
Niccolini intese rievocare le atmosfere cupe dell’Antigone
alfieriana, ma che, in realtà, si rivela essere una tragedia
di stampo mitologico assai più vicina alla poesia elegiaca
che non a quella tragica. Niccolini fu un drammaturgo dal
temperamento focoso e appassionato. Fiero repubblicano e
indomito avversario del potere temporale dei Papi, il suo
teatro, come già quello alfieriano, fu un teatro di libertà,
inneggiante continuamente alla lotta contro i tiranni e
contro l’oppressione oscurantista del potere religioso,
tutto fremente di robusto sdegno contro i soprusi dei regimi
monarchici ed animato da un generoso furore patriottico.
Questo esuberante odiatore di tiranni, questo audace
esaltatore delle guerre di liberazione nazionali dei popoli
oppressi, aspirava sinceramente all’unità dei popoli, alla
pace universale e ad un ordinamento sociale laico e
democratico in cui la povertà non desse mai ignominioso
spettacolo di sofferenze e di ingiustizie sociali. Fu
ferocemente anticlericale, in quanto vedeva nel potere
temporale dei Papi e nello Stato pontificio una forma di
aberrante tirannia teocratica che soffocava con il
dogmatismo e l’oscurantismo la libera espressività degli
ingegni umani. Tali tematiche, unite alla decisa condanna
del dispotismo regale e della tirannìa religiosa in generale
(nelle sue tragedie riservò versi aspri e mordaci anche
contro il potere delle caste sacerdotali delle antiche
religioni pagane), si ritrovano in tutte le sue tragedie,
anche in quelle di soggetto mitologico, dove monarchi e
sommi sacerdoti sono sempre raffigurati come subdole e
crudeli incarnazioni del sanguinario demone del potere.
Ebbe indole solitaria, fantasiosa ed immaginifica: lo
affascinavano le tematiche tragiche di sangue e di
sacrificio, le figure femminili vittime di tiranni feroci ma
capaci di ribellarsi all’oppressione e di vendicare il loro
onore violato o i loro affetti distrutti dal potere
dispotico. Fu un fervente appassionato di mitologia
classica, grande cultore dei miti greci, in particolare
quelli legati al ciclo troiano e al ciclo tebano, e quando
ottenne la cattedra di mitologia si rivelò un docente
dall’eloquenza affascinante, con la quale catturava
l’attenzione anche degli studenti più svogliati. Grande
ammiratore di Vittorio Alfieri, si dimostrò un devoto
estimatore del suo teatro tragico e delle sue opere
polemiche contro la tirannide e il dispotismo illuminato dei
monarchi assoluti (in particolare, ammirò i trattati
Della Tirannide e Del Principe e delle Lettere)
e, al pari di quanto fece grande Astigiano contro la Francia
giacobina e rivoluzionaria, il Niccolini si scagliò con
astioso furore poetico contro la tirannide zarista, che,
nell’Ottocento, fu spietata dominatrice di popoli (ucraini,
lituani, polacchi, tartari, caucasici) in lotta per la
libertà e l’indipendenza dal duro giogo russo. Tra il
1820 e il 1850 le tragedie di Niccolini riscossero un grande
successo di pubblico: gli anticlericali vedevano in lui e
nel suo teatro il loro alfiere, in quanto Niccolini fu un
deciso avversario del Neoguelfismo propugnato da
Vincenzo Gioberti, mentre i patrioti trovavano nelle sue
tragedie un fiero anelito di riscatto per la libertà e
l’indipendenza dell’Italia. Occorre rilevare che Niccolini
fu sempre fedele ai suoi ideali repubblicani e non nascose
mai il suo desiderio di vedere l’Italia governata da una
repubblica: ma, nonostante ciò, non esitò ad accettare il
dominio della monarchia sabauda non appena si rese conto che
solo i Savoia potevano condurre a compimento l’agognata
unità della patria. Gli anni della vecchiaia furono, per
il tragediografo, ricchi di soddisfazioni e riconoscimenti,
culminanti, il 3 febbraio 1860, con la consacrazione del suo
nome al Teatro del Cocomero, dove fu apposto un busto
marmoreo del poeta a perenne ricordo della sua attività di
autore tragico. L’anno seguente, Niccolini morì, a Firenze,
e le sue spoglie furono tumulate nella chiesa di Santa
Croce, accanto alle tombe di Vittorio Alfieri e di Ugo
Foscolo. Ma Niccolini non fu solo autore di testi
teatrali: scrisse anche saggi critici di letteratura e
mitologia, una copiosa raccolta di versi intitolata
Poesie (che fu pubblicata postuma, nel 1863), nonché un
poemetto epico-libertario intitolato La Pietà (forse
ispirato all’Etruria Vendicata di Vittorio Alfieri).Le
poesie di Niccolini - per la maggior parte odi e sonetti -
risentono molto della formazione classica dell’autore, e
infatti sono scritte con uno stile ampolloso, enfatico, a
tratti roboante e, persino, un po’ declamatorio. Ma,
nonostante ciò, palpitano di sincero ardore libertario,
rivelando anche qui l’animo vulcanico e passionale del
veemente poeta delle tragedie. Nell’ambito della poesia
niccoliniana, risulta particolarmente interessante e degna
di nota una serie di sonetti antirussi che flagellano senza
pietà l’autocrazia zarista e l’imperialismo moscovita.
Questi sonetti, ispirati alla Guerra di Crimea
(1853-1855), che vide le truppe di Francia, Inghilterra e
Piemonte intervenire a fianco della Turchia ottomana in
guerra con la Russia zarista per il possesso della penisola
di Crimea, sono decisamente pungenti e graffianti, e
risentono molto dell’influsso satirico dell’Alfieri
misogallico. Niccolini si scaglia con un astio davvero
pieno di sarcasmo contro la barbarie russa, contro il
dispotismo zarista e contro l’utilizzo sconsiderato delle
truppe cosacche per reprimere nel sangue ogni anelito di
rivolta dei popoli oppressi dalla tirannide moscovita. Si
tratta di sonetti decisamente mordaci, che condannano
implacabilmente la ferocia dell’imperialismo russo, che,
proprio in quegli anni, era impegnato in una serie di
sanguinose guerre di espansione nel Caucaso, nelle steppe
dell’Asia centrale musulmana e nella gelida Siberia (come
ben ritrae Jules Verne nel suo celebre romanzo Michele
Strogoff). La denuncia e il sarcasmo flagellano
senza pietà le efferatezze dei cosacchi e la durezza della
politica espansionistica dell’Impero zarista nei confronti
dei popoli confinanti con la Russia, il che crea un perfetto
parallelo con i sonetti misogallici alfieriani in cui il
poeta astigiano condanna la brutalità delle armate
rivoluzionarie francesi, guidate dall’”ignobile Capitan
Pitocco” (cioè, il Bonaparte), nell’assurdo tentativo di
portare la loro sanguinaria libertà nelle terre italiche
destinate a veder spuntare le “Repubbliche funghine”, su
imitazione della da lui tanto detestata Repubblica di
Francia. Sarebbe davvero bello poter rileggere in una
moderna edizione, magari tascabile, le Tragedie e le
Poesie di Niccolini, ma, purtroppo, questo continua a
rimanere un desiderio vano. Dopo l’edizione completa delle
Opere pubblicata dall’editore Guigoni, di Milano, tra
il 1863 e il 1880, un’edizione moderna, riveduta e corretta
di tutti gli scritti niccoliniani non è più stata data alle
stampe. Dovrà forse il poeta uscire corrucciato come una
furia dal suo marmoreo sepolcro di Santa Croce affinché una
simile operazione editoriale venga finalmente intrapresa? Le
lucrose leggi del Mercato e il totale disinteresse di gran
parte degli odierni editori italiani per i nostri classici
considerati “minori” è veramente senza limiti!
|
|
 |
|
Il poeta
epico dell’ideologia imperiale
|
 |
Dunque a me par l’impresa contra Goti
di più facilità, che
l’altre guerre;
e parmi parimente
onesta e santa,
sì perché sono
barbari Ariani,
nimici espressi della nostra fede;
come perché ci han
tolto la migliore
e la
più antica e la più bella parte,
che
mai signoreggiasse il nostro Impero.
L’Italia Liberata dai Goti, Canto primo.
|
Giangiorgio
Trissino nacque a Vicenza nel 1478 e nella stessa città morì
nel 1550. Ebbe formazione cortigiana a causa della sua
origine aristocratica e fu un appassionato quasi fanatico
della lingua e della cultura della Grecia classica.
Avviato agli studi umanistici, imparò perfettamente il greco
e il latino, dopodiché intraprese la carriera di cortigiano
e di diplomatico. A Ferrara fece parte della cerchia
degli intimi di Lucrezia Borgia, a Firenze frequentò le
riunioni letterarie degli Orti Oricellari, a Roma ricoprì
numerosi incarichi sotto i pontificati di Leone X, Clemente
VII e Paolo III. Conobbe Niccolò Machiavelli, Pietro
Aretino, Luigi Alemanni, Bernardo Tasso, Pietro Bembo,
Francesco Guicciardini, e molti letterarti e scrittori
italiani del primo Cinquecento, con molti dei quali
intrattenne rapporti epistolari di schietta amicizia.
Ma, principalmente, Trissino fu un cortigiano votato alla
politica e alla diplomazia, sempre impegnato a svolgere
delicate missioni ora presso l’imperatore (conobbe e ammirò
Carlo V, e vide in lui una sorta di nuovo Giustiniano) ora
presso il pontefice, viaggiando instancabilmente per tutta
l’Italia. Fu un letterato squisito e raffinato, seguace
delle teorie poetiche di Aristotele e ammiratore entusiasta
della civiltà ellenica e della storia bizantina. La sua
cultura di grecista lo portò a conoscere in lingua originale
le maggiori opere dei grandi poeti e romanzieri ellenistici
e bizantini, in particolare di Giorgio di Pisidia, Nonno di
Panopoli, Paolo Silenziarlo, Niceta Eugeniano e Costantino
Manasse. Ebbe una personalità schietta, pacata, incline
al sogno e alle astrazioni poetiche, anche se ricoprì
incarichi diplomatici di rilievo che lo portarono a trattare
con monarchi, pontefici e imperatori. Fedele
all’ideologia imperiale (non a caso fu un sincero ammiratore
di Dante e un attento lettore del De Monarchia),
vagheggiò la restaurazione di un impero cristiano che si
estendesse dalle Americhe sino al Vicino Oriente, sempre
sperando che i principi cristiani intervenissero in armi
contro gli Ottomani per liberare l’Anatolia dal loro giogo e
consentire la rinascita (ovviamente impossibile) del defunto
impero bizantino. E questa sua fedeltà all’idea imperiale fu
così forte tanto che lo indusse a dedicare il suo poema,
L’Italia Liberata, all’imperatore Carlo V, dopo avere,
per molti anni, servito fedelmente, con zelo e con indubbia
lealtà, l’imperatore Massimiliano, predecessore di Carlo.
Non appena era libero dai suoi impegni di cortigiano e di
diplomatico, Trissino si dedicava interamente alla
letteratura: il suo temperamento prediligeva i toni
idilliaci ed elegiaci della poesia e il suo afflato epico
tendeva a stemperarsi in un languore che, sotto certi
aspetti, pare avvicinarsi alla poesia dell’ultimo Tasso, in
particolare quella del Mondo Creato. Scrisse
numerose opere, ma quelle che gli dettero fama furono il
poema epico L’Italia Liberata dai Goti, la tragedia
Sofonisba, le Rime e la commedia I
simillimi. Oggi, questo poeta è quasi completamente
sconosciuto al grande pubblico, e ciò è un vero peccato,
poiché si tratta, invece, di una voce molto originale
all’interno del vasto panorama letterario del Cinquecento
italiano. Al poema L’Italia Liberata
Trissino dedicò più di vent’anni di lavoro: lo iniziò nel
1527 e lo portò a termine soltanto nel 1547. Scritto in
endecasillabi sciolti e suddiviso in ventiquattro libri,
narra le imprese belliche dei generali bizantini Belisario e
Narsete durante la lunga e sanguinosa Guerra Greco-Gotica
(535 – 553 d.C.), voluta da Giustiniano, Imperatore di
Bisanzio, per sottrarre l’Italia al barbarico dominio dei
Goti ariani. Si tratta di un poema assai lungo, che è
sempre stato giudicato noioso e prolisso e che, purtroppo,
non ha mai incontrato il favore del grande pubblico. Ciò
dispiace, in quanto, pur non essendo un capolavoro, è
caratterizzato da una ispirazione epica e da una
prodigiosità inventiva davvero non di poco conto, anche se,
occorre rilevare, il tono epico del Trissino è spesso
altalenante tra l’elegiaco e, in alcuni casi, anche il
comico (come, per esempio, quando descrive la vestizione del
basileus Giustiniano, oppure, le apparizioni dell’angelo
Nettunio e dell’angelo Onerio, che presiedono,
rispettivamente, il dominio dei mari e quello dei sogni).
In sostanza, l’accusa che la critica mosse la poema
trissiniano sin dal suo primo apparire, fu quella, come ho
accennato, di una banale prosaicità e di una prolissità
ingiustificata. Difetti, questi, che sono certo
riscontrabili nel poema, ma che, a parer mio, sono stati
troppo esagerati. Infatti, onde evitare di finire nello
stucchevole e nel prolisso, Trissino decise di usare
l’endecasillabo sciolto e non l’ottava (metro abituale dei
poemi epici) proprio con l’intento di non cadere nella
stucchevole tiritera delle rime, alfine di far sì che i
personaggi dell’opera potessero esprimersi in un linguaggio
assai più vicino a quello del parlato quotidiano. E, in
effetti, questa sua scelta fu poi seguita anche da Torquato
Tasso, il quale, proprio in endecasillabi sciolti, compose
il suo Mondo Creato. Forse, ciò che non piace del
Trissino è il suo languore onirico, il suo marcato accento
elegiaco che si riflette come un vero e proprio marchio su
quelle che sono le grandi tematiche dell’epica (la fedeltà
agli ideali, l’amicizia, l’amore, l’eroismo), la sua
inclinazione a scansare i toni troppo alti e roboanti per
lasciare più spazio al linguaggio sommesso del quotidiano,
la sua innata propensione alla didascalicità che, in un
poema come L’Italia Liberata, finisce per appesantire
un po’ troppo il già ampio e solenne discorso poetico. I
personaggi del poema, sia i bizantini (ai quali vanno,
ovviamente, tutte le simpatie dell’Autore), sia i goti
(ritratti con rispetto nella loro fierezza di guerrieri
barbarici, anche se bollati come nemici dell’ortodossia
cristiana), sono raffigurati magistralmente, mentre molto
realistiche e concrete appaiono le figure degli eroi
protagonisti (Giustiniano, Belisario, Vitige, Narsete,
Torrismondo, Faulo, Giustino, Tebaldo, Galeso, Elpidia e
Corsamonte, solo per citarne alcuni tra i tanti), i quali
parlano un linguaggio molto piano, semplice, scorrevole e
prosaico, niente affatto altisonante (alla Tasso, per
intenderci) e assai vicino al lessico quotidiano dei dotti
dell’epoca trissiniana. Questo, che costituisce, a parer
mio, un lodevole pregio, fu reso possibile a Trissino
soltanto grazie all’uso dell’endecasillabo sciolto, metro
assai meno armonioso dell’ottava ariostesca o tassiana ma
molto più indicato per la composizione di un poema epico che
voglia evitare la sonorità cantilenante propria dei versi
rimati. Il realismo di Trissino, abbondante di
descrizioni delle campagne desolate dalla lunga guerra,
delle città assediate e date alle fiamme, delle penose
condizioni di vita delle popolazioni italiche alla mercé
degli eserciti goti e greci, non trascura però gli aspetti
magici e soprannaturali, tanto cari all’epica
rinascimentale. La guerra tra bizantini e goti viene
attentamente seguita dalle Potenze del Cielo e dalle Potenze
delle Tenebre: l’Altissimo invia l’angelo Nettunio, l’angelo
Onerio e l’angelo Gradivo in soccorso dei greci, mentre i
demoni infernali parteggiano per gli eretici goti, che il
poeta bolla sprezzantemente come barbari nemici della vera
fede cristiana ortodossa. Nel poema, poi, compaiono
figure di maghi e di streghe, di giganti e di orchi, di
ninfe e di cavalieri erranti, le quali rivelano chiaramente
la grande influenza che i poemi cavallereschi del Pulci, del
Boiardo e dell’Ariosto esercitarono sulla fantasia poetica
trissiniana. L’armamentario fantastico proprio dell’epica
cavalleresca non viene affatto accantonato da Trissino, il
quale, in perfetta sintonia con quanto afferma Tasso nei
suoi Discorsi del poema eroico, ritiene
irrinunciabile l’apporto di elementi soprannaturali,
fiabeschi e favolosi all’austero districarsi della vicenda
epica. Tutto ciò mi pare decisamente positivo, in
quanto, pur con i dovuti distinguo, inserisce L’Italia
Liberata nel solco dei grandi poemi epici
cinquecenteschi, cioè il Furioso e la Liberata,
i quali, come è noto, abbondano di elementi fantastici e di
episodi romanzeschi (e le vicende narrate da Trissino del
gigante Faulo e di Elpidia e Corsamonte lo dimostrano
ampiamente). Occorre anche rilevare che il poema esprime
in gran parte la personalità del Trissino, che fu un
gentiluomo sobrio e meticoloso, molto attento
all’esteriorità, decisamente cortigiano, desideroso di
evasioni poetiche ma, al tempo stesso, concretamente
realistico e molto attento alle esigenze quotidiane
dell’esistenza. E forse, anche a questo, si deve buona
parte della sua prolissità descrittiva, di quel suo
indugiare su aspetti, eventi, situazioni che non paiono poi
così indispensabilmente funzionali all’economia del poema.
In effetti, nell’Italia Liberata c’è molto dello
spirito, degli ideali e del carattere del Trissino:
d’altronde, fu un’opera che lo tenne impegnato per ben vent’anni,
e nella quale, proprio come fecero l’Ariosto e il Tasso con
i loro poemi, egli riversò tutto se stesso, tutto il suo
mondo interiore, tutto il suo universo fantastico, tutta la
sua concezione della vita e del mondo terreno e celeste.
Nelle storie del Teatro Italiano, la figura di Trissino
viene anche ricordata per la tragedia Sofonisba,
definita da molti critici la “prima tragedia regolare
italiana”, modellata sull’esempio di quelle greche di
Sofocle e di Euripide. Come ho già detto, Trissino fu un
ammiratore entusiasta dei greci, e con la sua Sofonisba
volle imitare i modelli ellenici, considerati semplici e
solenni al tempo stesso nonché ferramente regolati dalle tre
unità drammatiche aristoteliche (alle quali tutto il teatro
classico faceva riferimento). Purtroppo, oggi, quasi più
nessuno legge L’Italia Liberata dai Goti e la
Sofonisba, e questa è una grave offesa che si fa alla
memoria di Trissino, un uomo che dedicò alla poesia e alla
letteratura la sua intera esistenza. Non vi sono edizioni
moderne del suo poema (mentre la Sofonisba è stata
ripubblicata nel volume dedicato alla tragedia italiana
nella collana “Classici Italiani” della torinese Utet e le
Rime sono invece state riedite dall’editore vicentino
Neri Pozza), non si organizzano più convegni di studio sulle
sue opere: lo sventurato Trissino è veramente caduto nell’oblìo.
Spero, con questo mio scritto, di averlo riportato, almeno
per un poco, all’attenzione dei lettori. Rispolverarne di
tanto in tanto il nome, dati i suoi eccellenti meriti
letterari, mi sembra perlomeno giusto e doveroso.
|
|
 |
|
Ulisse Barbieri
(1841 – 1899) Il drammaturgo
scapigliato difensore degli emarginati
|
 |
No, non è patriottismo, no, per
Dio!!! Al massacro mandar nuovi
soldati,
né
tener là… quei che si son mandati perché dei
vostri error paghino il fio! Ma non capite… o
branco di cretini… che i patrioti… sono gli
Abissini?...
Ribellione,
Dopo il disastro… |
Ci sono molti
scrittori della nostra letteratura che, purtroppo, anche se
dotati di ingegno e fantasia, e sebbene rivelatisi autori di
originali ed interessantissime opere, sono precipitati
nell’abisso dell’oblìo editoriale, e da questo sembra che
davvero non possano più riemergere. È dunque compito di noi
odierni scrittori e dei critici non prezzolati, riscoprire
questi minori dimenticati e riportarli alla luce, affinché
le loro opere siano nuovamente divulgate e i loro nomi – a
torto dimenticati – tornino ad essere conosciuti e
apprezzati. Uno di questi autori (a parer mio
ingiustamente ritenuto un “minore”) è il mantovano Ulisse
Barbieri, nato a Mantova nel 1841 e morto a San Benedetto Po
nel 1899. Di temperamento focoso, gioviale, audace e
fantasioso, Barbieri condusse un’esistenza di scrittore
scapigliato e post-romantico, incline al ribellismo sociale
e propugnatore di ideali socialisti e radicalmente
democratici. Sin da adolescente fu un vorace lettore,
appassionato di poesia, teatro e storia, in particolare
delle vicende fosche del Medioevo e degli anni sconvolgenti
della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico. Fu in
quegli anni, caratterizzati da tante letture, spesso
disordinate e dispersive, caratterizzate dalla passione
travolgente che è solita spronare gli autodidatti, che
crebbe il suo amore per la nostra Patria, oppressa dallo
straniero e divisa in tanti antichi Stati rivali tra loro.
All’epoca, il Lombardo-Veneto era sotto il dominio
austriaco, e Ulisse Barbieri aderì ben presto ai fermenti
patriottici e risorgimentali che in quegli anni burrascosi
attraversavano le terre irredente. A soli sedici anni
conobbe il carcere per avere affisso manifesti inneggianti
alla rivolta del popolo Italiano contro il dominio
austroungarico nell’Italia nord-orientale: venne catturato
dalla polizia austriaca e fu rinchiuso in galera, per
quattro lunghi anni, con una condanna per affissione di
manifesti inneggianti alla ribellione contro il governo
imperiale. Nelle prigioni di Mantova e di Peschiera,
Barbieri venne a contatto con un mondo di tagliagole,
briganti, assassini, stupratori e delinquenti di ogni risma,
mondo certo cupo e tragico, ma dalla cui attenta
osservazione il futuro drammaturgo e romanziere trasse
spunti e materiale immaginario per tante sue successive
opere letterarie. Uscito di prigione a vent’anni, si
arruolò nelle bande di patrioti italiani che avevano
iniziato la lotta armata contro le truppe austriache e
combatté contro questi sulle montagne del Trentino, al
seguito dei Cacciatori delle Alpi guidati da Giuseppe
Garibaldi. Negli anni che andarono dal 1862 al 1866,
viaggiò molto, per tutta Italia, da Como a Catania, da
Firenze a Torino, da Genova a Venezia, facendo rappresentare
nei teatri i numerosi drammi che componeva a getto continuo,
mentre, al tempo stesso, non smetteva di scrivere e fare
stampare lunghi, avvincenti e sanguinosi romanzi, dove
elementi tratti dal folclore e dalle suggestioni scapigliate
e tardo-romantiche si amalgamavano in maniera assai
originale con atmosfere tenebrose e grandguignolesche spesso
sfocianti nel soprannaturale. Sostanzialmente, Ulisse
Barbieri fu un autodidatta che lesse di tutto e che si
cimentò in ogni genere letterario. Compose drammi a fosche
tinte, tragedie storiche, commedie, romanzi, liriche,
poemetti, racconti, con una particolare predisposizione per
i soggetti tetri e terribili e con una decisa propensione al
soprannaturale e all’orrorifico. Egli fu il creatore di
un teatro e di una narrativa popolare che si rivolgevano,
soprattutto, agli strati più umili e più emarginati
dell’Italia risorgimentale di quegli anni: i suoi drammi
macabri e sanguinosi portavano in scena passioni
travolgenti, audaci ideali libertari di giustizia e di
riscatto sociale, mentre i suoi romanzi, spesso corali,
erano incentrati su vicende tetre e delittuose aventi per
protagonisti briganti, assassini, diseredati e vittime delle
ingiustizie sociali e della tirannia dei ricchi e dei
prepotenti. La sua smisurata produzione teatrale
comprende drammi a fosche tinte come Lucifero, La
Monaca di Cracovia, Lord Byron, Trenta omicidi
per un’ora d’amore, Il Frate di Segovia,
Lo spettro del Colosseo, Aida, Il lago di
sangue, Le orge della regina di Spagna;
romanzi “neri” di amore e morte, sconfinanti spesso nel
soprannaturale, come I sotterranei farnesiani, La
Nina di Trastevere, Il Nano della Strega,
Il Palazzo del Diavolo, I briganti greci;
raccolte di liriche anticolonialistiche e antiborghesi, come
quelle del vulcanico volumetto intitolato Ribellione;
prose autobiografiche e di memoria come quelle raccolte nel
volume I volontari del Tirolo: memorie di un
garibaldino; romanzi critici d’ambiente popolare e
borghese come In basso e Il delitto legale.
Barbieri fu dunque uno scrittore estremamente prolifico, che
utilizzò con eguale maestrìa sia la prosa che i versi,
creatore di un teatro e di una narrativa decisamente
popolari, suggestivi, a tratti persino troppo enfatici e
sanguinosi nelle loro macabre atmosfere, ma decisamente in
“anticipo” sui tempi. Sorprendono, infatti, certe sue
intuizioni quasi “paracinematografiche”, la creazione di
mondi paralleli al nostro che sembrano anticipare alcune
grandi “invenzioni” della fantascienza novecentesca, lo
sperimentalismo stilistico e la costruzione di un nuovo tipo
di fraseggio letterario fatto di frequenti esclamazioni,
sospensioni, onomatopee, frammentazioni insistenti del
periodo e della sintassi. Insomma, un innovatore a tutto
campo, alla ricerca di nuove tematiche e nuovi linguaggi,
capace di ripescare e rielaborare le leggende più truculente
e scabrose del folclore e della tradizione popolare, per
rinvigorirle con al sua potente concezione drammatica, la
quale, sotto certi aspetti, presiede anche alla stesura
delle sue farraginose e strabilianti opere narrative,
propendenti al sensazionale, all’orrido, al patetico e al
raccapricciante. Ma Barbieri, come ho già detto, non si
limitò a fantasticare e a fuggire dalla realtà rifugiandosi
in mondi tenebrosi di incubo o di sogno: a suo modo fu anche
un verista, un esponente di quelle correnti letterarie che
amano trarre dalla quotidianità della cronaca nera o delle
lotte sociali, la fonte di ispirazione per vicende narrative
e drammatiche di forte impatto emotivo. Spronato dal suo
temperamento impetuoso, temerario, irruente, per nulla
incline alla moderazione e al compromesso, non si fece
scrupolo nel mettere alla gogna molti politici locali e
nazionali, scrivendo feroci pagine satiriche contro i crack
finanziari dell’epoca e contro i politicanti colonialisti
come Crispi e Giolitti, evidenziando soprattutto le
ingiustizie sociali e le lotte di classe, ragion per cui fu
sovente perseguitato dai tribunali di giustizia e dalla
polizia. Nel 1886, stufo di dover elemosinare i diritti
delle proprie opere dagli impresari teatrali e dagli
editori-stampatori (che, non a torto, come disse poi anche
Emilio Salgari, li definì “vampiri e sanguisughe assetate
del sangue degli scrittori liberi e senza padroni”) lasciò
l’Italia per il Brasile, dove si recò per allestire
spettacoli teatrali per i numerosi braccianti italiani che
lavoravano nelle grandi fazende. Vi rimase per ben dieci
anni, e anche lì, in Brasile, prese le difese dei poveri e
degli sfruttati, degl’indios e dei meticci, scontrandosi
spesso con i ricchi latifondisti che angariavano e
sfruttavano i loro braccianti, da vero e proprio paladino
dei deboli, dei poveri e degli emarginati. Celebri furono i
suoi vulcanici scontri verbali con quei proprietari terrieri
crudeli e senza scrupoli, che facevano lavorare i contadini
sotto un sistema di caporalato brutale e disumano, dove il
ritmo del lavoro era scandito dai sibili spietati della
frusta. Tornato in Italia, nella nativa Lombardia,
riprese a girovagare ovunque si allestisse un suo dramma o
si stampasse un suo romanzo, spostandosi da Mantova a Como,
da Milano a Torino, da Genova a Venezia, instancabilmente,
sebbene fosse già ammalato di cancro e consunto nel corpo e
nello spirito. Visse gli ultimi anni di vita a San
Benedetto Po, in estrema povertà, finché morì, nel 1899,
divorato dal cancro e stremato dalla miseria. A causa
delle vicende cupe e tragiche dei suoi drammi e dei suoi
romanzi, spesso popolati di vampiri, streghe, diavoli,
spettri, e feroci assassini di ogni risma, gli venne
appioppato, come racconta Edmondo De Amicis in una sua
cronaca dell’epoca, il nomignolo di Ulisse il Sanguinario,
ma sanguinario Barbieri non lo era davvero. Fu semplicemente
uno scrittore fantasioso e stravagante, che si lasciava
facilmente suggestionare dai delitti efferati della cronaca
nera, dalle leggende tenebrose della tarda età romantica e
dai periodi più foschi e sanguinosi della recente storia
europea. I personaggi delle sue opere drammatiche e
narrative sono i tiranni tormentati dai rimorsi delle
nefandezze compiute, gli assassini disperati che uccidono
senza mai riuscire a placare il loro furore, i demoni
cacciati dal cielo e condannati a vagare come dannati sulla
terra, i rivoluzionari costretti a spargere fiumi di sangue
per affermare i loro sublimi ideali di libertà e di
giustizia sociale, le streghe e i negromanti dediti alle più
tenebrose e spaventevoli arti dell’occulto, le giovani
innamorate vittime di amori tragici e contrastati, i
religiosi che in preda al fanatismo più intollerante si
trasformano in crudeli mostri assetati di sangue. Nelle
liriche, in particolare in quelle della raccolta intitolata
Ribellione, stampata a Lugo, in Romagna, nel 1887,
troviamo invece un poeta libertario e antimperialista che si
batte strenuamente contro la politica coloniale delle
potenze dell’epoca (Francia, Inghilterra, Germania, Italia)
e che invita i popoli indigeni del Corno d’Africa, del
Vicino Oriente e dell’Indocina, ad insorgere contro le
prepotenze degli invasori bianchi e dei colonialisti europei
che, proprio in quegli anni, iniziavano ad essere condannati
anche nelle pagine dei romanzi avventurosi di Salgari.
Celebre è il suo inno dedicato ai ribelli dervisci del Sudan
seguaci del Mahdi (che si batterono contro i colonialisti
britannici), famosi sono gli epigrammi che scrisse contro la
politica coloniale del governo italiano in Abissinia, e
altrettanto degni di nota sono i versi che compose in favore
dei ribelli del Tonchino e della Cocincina in lotta contro
le brutali truppe coloniali francesi, e degli Zulù in lotta
contro i Boeri e i Britannici nelle vaste contrade selvagge
del Sudafrica. Barbieri fu dunque un fantasioso e geniale
scrittore, e le sue opere dovrebbero essere oggi
assolutamente rivalutate e ripubblicate. Per ora, soltanto
la piccola casa editrice Nomade Psichico, di San
Niccolò Po (Mantova), ha pubblicato alcune opere barbieriane:
I briganti greci, Il Palazzo del Diavolo,
Il delitto legale, Che fanno al mondo
(poesie varie). Una impresa editoriale indubbiamente
meritevole, ma ci pare ancora troppo poco per un grande
scrittore quale fu Ulisse Barbieri, così estremamente
attuale, capace di evocare mondi paralleli, di
trascinare il lettore ora in atmosfere da incubo, ora in
paesi in cui si lotta e si muore per nobili ideali di
libertà e di indipendenza. Ecco perché non lo si può
lasciare nell’oblìo. Ulisse Barbieri è il letterato ribelle
ad ogni giogo conformista, ad ogni compromesso morale, ad
ogni imposizione politica o religiosa, e di questo genere di
ribellione, al giorno d’oggi, la nostra consumistica società
postmoderna, ha veramente tanto bisogno. |
|
 |
|
Pier Jacopo Martello
(1665 – 1727) Il tragediografo arcadico
del sogno e dell’idillio
|
 |
Tu, che per volger d’anni mai, né per
odio altrui,
Rimator, me sdegnasti compagna ai versi tui,
e, che sebben
m’avesti gran tempo a te crudele, or non puoi che
lodarti di me qual di fedele,
sicché non sol volendo, ma non volendo ancora,
voce in te udisti a
voce rispondere sonora;
a
grand’uopo or sii meco, scordando il genio altero
per cui parvi
affettare da prima in te l’impero.
La Rima vendicata, Atto Primo,
Scena Prima.
|
Pier Jacopo
Martello nacque a Bologna nel 1665 e in quella stessa città
morì nel 1727. A torto, oggi, viene considerato un
“minore”, in quanto fu uno tra i maggiori tragediografi
italiani vissuti tra la fine del XVII e la prima metà del
XVIII secolo, oltre ad essere un celebre poeta arcadico.
Trascorse un’infanzia serena, in una agiata famiglia
bolognese, poi, dopo avere studiato medicina e filosofia
nella città natale, soggiornò per dieci anni a Roma e per
oltre un anno a Parigi, capitale della cultura europea, in
qualità di segretario del cardinale Aldovrandi. Il suo
temperamento fu languido, fantasioso, sognante, e il suo
carattere dolce e i suoi modi leziosi lo portarono ad
accostarsi alla vita con una leggiadria davvero poetica,
grazie alla quale si inserì alla perfezione nella cultura
arcadica dell’epoca. Sin da adolescente, i suoi amori
più grandi furono per la poesia e la letteratura, in
particolare il teatro, e a queste forme di espressività
artistica consacrò gran parte della sua esistenza. A
all’età di soli vent’anni era già famoso a Bologna per le
sue composizioni poetiche estremamente armoniose e musicali,
caratterizzate da uno stile graziato, agile, molto incline a
stemperare le passioni e ad evocare suggestive atmosfere
bucoliche e fiabesche. Fu subito affascinato dalla
nascita della accademia dell’Arcadia (avvenuta a
Roma, il 5 ottobre 1690, ad opera di un gruppo di letterati
che solevano riunirsi per discutere di poesia e letteratura
sotto la guida della regina Cristina di Svezia) e nel 1697
fondò nella propria città natale una “colonia” della celebre
accademia, assumendo il nome pastorale di Mirtilo
Dianidio, e raccogliendo attorno a sé una nutrita
schiera di poeti bolognesi ed emiliani che gli riconoscevano
la sua profonda cultura e le sue eccellenti doti di
rimatore. Infatti, al Martello, gli studi di
medicina e di filosofia furono utili per formarsi una vasta
e notevole cultura (conosceva bene il greco e il latino ed
era un appassionato estimatore delle letterature classiche),
ma la poesia lirica e quella drammatica furono i suoi amori
supremi, e la volontà di dare all’Italia un teatro tragico
di ampio respiro, in grado di rivaleggiare con quello
francese, fu il principale scopo della sua intensa carriera
di letterato e di autore drammatico. Purtroppo, non
essendo nato in una famiglia aristocratica o
sufficientemente ricca per consentirgli di vivere di rendita
senza dover lavorare, gli toccò dapprima porsi a servizio
come segretario dell’austero cardinale Aldovrandi, nel 1708,
quindi, stufo di dover sottostare alle ire e alle rampogne
del bisbetico porporato, passò all’insegnamento ed esercitò
l’attività di docente (fu professore di eloquenza) prima
all’Università di Bologna e poi in quella di Roma, dal 1715
sino alla morte. Prese parte attiva alla vita culturale
dell’epoca (che, in Italia, era dominata dall’accademismo
lezioso e bucolico dell’Arcadia) e, come ho già
accennato, la sua produzione letteraria si rivolse
soprattutto al teatro e alla poesia. Fu inventore di un
verso che da lui prese nome (il famoso “martelliano”),
formato dall’unione di due settenari, quindi per un totale
di quattordici sillabe, modellato sull’esempio del celebre
alessandrino francese (verso che Martello studiò a fondo
durante il suo soggiorno parigino e con il quale i grandi
autori tragici francesi, Corneille e Racine, avevano scritto
le loro immortali tragedie). Con questo tipo di verso,
particolarmente melodioso e cadenzato, terminante con la
rima baciata, molto musicale e discorsivo, martello scrisse
le sue tragedie (tra cui ricordiamo Procolo,
Alceste, Ifigenia in Tauride, Perselide,
Sisara, I Taimingi, Arianna,, Gesù
perduto, Rachele, La morte di Nerone), opere che
risentono moltissimo dell’atmosfera idilliaca e patetica in
cui stava immersa la cultura arcadica e che nulla hanno a
che vedere con la titanica drammaticità delle tragedie
alfieriane di fine Settecento. Ma oltre alla smisurata
produzione teatrale (comprendente anche commedie letterarie
come Euripide lacerato, La rima vendicata,
Lo starnuto di Ercole, Che bei pazzi!, Il
piato dell’H, Il Femia sentenziato, A re
malvagio consiglier peggiore), Martello si dedicò anche
alla poesia bucolica (componendo il poema Gli occhi di
Amarilli), alla poesia sacra (con il poema Gli occhi
di Gesù) e alla poesia epica (con il poema Carlo
Magno, purtroppo rimasto incompiuto per la
sopraggiunta morte dell’autore). Fu anche autore di
dialoghi (Del Volo, Del Verso Tragico), di
satire (Il Secretario Cliternate al Baron di
Corvara) di poesie liriche (famose le Rime per la
morte del figlio). Nell’accademia d’Arcadia,
Martello fu il celebre Mirtilo Dianidio, e la sua
poetica fu perfettamente allineata alla direttive culturali
impartite da questo movimento letterario riformatore che
intendeva “purgare” la nostra poesia dalla tronfia e pomposa
magniloquenza barocca del Marino e dei marinisti, i suoi
stucchevoli e iperbolici seguaci. Nella sua epoca, egli
ottenne moltissimi riconoscimenti ed elogi: fu apprezzato
come autore tragico e come poeta lirico, e tanto a Roma
quanto a Bologna, nelle riunioni letterarie degli arcadi, le
sue rime e i canti dei suoi poemi religiosi e pastorali (in
particolare Gli occhi di Gesù e Gli occhi di
Amarilli, dove il poeta esprime con versi melodiosi e
ricchi di pathos, tutto il suo fervido mondo interiore,
affascinato sia dagli ideali bucolici dell’Arcadia, sia dal
misticismo sentimentale tipico della religiosità tutta
esteriore del proprio tempo) venivano frequentemente letti e
declamati. Martello cantò le bellezze della natura e
della vita bucolica, le delizie soavi dell’amore e la
speranza della fede cristiana, indulgendo verso un
sentimentalismo languido e patetico. Fu un letterato
dotato di grande cultura, un convinto classicista che
scriveva in prosa latina i dialoghi delle sue tragedie prima
di verseggiarli, un drammaturgo che ambì riformare il teatro
tragico italiano secondo le caratteristiche proprie della
cultura arcadica ma senza giungere alle pedisseque
imitazioni ipergrecizzanti del Gravina (austero arcade e
grecista fanatico, autore di cinque tragedie direttamente
modellate sugli esempi classici greci). Egli credette di
risolvere i problemi del teatro tragico italiano sostituendo
l’endecasillabo con il martelliano e uniformando le trame e
i personaggi delle tragedie alle nuove regole della cultura
arcadica. Ma lo stesso clima culturale arcadico, così
patetico, così idilliaco, così sognante e così languidamente
sentimentale, non favoriva certo la nascita di robusti
spiriti tragici. Perciò, anche nelle sue tragedie
migliori, Martello continuò a comportarsi da arcade. In esse
non v’è nulla di sanguinoso, né di terribile, né di epico e
di potentemente drammatico. I suoi personaggi tragici non
smaniano di furore indomito, non sono sanguigni e
tenebrosamente cupi, non sono lacerati da titaniche e
contrapposte passioni devastanti, muoiono quasi tutti fuori
scena e non danno mostra al pubblico di alcun spargimento di
sangue che potesse offenderne il gusto e la sensibilità.
Quanta differenza, dunque, dalla futura tragedia alfieriana,
tutta percorsa da fremiti sanguigni e gravida di omicidi
atroci e di tumultuosi scontri interiori! Martello fu,
sostanzialmente, un poeta immaginoso e sognante, che offrì
il meglio di sé nei componimenti bucolici e nelle rime
amorose ed elegiache (come quelle composte per la morte
prematura del diletto figlio Odoardo, arcaicamente chiamato
Osmino). In tali scritti, l’anima candida e languida del
poeta bolognese riuscì ad esprimersi compiutamente, e tutt’oggi
è ancora capace di trasmettere al lettore tutto l’incanto
degli idilliaci mondi di sogno che la sua anima immaginosa
racchiudeva in sé. Quella di Martello, quindi, è una
poesia che invita a sognare, che rasserena e che non va
oltre l’esaltazione degli affetti più pacati e più
quotidiani dell’animo umano. Per questo non poteva essere
tragica (e infatti non lo fu), ma resta comunque una
importante testimonianza della poesia arcadica della prima
metà del Settecento, ed è soprattutto per questo motivo che
non la si dovrebbe dimenticare. Occorre infatti
evidenziare che Mirtilo Dianidio, oltre che autore
tragico, ambì anche primeggiare nel genere comico, e infatti
fu inventore di tutta una serie di “commedie letterarie o da
camera” che riscossero un certo successo tra gli arcadi. Si
tratta di testi teatrali, in versi, che egli scrisse per gli
accademici, con il chiaro intento di rivolgersi ad un
pubblico colto, appassionato di poesia e avvezzo a
disquisire di problematiche letterarie e di innovazioni
metriche e stilistiche. Per questi motivi, il suo teatro
comico non ha nulla a che vedere né con il teatro popolare e
grossolano della Commedia dell’Arte né con quello borghese
definito “lacrimoso” tipico dei decenni successivi alla
riforma teatrale goldoniana. Egli sapeva di rivolgersi ad un
pubblico ristretto, era ben cosciente di ciò, tanto da
scriverlo nella Prefazione alla commedia Euripide
lacerato, ma questo rientrava appunto tra i suoi
obiettivi: la creazione di un genere comico colto e nobile,
da contrapporre al teatro istrionico e popolaresco che
attirava la gente della strada ma che si rivelava
assolutamente incapace di soddisfare le esigenze di “diletto
istruttivo” dei nobili gentiluomini, dei porporati colti e
dei letterati delle accademie. Ovviamente, fu un genere
teatrale che non ebbe successo, in quanto troppo elitario e
troppo lontano dalle aspirazioni e dagli ideali della
emergente classe borghese che, di lì a poco, avrebbe trovato
nel veneziano Carlo Goldoni e nelle sue commedie riformate
il proprio ineguagliabile cantore. Negli ultimi anni
della sua vita, Pier Jacopo Martello si dedicò anche alla
poesia epica, componendo il Carlo Magno, purtroppo
rimasto incompiuto ai primi canti. Il poeta si proponeva di
narrare le gesta del celebre re franco e dei suoi paladini,
esaltando le sue imprese guerresche contro i Longobardi, i
Sassoni, gli Avari e i Mori di Spagna, i suoi numerosi amori
e la sua incrollabile fede che lo condusse a diventare
difensore della Chiesa di Roma. Ma egli non aveva la
vocazione epica: era un arcade nella mente e nel cuore,
e le ottave che riuscì a comporre sono estremamente
languide, bucoliche, pregne di sentimentalismo, a tratti
retoriche, oscillanti tra il patetismo e la magniloquenza,
ma lontanissime da quel sincero afflato epico che permea le
stanze della Gerusalemme Liberata del Tasso o quelle
del Conquisto di Granata di Girolamo Graziani. Ragion
per cui, l’incompiutezza di questo ambizioso e velleitario
poema nulla aggiunge alla consolidata fama dell’arcade
bolognese. Il Teatro di Pier Jacopo Martello è
stato pubblicato in tre volumi dalla casa editrice Laterza,
mentre la raccolta di poesie Rime per la morte del figlio
è reperibile nella Collana di Poesia pubblicata dalla casa
editrice Einaudi. Manca un’edizione completa delle opere, e
questo è assai grave, soprattutto se si pensa che Martello,
nel bene e nel male, resta comunque uno tra i più
significativi poeti dell’Arcadia e della civiltà letteraria
italiana dei primi decenni del XVIII secolo. |
|
 |
|
Il truce
tragediografo della Ferrara cinquecentesca
|
 |
Ben è vana, e fugace
questa felicità
nostra mortale,
ch’un
ombra è de l’eterna,
e a
chi ne la divina l’alma interna
quanto più bella par, tanto men vale.
Dunque a quella immortale,
ch’è là dov’è il
Signor che ‘l ciel governa,
chiunque il ver
discerna,
del veloce pensier
spiegar dee l’ale,
e lasciar questa
frale
qui
godere a gli sciocchi,
cui
le cose terrene appannan gli occhi.
Orbecche,
Atto Quinto, Scena Quarta.
|
Giambattista
Giraldi detto Cinzio (epiteto datogli da una donna da
lui amata) nacque a Ferrara nel 1504 ed ivi morì nel 1573.
Studiò medicina e filosofia nella città natale, fu un
fervente seguace delle teorie poetiche aristoteliche e si
dedicò con esuberante passione alla poesia e alla
letteratura, in particolare al teatro e alla narrativa.
Fu, sostanzialmente un medico mancato, in quanto, più che
appassionarsi ai salassi e alle pratiche chirurgiche,
preferì darsi al teatro e alla narrativa, rivelando un estro
tragico e una fervida fantasia davvero assai vivaci.
Infatti, il suo spirito era incline alle meditazioni
drammatiche, scorgeva sempre il lato tragico dell’esistenza
ed aveva una particolare predilezione per i delitti truci e
sanguinosi e per le crudeltà e le nequizie di cui è capace
l’animo umano. Dopo aver conseguito il dottorato in arti
speziali e mediche, nel 1531 fu chiamato a ricoprire la
cattedra di dialettica all’Università di Ferrara, il che
testimonia quanto il Giraldi fosse già noto in ambito
ferrarese per la sua cultura umanistica e le sue qualità
letterarie. Aveva incominciato ad interessarsi di teatro sin
dagli anni dell’adolescenza, era stato un precoce lettore di
Seneca, Sofocle ed Euripide, e già dagli anni universitari
aveva iniziato ad elaborare una sua precisa e personale
concezione tragica e drammaturgia. Il suo temperamento
fu focoso e passionale, ma negli studi e nelle attività
letterarie si dimostrò sempre un pedante seguace di
Aristotele, scrupoloso seguace della Poetica dello
Stagirita, anche se, per quanto concerne la sua concezione
del teatro tragico, si lasciò influenzare assai più dal
latino Seneca che non dal greco Aristotele. La sua fantasia
tendeva decisamente al macabro, aveva uno spiccato gusto per
l’orrido e per l’esotico, e la sua passione per il teatro si
amalgamava perfettamente con quella per la narrativa:
infatti, dalle novelle che scriveva, spesso nascevano i
soggetti più efficaci per le sue truculente tragedie.
Grazie alla fervida immaginazione che lo sosteneva, egli
scrisse parecchi testi tragici, testi che poi egli stesso,
cimentandosi anche come capocomico, allestiva per il
pubblico aristocratico della corte estense di Ferrara,
sempre avido di stravaganti spettacoli e di novità teatrali.
I suoi rapporti con la signoria degli Este furono
piuttosto intensi, soprattutto a partire dal 1547, anno in
cui fu nominato segretario del Duca di Ferrara, per il quale
si occupò di allestimento di spettacoli teatrali, feste e
banchetti, come aveva già fatto l’Ariosto una ventina di
anni prima. Durante questo fortunato periodo, il Giraldi
entrò in fiera polemica con Giambattista Pigna, poeta e
letterato alla corte ducale, il quale lo accusò di averlo
defraudato delle proprie idee drammatiche. Nel 1543,
dopo aver già composto diverse tragedie (tra cui la celebre
Orbecche, scritta nel 1541 e ispirata ad un lontano
fatto di sangue accaduto alla corte del Sultano di Persia)
Giraldi scrisse il Discorso intorno al comporre delle
commedie e delle tragedie, un tratto di teoria
drammaturgia chiaramente ispirato alla Poetica
aristotelica ma frutto delle numerose disquisizioni intorno
ai generi letterari che, abitualmente, si svolgevano tra i
letterati a servizio del Duca. Il Pigna, spirito polemico e
permaloso, affermò che il Giraldi aveva espresso nel
trattato quelle che invece erano le sue idee, ragion per cui
i due letterati divennero acerrimi avversari: si insultarono
e si denigrarono a vicenda, pare che uno dei due tentò
addirittura di schiaffeggiare l’altro, e forse sarebbero
anche giunti alla colluttazione o ad un duello se il Duca,
che parteggiava per il Giraldi, non avesse messo a tacere il
bofonchiante e rancoroso Pigna. In quel periodo, tra
l’altro, il Giraldi viaggiò moltissimo, compiendo delicate
missioni diplomatiche per il suo signore: tra il 1547 al
1563 soggiornò a Torino, a Firenze e a Venezia, alternando
l’attività diplomatica a quella di letterato e di
tragediografo, riscuotendo ovunque apprezzamenti e
riconoscimenti per la sua attività di autore tragico.
Nel 1561, con la salita al trono estense del Duca Alfonso II,
mecenate e protettore del bisbetico Pigna, Giraldi fu
costretto a dimettersi dal suo prestigioso incarico, in
quanto il suo avversario non perse tempo nel denigrarlo e
infamarlo agli occhi del nuovo Duca. A malincuore, il
tragediografo dovette tornare alla sua accantonata attività
di medico, anche se, ormai, la sua fama di letterato e di
autore tragico lo aveva reso celebre in molte corti
dell’Italia del Nord. Allontanatosi da Ferrara, si recò
dapprima a Torino, alla corte dei Savoia, dove accettò la
nomina di professore di umane lettere, che esercitò dapprima
a Mondovì e successivamente a Torino. Quindi, nel 1565, si
recò a Pavia, dove soggiornò alcuni anni, sempre allestendo
spettacoli drammatici e intervenendo in dispute filosofiche
e disquisizioni letterarie. Infine, stanco e malato,
pieno di nostalgia per la sua amata Ferrara, nel 1571 tornò
nella città natale, dove trascorse gli ultimi anni della sua
vita gravemente malato, finché la morte non lo colse nel
dicembre del 1573. Giraldi Cintio è noto come il maggior
rappresentante del teatro tragico italiano di impronta
senechiana, cioè, ispirato alla concezione tragica dello
scrittore latino Seneca, autore di tragedie particolarmente
truci e sanguinose. Fu un autore piuttosto prolifico:
scrisse infatti ben dieci tragedie (tra cui ricordiamo
Orbecche, Arrenopia, Cleopatra, Selene,
Eufimia, Didone, Altile,
Antivalomeni), la favola pastorale Egle, il poema
epico-mitologico Ercole (purtroppo rimasto
incompiuto), il già citato Discorso sulle commedie e
sulle tragedie e un Discorso intorno al comporre dei
romanzi (cioè, i poemi cavallereschi), rivelandosi
scrittore estremamente poliedrico, capace di trattare con
eguale abilità tanto l’armoniosa ottava del poema epico
quanto l’austero endecasillabo sciolto della tragedia. I
suoi maestri tragici furono principalmente, come ho già
accennato, il greco Aristotele e il latino Seneca. Dal primo
apprese i precetti della Poetica, riconducenti tutto
ad una rigorosa unità e ad una razionale strutturazione
dell’opera letteraria. Dal secondo, derivò appunto il
modello “senechiano” del teatro tragico: volle dar vita,
cioè, a tragedie sconvolgenti, sanguinose, caratterizzate da
delitti efferati, stragi orrende, crudeltà e atrocità
minuziosamente descritte dai personaggi, capaci di
suscitare, attraverso azioni “grandi e terribili”,
fortissime reazioni emotive tanto negli spettatori quanto
nei lettori. Le Tragedie costituiscono l’opera più
importante di Giraldi Cinzio: sono tutte di argomento
particolarmente truce e sanguinoso, e portano sulla scena
eventi terribili come parricidi, uxoricidi, fratricidi, il
tutto immerso in atmosfere lugubri, tenebrose,
contrassegnate da una violenza e da una ferocia spaventose,
atte appunto a provocare la “catarsi”, vale a dire la
purificazione degli animi degli spettatori. In
pratica, Giraldi tentò di attuare un vero e proprio “teatro
dell’orrore”, ed ebbe persino l’ardire (e per l’epoca in cui
visse non era certo cosa da poco) di far comparire sulle
scene teste mozze e cadaveri insanguinati (ovviamente
finti), il che apportava un grande elemento di novità nel
panorama decisamente statico della tragedia rinascimentale
italiana. Ed è soprattutto per questo suo “gusto
dell’orrido” che Giraldi Cinzio viene ancor oggi citato
nelle storie del teatro italiano e nei manuali della nostra
letteratura cinquecentesca. Egli fu, però, anche un
teorico delle proprie opere letterarie: nel citato
Discorso sulle commedie e sulle tragedie sostenne
che per condurre lo spettatore alla catarsi (cioè, alla
purificazione spirituale delle passioni smodate) era
necessario sottoporlo alla visione di opere tragiche
raccapriccianti, sanguinose e terribili, in modo da
condurlo, attraverso i sentimenti dell’orrore e della pietà,
a liberarsi dalle passioni negative e bestiali che si
agitano nelle tenebre del nostro inconscio; invece, nel
Discorso intorno al comporre dei romanzi, si propose di
salvaguardare l’esperienza geniale del poema ariostesco
amalgamandola però con una molteplicità di azioni eroiche
riferite ad un solo protagonista (come fece appunto con il
suo poema Ercole, incentrato sulle imprese del
celebre eroe della mitologia greca). Ma c’è un’altra
grande opera del Giraldi che merita di essere ricordata: la
raccolta di novelle intitolata Ecatommiti (il cui
titolo grecizzante significa “Cento Novelle”), modellata
sull’esempio illustre del Decamerone di Giovanni
Boccaccio. Giraldi Cinzio, infatti, inserisce le sue
cento novelle all’interno di una cornice, come già aveva
fatto il novelliere di Certaldo, immaginando che un gruppo
di giovani donne e giovani uomini sfuggiti al terribile
Sacco di Roma da parte delle armate dei lanzichenecchi
imperiali (avvenuto nel 1527), si imbarchi a Civitavecchia,
e lì, mentre il vascello veleggia verso Marsiglia, decidano
di trascorrere le monotone giornate raccontandosi novelle
(distribuite in dieci decadi collegate l’una all’altra da
canzoni, secondo il fortunato modello boccaccesco).
Nascono così la novella del Moro di Venezia (il famoso
Otello che ispirerà a Shakespeare l’omonima tragedia),
quella di Orbecche principessa di Persia (dalla quale
Giraldi deriverà anche una tra le sue migliori tragedie) e
quella narrante la vita lussuriosa e avventurosa della
bellissima Tullia d’Aragona. Insomma, un’opera narrativa che
ebbe fortuna anche oltre i confini italiani e che resta una
delle raccolte di novelle più interessanti del nostro
Rinascimento. Purtroppo, Giraldi Cinzio è sempre stato
considerato un autore minore, addirittura di terz’ordine, e
non esiste nessuna edizione moderna completa delle sue
opere, nemmeno degli Ecatommiti. Di lui si possono
leggere soltanto il dramma pastorale Egle, pubblicato
dalla casa editrice Quattro Venti nel 1984, e la tragedia
Orbecche, inserita nel volume La tragedia classica
dalle origini al Maffei, pubblicato dalla casa editrice
torinese Utet, nell’ormai lontano 1968. Davvero poco per
un poeta e un letterato così versatile, che diede un
contributo tanto originale al teatro tragico italiano. Il
rammarico è dunque d’obbligo! |
|
 |
|
Carlo Gozzi (1720
– 1806) L’aristocratico commediografo
avversario di Goldoni
|
 |
Che
stanno cicalando e consigliando?
Tengon dieta contro al Solitario,
che gli fa sonettin di quando in quando.
Che avverrà, che sarà del suo
scenario?
Io
non lo so, ma il vo raccomandando
a tutti i deretani per sudario.
Perché gli se’ contrario? Perch’è tristo
scrittor, poeta grosso,
perché vuol ch’io lo apprezzi, ed io nol posso.
Rime,
Sonetto undicesimo. |
Mentre ogni anno
escono nuove edizioni delle commedie goldoniane non ci sono
editori che si decidono a ripubblicare in edizione integrale
tutte le opere poetiche, drammatiche e narrative, del conte
Carlo Gozzi, il più implacabile avversario che Carlo Goldoni,
il celebre riformatore della commedia italiana, dovette
affrontare nella sua lunga attività di uomo di teatro.
Carlo Gozzi nacque a Venezia nel 1720 ed ivi morì nel 1806.
Appartenente ad una famiglia dell’aristocrazia veneziana (ma
di origini friulane) che si trovava in piena decadenza a
causa dei gravi dissesti finanziari provocati dalla
dissennata amministrazione del patrimonio familiare, Carlo
trascorse l’intera vita a Venezia, ad esclusione dei pochi
anni vissuti in Dalmazia (dove prestò servizio militare per
la Serenissima Repubblica del Leone) e dei viaggi che
periodicamente effettuava in Friuli (dove la famiglia
disponeva di proprietà terriere scarsamente redditizie),
dedicandosi interamente alla poesia e al teatro. Ebbe un
carattere solitario e alquanto scontroso, particolarmente
incline alle divagazioni fantastiche e alle meditazioni
immaginose. Non era un burbero, come di primo acchito poteva
sembrare, ma, piuttosto, un sognatore solitario che amava
appartarsi per poter meditare in tranquillità sulle storie
esotiche e fiabesche che amava raccontare nelle sue
commedie, nelle sue novelle e nei suoi poemi. Come
intellettuale era d’indole assai polemica e molto
sarcastica, amava graffiare e punzecchiare i suoi
antagonisti e si lanciava con forte vis polemica in ogni
diatriba teatrale e letteraria, spesso deridendo e
canzonando i suoi rivali drammaturghi con sonetti e ottave
estremamente frizzanti e mordaci. Nell’ambito del teatro
italiano settecentesco, il nome di Carlo Gozzi è noto
infatti per aver preso parte alle più infuocate polemiche
letterarie del suo tempo, in primis quelle teatrali, dove
mostrò particolarmente sarcastico e sprezzante nei riguardi
di Carlo Goldoni, della sua riforma teatrale e della cultura
illuministica in generale. Autore di divertenti poemi
burleschi e satirici (Il Berlinghieri, La Marfisa
Bizzarra, I sudori d’Imeneo, Gonnella,
La Tartana degl’influssi all’osteria del Pellegrino), di
prose autobiografiche e narrative (Le Novelle e le
Memorie Inutili), nonché di numerosi drammi di cappa e
spada di ispirazione spagnolesca e romanzesca (Le droghe
d’amore, La malia della voce, La
principessa filosofa, La punizione nel precipizio,
Il moro di corpo bianco, I due fratelli nemici,
e numerosi altri), il Gozzi, purtroppo, viene oggi ricordato
(quando lo si ricorda!) solo per le sue accanite polemiche
goldoniane. Il che, è un vero peccato, perché Carlo Gozzi fu
un letterato autentico, dotato di estro, fantasia e notevoli
capacità espressive, sia in verso che in prosa. Ma nella
Letteratura italiana occupa un posto di rilievo solo quando
si parla di Goldoni e della sua insensata riforma teatrale,
che abolì gradualmente le Maschere della Commedia dell’arte
e che portò sulle tavole dei palcoscenici italiani eroi
borghesi, mercanti e popolani, tutti impegnati a disquisire
di noiose tematiche sociali. Goldoni fu fautore di un
teatro realistico e borghese, ispirato al verisimile,
permeato di ideali illuministici, animato da forti ideali di
progresso sociale: ebbene, il conte Carlo Gozzi,
aristocratico, conservatore, classicista, fu il più feroce
avversario di Goldoni e del suo teatro riformato. Egli lo
avversò sia con poemetti e poesie satiriche, sia con drammi
che oggi occupano un posto di rilievo nella nostra
letteratura teatrale, e cioè, le Fiabe Teatrali.
Carlo Gozzi, tra il 1760 e il 1765, ideò e compose dieci
Fiabe Teatrali, scendendo in campo come alfiere del
classicismo e della tradizione del Teatro delle Maschere, e
proponendosi di combattere il realismo e le rivendicazioni
sociali borghesi e popolari (presenti nei testi comici
goldoniani) e caratterizzandosi come drammaturgo del
fiabesco, del meraviglioso e dello stupefacente (ritornando,
dunque, ad una sorta di drammaturgia decisamente barocca e
seicentesca). Nel volgere di pochi anni, Gozzi scrisse
ben dieci Fiabe (L’Augellin Belverde, Il Mostro
Turchino, Il Corvo, L’amore delle tre
melarance, I pitocchi fortunati, Turandot,
La Donna Serpente, La Zobeide, solo per
citarne alcune), nelle quali fece ricomparire (dando ampio
spazio ai loro lazzi e ai loro frizzi) le Maschere dell’Arte
(Arlecchino, Tartaglia, Brighella, Pantalone, il Dottor
Balanzone, Colombina), ponendole accanto a personaggi
fantastici tipici del genere fiabesco (orchi, maghi,
streghe, principesse incantate, geni, giganti, principi
trasformati in bestie, e via dicendo), ispirandosi alla
novellistica del Pentamerone del Basile, oppure del
Pancatantra indiano tradotto dal Lasca, nonché alla
favolistica seicentesca di Perrault e alla tradizione orale
delle fiabe popolari italiane. Il contenuto di queste
fiabe, scritte parte in versi e parte in prosa, con alcune
scene a soggetto per le maschere, è decisamente
anti-illuministico e anti-goldoniano: con esse, il Gozzi
intendeva flagellare i difetti e le carenze dell’opera
goldoniana che, a parer suo, erano più riprovevoli e degne
di biasimo: vale a dire, la mancanza di moralismo cattolico
e di estetica poetica, la scarsa disciplina stilistica e
linguistica (gozzi era un purista, membro dell’Accademia
dei Granelleschi, quindi fautore di un linguaggio
letterario modellato rigorosamente sulla lingua di Dante,
Petrarca e Boccaccio), la pericolosità sovversiva dei
programmi di rinnovamento sociale e di rivendicazioni
borghesi portati avanti dai mercanti, dai professionisti e
dai popolani, protagonisti delle commedie goldoniane.
Certo, l’aristocratico Gozzi, che viveva di una modesta
rendita e che scriveva i suoi testi teatrali senza farseli
pagare (come invece faceva il borghese Goldoni, costretto a
guadagnarsi il pane), non poteva agire diversamente. Egli
percepiva tutta la pericolosità ideologica insita nella
Riforma goldoniana, e si rendeva conto che portare sulle
scene, come protagonisti di commedie, gondolieri e pescatori
(come fece Goldoni ne La putta onorata e ne Le
baruffe chiozzotte), significava sconvolgere, già a
livello culturale, l’ordine sociale costituito. Il fatto
che, nelle commedie di Goldoni, i nobili venissero sempre
ridicolizzati e presentati come dei parassiti, dei
prepotenti o degli sfruttatori (ne sono un chiaro esempio il
Cavaliere del Bosco ne La famiglia dell’antiquario,
oppure il Marchese di Forlimpopoli e il Conte di Albafiorita
ne La Locandiera), dava non poco fastidio al
sarcastico conte Gozzi, il quale considerava le
rivendicazioni classiste e gli ideali egualitari della
cultura illuministica “socialmente pericolosi” e “moralmente
ripugnanti”. Per tali motivi (oltre che alle ovvie
rivalità personali tra drammaturghi), tra egli si impegnò,
anima e corpo, nella dura lotta contro la Riforma teatrale
goldoniana, presentandosi quale sostenitore della gloriosa
tradizione teatrale italiana delle Maschere (che Goldoni
aveva gradualmente abolite dalle sue commedie) e, al tempo
stesso, come spietato avversario della cultura
razionalistica e progressista dell’Illuminismo, che combatté
utilizzando l’allegoria delle fiabe e l’enigmaticità arcana
dei personaggi fantastici della favolistica popolare (non a
caso la sua maggiore fonte di ispirazione fu Il
Pentamerone, ovvero Lo cunto de li cunti, la
grande raccolta di favole e di fiabe campane di Giambattista
Basile, fantasioso scrittore del Seicento). Risultato: le
Fiabe Teatrali del Gozzi ebbero un successo
strepitoso e riuscirono, sebbene solo per qualche decennio,
ad oscurare l’ormai affermato astro goldoniano. Il
pubblico veneziano, aristocratico e popolare, mostrò di
gradire assai più i drammi fiabeschi di Gozzi piuttosto che
le commedie borghesi di Goldoni, tanto che i teatri dove le
Fiabe Teatrali venivano rappresentate erano
letteralmente presi d’assalto da un pubblico desideroso di
fiabe e di magie. Deluso, amareggiato e risentito per lo
scarso successo della sua Riforma borghese del teatro,
l’avvocato Carlo Goldoni, nel 1762,a accettò l’invito dei
comici italiani in Francia e partì alla volta di Parigi,
lasciando così il Gozzi padrone assoluto dei palcoscenici
veneziani, il quale continuò a scrivere commedie fiabesche
sino al 1765, e poi, nei decenni successivi, commedie di
cappa e spada, molto avventurose, che andavano decisamente
incontro al gusto del pubblico dell’epoca. Però, egli
stesso, nella sua biografia intitolata Memorie Inutili,
confessò che il periodo letterariamente più stimolante e più
avvicente della sua vita, fu quello in cui polemizzò con il
Goldoni e con l’abate Chiari, vivendo una stagione di
creatività letteraria e di polemiche teatrali senza
precedenti, stagione che rimpianse anche quando rimase
l’unico indiscusso dominatore dei palcoscenici veneziani,
dopo la partenza del Goldoni per Parigi e il ritorno
dell’abate Chiari nella nativa Brescia. Carlo Gozzi
morì a Venezia nel 1806, dopo aver scritto le Memorie
Inutili, affranto e amareggiato a causa
dell’abbattimento della Repubblica Serenissima da parte
delle armate rivoluzionare di Napoleone Bonaparte e della
successiva cessione di Venezia all’Austria, con il
famigerato Trattato di Campoformio ricordato dal Foscolo
nelle sue Ultime lettere di Jacopo Ortis. I suoi
ultimi anni furono quindi assai tristi, pieni di amarezza,
di solitudine e di nostalgia: il piccolo mondo nel quale era
sempre vissuto, la gloriosa e millenaria Repubblica del
Leone, era scomparso per sempre, cancellato d’un colpo da un
trattato di pace tra gli invasori francesi e i nuovi
dominatori austriaci. Un nuovo mondo stava nascendo dallo
sconquasso causato dalla Rivoluzione Francese e dalla bufera
napoleonica, un mondo che il conservatore e reazionario
conte Carlo Gozzi non poteva né capire né accettare, un
mondo nel quale, egli, si sentiva assolutamente estraneo,
fuori luogo, in totale disagio, proprio come lo erano i suoi
personaggi fiabeschi quando entravano in contatto con la
concretezza quotidiana della realtà. Eppure, lo
strepitoso successo delle Fiabe Teatrali (che
riscossero applausi entusiasti anche in Austria e in
Germania, dove vennero tradotte e rappresentate) fu una
delle più stupefacenti e mirabolanti vittorie che, in campo
letterario e teatrale, la fantasia e il fiabesco riuscirono
a riportare sul realismo e sulla quotidianità
dell’esistenza, così tanto magistralmente, invece, incarnata
nelle commedie borghesi di Carlo Goldoni. Oggi, le
Fiabe Teatrali si possono leggere nella splendida
collezione dei Classici Rizzoli, oppure nell’edizione di
Bulzoni Editore, mentre le Novelle e una scelta delle
Lettere sono leggibili nell’edizione della casa editrice
veneziana Marsilio Editori. |
|
 |
|
Pietro Aretino
(1492 – 1556) Il pornografo
flagellatore di Principi e Pontefici
|
 |
Fottiamci, anima mia,
fottiamci presto,
poiché tutti per fotter nati siamo; e se tu ‘l
cazzo adori, io la potta amo, e sarìa ‘l mondo un
cazzo senza questo.
Sonetti Lussuriosi, Sonetto I
|
Nonostante il
passare dei secoli e i cambiamenti di gusto, stile e mode
letterarie, l’interesse per Pietro Aretino, il più
spregiudicato e il più scandalistico scrittore italiano del
primo Cinquecento, resta invariato, il che testimonia, a
oltre cinque secoli di distanza dalla sua scomparsa,
l’eterna validità di questo originale scrittore. Pietro
Del Tura, più comunemente noto come Pietro Aretino, perché
così fu solito firmarsi, nacque nel 1492 ad Arezzo, figlio
di un soldato e di una popolana di non umile famiglia. Il
padre abbandonò la moglie e i figli quando Pietro era ancora
bambino, e la madre divenne amante di un gentiluomo aretino,
un certo Bacci, che si prese a cuore il di lei vivace
figliuolo, lo fece studiare e vista la sua spiccata
inclinazione per l’arte e per la poesia, lo inviò a Perugia,
nella bottega di un pittore, affinché apprendesse i
rudimenti di tale arte. Ma a Perugia, Pietro scoprì la sua
vocazione poetica. Scrisse sonetti, capitoli e canzoni di
intonazione petrarchesca, che pubblicò in un volume
intitolato Opera Nova. Poi, dopo un breve soggiorno a
Siena, ben deciso a tentare la carriera letteraria, si
trasferì a Roma, nel 1517. L’Aretino era un uomo
smodato e libidinoso, amante della buona tavola e delle
belle donne: insomma, un ghiottone, un crapulone, un
frequentatore di taverne e lupanari. Aveva la battuta sempre
pronta, la risata gagliarda, e il suo tono era in perenne
equilibrio tra il canzonatorio e l’adulatorio. Amava far
bisboccia sino a tarda notte, spesso si ubriacava, e non
passava sera senza che andasse, da solo o in compagnia di
allegri puttanieri, in qualche bordello a “cavalcar bagasce”,
come confessò egli stesso. Roma, nel primo Cinquecento,
era una città viziosa e godereccia, dove gli artisti
potevano condurre esistenze scapestrate e irregolari, senza
timore di incorrere in austere punizioni (come poi invece
avvenne verso la fine del secolo, con l’imporsi soffocante
della Controriforma). Infatti, anche i papi, i cardinali e
gli altri prelati, a quell’epoca, non disdegnavano di
sollazzarsi carnalmente con meretrici e prostituti, tanto
che, nelle pasquinate (le celebri satire poetiche
dell’epoca) il Vaticano era definito come uno “squallido
bordello” e un “covo di baldracche e puttanieri vestiti di
porpora”. In quell’ambiente a lui così congeniale,
l’Aretino si mise subito in mostra e si fece notare
immediatamente: cercò di ingraziarsi potenti cardinali e
prestigiosi uomini d’affari, scrivendo per loro poesie
encomiastiche in cui ne tesseva pomposamente gli elogi, ma,
al tempo stesso, si dette da fare per conoscere nel più
breve tempo possibile, tutte le più avvenenti meretrici e
tutte le più rinomate taverne dell’Urbe, in modo da tenere
saldamente i piedi in entrambi gli ambienti: quelli
“alti” del potere e della ricchezza, e quelli “bassi” dei
piaceri volgari e dei bagordi da strapazzo. E da tutti e due
questi ambienti trasse ispirazione feconda per le proprie
dissacranti e pungenti opere letterarie (come si può
ampiamente riscontrare dalle Pasquinate, dai
Sonetti Lussuriosi, dalle Commedie, dalle Sei
Giornate). Il suo carattere spiritoso, ilare,
sboccato, sarcastico, libidinoso, ridanciano, lo fece presto
benvolere dal ricco finanziere Agostino Chigi, il quale gli
fece da mecenate. Così, sotto la protezione di un tale
mecenate, Pietro Aretino iniziò a frequentare sia gli
ambienti nobiliari e sia quelli ecclesiastici, divenendo di
casa sia alla corte pontificia, sia nelle nobili dimore dei
cardinali altolocati e degli aristocratici con cui il Chigi
intratteneva ottimi rapporti di affari. E in tutti questi
ambienti, lo scurrile poeta toscano riuscì a trovare
amicizie, protezioni e ricchi compagni di bagordi, di orge e
di lascivi piaceri carnali. Ma il meglio della sua
ispirazione poetica, l’Aretino la ottenne dalla lunga
frequentazione dei trivi e dei postriboli, dove conobbe a
fondo, in tutte le sue infinite e complesse sfaccettature,
l’umanità sanguigna e sensuale delle meretrici, degli
ubriaconi e degli avventurieri di ogni risma. E la sua
frequentazione dei bordelli e dei lupanari fu così intensa e
così profonda, tanto che divenne un vero e riconosciuto
esperto nell’arte del meretricio (esperienza che trasferirà
poi nei suoi celebri dialoghi puttaneschi, le già citate
Sei Giornate). A Roma, Aretino scrisse un’opera in
versi, purtroppo andata perduta, di cui si conosce solo il
titolo: Il Regno de la Morte, oltre, ovviamente, alle
centinaia di pasquinate anonime per cui divenne
celebre. Queste poesie satiriche feroci, piene di ingiurie e
di termini triviali, venivano appese, anonime, alla statua
mutilata di Pasquino, un residuo scultoreo dell’epoca
ellenistica, al cui torso i poeti satirici appendevano i
loro componimenti in versi, estremamente critici verso i
Papi e i personaggi della Corte pontificia. L’attività
di Aretino come pasquinaro, iniziò probabilmente nel
1521, alla morte di Leone X, pontefice che aveva protetto
Aretino, ospitandolo a corte. Aretino, alla corte del Papa,
si era fatto molti nemici, e con la morte di Leone, temeva
fosse eletto papa qualche cardinale a lui avverso, che non
gli avrebbe riconfermato gli stessi privilegi di cui godeva
sotto il papa mediceo. Così, Aretino iniziò a scrivere
violente pasquinate, piene di sarcasmo e insulti, contro i
porporati che, all’interno del Conclave, gli erano più
ostili. L’elezione di Papa Adriano VI, un cardinale
fiammingo che egli detestava, lo indusse a continuare i suoi
attacchi poetici contro la Curia e il nuovo pontefice,
facendo così aumentare il numero dei suoi avversari. Dal
1522 al 1525 l’esistenza di Pietro Aretino fu più che mai
turbolenta e pericolosa, in quanto la sua attività di poeta
satirico, pur rendendolo famoso tra il popolo romano, gli
alienò molte simpatie alla corte pontificia. Nemmeno la
morte di Adriano VI e l’elezione a papa di un altro Medici,
Clemente VII, fu sufficiente a migliorare la sua posizione.
Nel frattempo, aveva scritto diverse opere importanti, come
i Sonetti Lussuriosi e i Dubbi Amorosi (poesie
pornografiche in cui cardinali, monaci e monache vengono
descritti come puttanieri, sodomiti e meretrici), e la
celebre commedia La Cortigiana. Nel luglio del
1525, in seguito alla divulgazione di una nuova serie di
feroci pasquinate nelle quali fu riconosciuto lo stile
aretinesco, il poeta (che era da poco tornato da un viaggio
a Mantova) fu aggredito da un sicario prezzolato, un certo
Achille Della Volta, inviatogli contro dal datario
pontificio, il cardinale Giovan Matteo Giberti: lo scrittore
reagì all’aggressione e si difese piuttosto bene, sebbene
rimanesse ferito al costato e sfigurato in viso, tanto che
riuscì a mettere in fuga il pur violento e sanguigno
assalitore. Invano il poeta si appellò al nuovo Papa per
ottenere giustizia: non ottenne risposta, ragion per cui,
qualche giorno dopo, lasciò per sempre Roma, profetizzando
per la città un lugubre futuro di sventura e di morte (e in
questo fu davvero profeta, in quanto, nel 1527, i
lanzichenecchi germanici calarono sull’Urbe e la
saccheggiarono orribilmente) e dirigendosi nuovamente alla
volta di Mantova, dove si mise al seguito del suo amico
Giovanni dalle Bande Nere, che combatteva per gli Imperiali,
al servizio della signoria mantovana. Poi, nel 1526, alla
morte di Giovanni, perito in seguito ad una ferita in
combattimento, si mise al servizio dei Gonzaga, per i quali
iniziò a scrivere il poema Marfisa. A Mantova compose
anche la celebre e divertente commedia dal titolo Il
Marescalco. Forse, nella città dei Gonzaga, Aretino
avrebbe potuto trovare una buona sistemazione, ma la sua
irrefrenabile lussuria lo portò prima a sedurre e ad abusare
di alcune damigelle di corte, poi, ad adescare dei
giovinetti, con i quali si abbandonò ad atti inverecondi di
libidine sodomitica. A questo punto, il Marchese Federigo
gli fece intendere che alla corte di Mantova non c’era posto
per letterati-avventurieri come lui, e così, Aretino fu
nuovamente costretto a fare fagotto. Nell’aprile del
1527, raggiunse Venezia dove era stato preceduto dalla fama
delle sue opere letterarie e delle sue pasquinate. Nella
Repubblica Serenissima, Aretino trovò molti protettori,
oltre che il porto franco della nascente industria
editoriale, e ciò lo indusse a fermarsi nella città
lagunare, anche perché vista la fama di poeta che ormai lo
circondava, aveva la ferma intenzione di fare stampare dai
celebri editori veneziani tutte le sue numerose opere in
verso e in prosa. A Venezia, il poeta toscano strinse
rapporti di amicizia con il Doge Andrea Gritti e con il
pittore Tiziano Vecellio, e si trovò a proprio agio in
quell’ambiente letterario così vivace e frizzante,
caratterizzato da una fervida attività tipografica. Il
poeta si invaghì a tal punto di Venezia e delle sue
bellezze, tanto che non la lasciò più. Acquistò una casa sul
Canal Grande e si dedicò alacremente all’attività
letteraria, scrivendo poemi come L’Orlandino,
dialoghi puttaneschi come quelli delle Sei Giornate,
e quelli accademici de Le carte parlanti e del
celebre Dialogo delle Corti, la tragedia Orazia,
commedie quali La Talanta, Il Filosofo, L’Ipocrito,
centinaia di Lettere, nonché molte opere di carattere
religioso quali Il Genesi, La Passione di Gesù,
I Tre Libri dell’Umanità di Cristo, La Vita
di Maria Vergine. Come ho accennato, Venezia, a
quell’epoca, era la capitale italiana della stamperia: vi si
trovavano i migliori tipografi e i migliori editori, come il
celebre Aldo Manuzio, e fu proprio nella città lagunare che
l’Aretino fece stampare la maggior parte delle sue opere,
seguendo tutte le procedure di stampa con meticolosità e
pungolo maniacale, in particolare l’epistolario, le opere
religiose, le commedie e i dialoghi, con le quali
costruì la sua notevole fortuna letteraria. Ma anche
nella quiete godereccia di Venezia, l’Aretino non smise di
scrivere sonetti mordaci e poesie satiriche contro i vari
potenti dell’epoca, tanto che, pur di far tacere la sua
penna velenosissima, capace di scaricare infamia e vituperio
su chiunque prendesse di mira, re e imperatori,
aristocratici e alti prelati si “comprarono” la benevolenza
di Pietro Aretino inviandogli doni preziosi, regali sontuosi
e ingenti somme di denaro (l’imperatore Carlo V gli passò
pure una sorta di pensione mensile, quale ricompensa per i
suoi alti meriti letterari e per la sua politica
filo-imperiale). Queste, sommate ai proventi che gli
giungevano dalle vendite dei suoi libri (in particolare le
opere religiose) consentirono al poeta di condurre
un’esistenza agiata e spensierata. Uomo lussurioso,
prodigo, amante dei piaceri carnali, dei bei vestiti, degli
agi e della buona tavola, della crapula e delle orge, Pietro
Aretino trasformò la sua casa veneziana in una sorta di
postribolo dove si alternavano in soggiorni più o meno
lunghi, avvincenti meretrici, cortigiane fallite,
saltimbanchi e giocolieri, ubriaconi e lestofanti, attori
affamati, poeti in cerca di fortuna, mercanti, puttanieri,
uomini d’arme e avventurieri di ogni risma. E in mezzo a
tutta questa allegra compagnia di baccanti e di artisti
bizzarri (tra cui il celebre poeta campano Niccolò Franco),
di prostitute e di intrallazzatori, Aretino visse
gagliardamente, immerso nei piaceri più sfrenati (sesso a
tutto spiano, colossali abbuffate di cibo e feste pressoché
continue) e in una attività letteraria che non conobbe
soste, sino al 1556, anno in cui morì. Ma anche la sua
morte fu una sorta di beffa del destino: infatti, Aretino
morì per il troppo ridere, dopo aver visto una scimmia che,
portata nel suo palazzo da un mercante giunto dall’Oriente,
si era infilata nei suoi stivali e camminava goffamente
incespicando e cadendo in continuazione. A furia del troppo
ridere, mentre si trovava circondato dalle sue prostitute e
dai suoi buffoni, gli si strappò una vena nel petto e il
gagliardo poeta delle pasquinate se ne andò all’altro mondo
sghignazzando e spasimando, a causa di una inarrestabile
emorragia interna. Pietro Aretino, con il suo gusto della
maldicenza e dello scandalo, riuscì a intimorire i potenti
dell’epoca e a farsi mantenere da essi, ma, al tempo stesso,
a livello intellettuale, condusse un’aspra battaglia contro
il classicismo pedantesco, il petrarchismo, l’aristotelismo,
il bembismo, rivelandosi uno scrittore acuto, mordace,
brillante ed originale, che fece delle tematiche sessuali
volte in satira uno dei suoi argomenti prediletti. Oggi,
delle sue opere, sono facilmente leggibili le Lettere
(edite da Rizzoli) e le Commedie (edite da Mursia),
nonché i dialoghi delle Sei Giornate e i Sonetti
Lussuriosi, pubblicati in numerose edizioni, anche
tascabili. Dunque, ad oltre cinquecento anni dalla
nascita., Pietro Aretino fa ancora parlare di sé, continua a
suscitare interesse e curiosità, le sue opere migliori
continuano a vendersi, e anche il cinema si è più volte
interessato della sua figura. Prodigi, questi, di uno
scrittore veramente immortale! |
|
 |
|
Giovanni Papini
(1881 – 1956) L’anima più lacerata del
cattolicesimo italiano del Novecento
|
 |
E mi gettai a capofitto in tutte le
letture che mi suggerivano
le
mie pullulanti curiosità o i titoli de’ libri che
trovavo in altri libri visti nelle vetrine e sui
barroccini e intrapresi allora, senza esperienza,
senza guida, e senza un qualsiasi disegno, ma con
tutto il furore e l’impeto della passione, la vita
dura e magnifica dell’onnisapiente.
Un
uomo finito, Capitolo Terzo.
|
Giovanni Papini
nacque a Firenze, nel 1881, da una famiglia di modeste
condizioni, e morì, sempre nel capoluogo toscano, nel 1956.
Sin da bambino mostrò un carattere scontroso, solitario,
introverso. Il padre, ateo, massone, repubblicano, manteneva
la famiglia con i proventi di una bottega da falegname. La
madre, cattolica, fece battezzare il figlio segretamente,
per non urtarsi con il marito, ma Papini, sin dalla
giovinezza, mostrò uno spiccato interesse per le scienze e
le filosofie religiose. Lettore precocissimo, lesse uno
dopo l’altro tutti i libri del padre, e questa sua passione
smodata per la lettura continuò inesausta anche durante gli
anni delle elementari e delle superiori. Papini era un
lettore onnivoro: letteratura, filosofia, religione, storia,
poesia, estetica, tutto veniva letto e memorizzato dalla sua
mente prodigiosa. Egli voleva leggere tutto, sapere tutto,
conoscere tutto: la lettura era per lui una sorta di
alimento fisico, che non conosceva requie. Divorava i libri
come fossero noccioline, leggendoli uno dopo l’altro, anche
se si trattava di tomi consistenti di 700 od 800
pagine l’uno. La sua passione smodata per la lettura era una
specie di frenesia, la quale, ben presto, trovò una compagna
altrettanto smodata in un’altra grande e travolgente
passione: quella per la scrittura. Nel 1895, scrisse il
suo primo racconto, intitolato: Il leone e il bimbo.
Tra il 1896 e il 1897, insieme al compagno di scuola, Ettore
Allodoli, realizzò e scrisse due rivistine: “La Rivista” e
“Sapientia”. Nel 1898 strinse amicizia con Giuseppe
Prezzolini e Ercole Luigi Morselli: con il primo restò amico
per tutta la vita, condividendo con lui avventure letterarie
e imprese culturali. Intanto, tra il 1900 e il 1902,
insegnò dapprima italiano all’Istituto Inglese di Firenze,
poi fu assunto come bibliotecario al Museo di Antropologia.
Anche negli anni della maturità, Papini mantenne il suo
carattere scontroso e polemico, burbero, incline alla
diatriba e alla tenzone verbale, diventando una sorta di
“guerrigliero intellettuale” e di vero e proprio “corsaro
della penna”. Era indubbiamente una persona difficile da
frequentare, piuttosto polemica, permalosa, litigiosa,
decisamente molto superba e caratterizzata da un orgoglio
smisurato. Forse, fu anche a causa di questi aspetti del suo
carattere, se ebbe poche schiette amicizie e se visse, più
che altro, da solitario, sdegnoso nei confronti del mondo
così meschino e dell’umanità sorda ed ottusa che sembrava
non capire e non accettare la titanica grandezza della sua
anima assetata di assoluto, di verità supreme e di giustizia
universale. Nel 1903 uscì il primo numero de “Il
Leonardo”, una delle riviste più interessanti tra quelle
ideate e redatte da Papini insieme all’amico Prezzolino, che
continuò ad essere edita sino al 1907. Nel 1906 pubblicò il
suo primo libro, intitolato: Il crepuscolo dei
filosofi, e, nello stesso anno, un altro volume, dal
titolo: Il tragico quotidiano. Sempre nel 1906
soggiornò a Parigi per due mesi, dove ebbe modo di
frequentare artisti e scrittori come Gide, Picasso, Sorel.
Nel 1907 sposò una ragazza di Bulciano, paese della campagna
Toscana, Giacinta Giovagnoli, dalla quale ebbe due figlie, e
nello stesso anno pubblicò il libro di racconti Il pilota
cieco. Nel 1909 Papini conosce il padre del Futurismo
italiano, Filippo Tommaso Marinetti, e per qualche anno
aderì allo spirito letterario dei Futuristi, partecipando
anche alle serate che i futuristi organizzano a Firenze.
Nel 1911, però, la sua irrequietezza spirituale lo portò a
fondare una nuova rivista: “L’anima”, in collaborazione con
Giovanni Amendola. La rivista, dai forti contenuti
spirituali, venne edita, purtroppo, soltanto per un anno, a
causa degli elevati costi di stampa. Intanto, Papini si
era ritirato con la famiglia a Bulciano, in un piccolo
podere di proprietà della famiglia della moglie. Ivi, nella
quiete della campagna toscana, si dedicò ad una febbrile
attività letteraria: curò una collana di classici della
mistica per l’editore Carabba, scrisse opere come L’altra
metà e La vita di Nessuno, e anche uno dei
suoi capolavori, vale a dire quella sorta di diario
spirituale e letterario intitolato Un uomo finito,
che venne pubblicato nel 1912. L’anno successivo, insieme
a Prezzolini, fondò una rivista prestigiosa, “Lacerba”, alla
quale collaborarono i maggiori scrittori italiani
dell’epoca, tra cui Serra, Slataper, Croce, Soffici, che
venne edita sino al 1915, anno in cui l’Italia partecipò
alla Prima Guerra Mondiale. Frattanto, Papini aveva
scritto e pubblicato un libro intitolato Gesù Peccatore,
nel quale si potevano già notare le anticipazioni della
crisi spirituale e della conseguente conversione religiosa
che, nel 1919, lo portò ad aderire totalmente al
cattolicesimo. Durante i terribili anni della Grande
Guerra, al contrario di quanto fecero Marinetti, D’Annunzio,
Ungaretti, Slataper e Serra, Papini non andò in trincea, non
potendo partecipare agli eventi bellici a causa della forte
miopia che lo tormentava. Ma dal 1915 al 1918 scrisse molte
opere: saggi, poesie, racconti, tra cui i volumi
Pragmatismo, Buffonate, Cento pagine di poesia,
Opera prima, Stroncature, Polemiche
religiose, L’uomo Carducci, mostrando una
creatività e una prolificità davvero prodigiose ed
eccezionali. Nel 1918, anche in seguito agli orrori
della guerra, la sua crisi religiosa si fece più acuta. Nel
1919 aprì il suo cuore a Cristo e si convertì al
cattolicesimo. Il 19 agosto dello stesso anno iniziò a
scrivere una delle sue opere più famose: Storia di
Cristo, che fu pubblicata in volume nel 1921 e che
ottenne un grande successo, vendendo, in un anno, la cifra
strepitosa, per quei tempi, di settantamila copie. Nel 1922,
il libro fu tradotto in francese, spagnolo, polacco e
portoghese, e Papini diventò celebre, a livello europeo,
come scrittore cattolico. Nello stesso anno, Mussolini
formò il suo primo governo. Papini guardava con interesse al
fenomeno fascista, un interesse che diventerà simpatia
aperta soprattutto a partire dal 1929, quando, con la firma
dei Patti Lateranensi, il fascismo divenne il principale
interlocutore politico della Chiesa cattolica. Intanto,
Papini continuava a scrivere e pubblicare altre opere:
Pane e vino, Gli operai della vigna, Sant’Agostino,
I nipoti d’Iddio, Eresie letterarie. Nel
1933 vinse il prestigioso Premio Firenze con il volume di
saggi danteschi intitolato: Dante vivo, ottenendo
anche l’ammirazione di Mussolini, che gli riconobbe le sue
grandi qualità letterarie. Nel 1935 venne nominato
professore di Letteratura italiana all’Università di
Bologna, ottenendo la stessa cattedra che era stata del
Carducci, ma si vide costretto a rifiutare a causa dei gravi
problemi di vista causatigli dalla forte miopia. Pubblicò,
intanto, Ritratti stranieri, Il sacco
dell’Orco, Poesie in prosa, Poesie in versi,
La pietra infernale, spaziando dalla narrativa alla
lirica e dalla saggistica alla critica letteraria. Nel
1938 iniziò a collaborare alle pagine culturali de “Il
Corriere della Sera”, mentre tra il 1939 e il 1940, reso
angosciato e inquieto dallo scoppio della Seconda Guerra
Mondiale, incominciò a scrivere opere imponenti, quasi di
carattere epico-apocalittico, come le Lettere agli uomini
e il Giudizio Universale. Nel 1942 si recò in
Germania, a Weimar, per partecipare al Convegno della Unione
Europea degli Scrittori, e il suo intervento gli suscitò il
plauso e l’approvazione di Mussolini. L’anno seguente, con
la caduta del regime fascista, la firma dell’Armistizio e
l’inizio della sanguinosa guerra partigiana, per Papini ebbe
inizio un periodo assai brutto. A causa delle sue simpatie
fasciste era sempre più isolato, mentre il suo tacito
appoggio alla Repubblica Sociale Italiana lo rese detestato
dalle bande partigiane operanti in Toscana. Dopo il
barbaro e brutale assassinio di Giovanni Gentile, ad opera
dei partigiani comunisti, Papini sentì che il clima, nel
Paese, diventava sempre più cupo e più ostile. Inquieto,
timoroso per sé e per la sua famiglia, rifiutò la Presidenza
dell’Accademia d’Italia, offertagli dal governo della RSI e
si rifugiò nel podere di Bulciano. Ma attorno a Bulciano
ferveva la lotta tra le bande partigiani e le milizie
fasciste e tedesche: allora Papini cercò protezione nel
Convento della Verna, e nel luglio del 1944, divenne
terziario francescano con il nome di Fra’ Bonaventura.
Sempre nello stesso anno si rifugiò ad Arezzo, nel palazzo
del vescovado, per sfuggire alle persecuzioni delle
fanatiche bande partigiane (che gli avevano fatto esplodere
con la dinamite il podere di Bulciano e gli avevano
saccheggiato e devastato l’appartamento a Firenze, per un
chiaro atto di ignobile vendetta contro le sue idee
filofasciste), e intanto seguitava a scrivere: proseguì il
Giudizio Universale, ma compose e fece pubblicare
anche opere come Racconti di gioventù,
Cielo e Terra, L’imitazione del Padre. Nel
1945, con la fine della Guerra, terminò le Lettere agli
uomini, che furono pubblicate l’anno successivo. Sempre
nel 1946, fondò la rivista “L’Ultima”. Sconvolto dalle
atrocità della Guerra, dall’orrore della bomba atomica e
dalla distruzione abbattutasi sull’Italia, Papini si chiuse
sempre più in se stesso, cercando conforto nella preghiera e
nella vita monastica. Anche le sue condizioni di salute si
aggravano sempre più, e gli anni dal 1945 al 1956 furono per
lui di sofferenza e di grandi amarezze. A partire dal
1952 divenne quasi cieco. Faceva fatica a parlare, non
riusciva più a scrivere e si trovò dettare le proprie opere,
ma continuò a produrre libri. Nel 1953 vide la luce il
saggio intitolato Il Diavolo (criticato anche dalla
Chiesa cattolica), nel 1954 Il concerto fantastico,
nel 1955 Strane storie e La loggia dei busti.
In quegli anni difficili e tormentati, da buon cattolico
qual era, si schierò ideologicamente a fianco della
Democrazia Cristiana, sempre più convinto che la lotta
contro la barbarie ideologica del marxismo-leninismo, del
bolscevismo e dello stalinismo, dovesse essere condotta,
oltre che con la politica, anche con un nuovo rinnovamento
culturale, una sorta di nuova palingenesi che avrebbe dovuto
rafforzare e rendere più estese e più salde le radici
cristiane e cattoliche della nostra gloriosa cultura.
Nonostante i gravissimi problemi alla vista, continuò a
collaborare con “Il Corriere della Sera”, dettando articoli
molto lucidi, pungenti, mordaci, soprattutto contro il
dilagare dell’ideologia comunista nel nostro Paese, non
smettendo di inviare articoli a giornali e riviste sino, in
pratica, al giorno della sua morte, avvenuta l’8 luglio
1956. Nel 1957 venne pubblicato postumo il Giudizio
Universale, nel 1958 La seconda nascita. Altri
inediti continuarono ad essere pubblicati sino al 1966, anno
in cui furono editi anche i due volumi di Scritti Postumi.
Purtroppo, oggi, solo un ristretto numero delle sue
moltissime opere è stato ripubblicato in moderne edizioni.
Il nome di Papini è pressoché sconosciuto al lettore medio e
gli insegnanti di letteratura raramente lo fanno studiare ai
loro allievi. Davvero un grande smacco alla memoria di uno
tra i più geniali e mordaci intellettuali italiani del
Novecento! |
|
 |
|
Niccolò Franco
(1515-1570) Il poeta blasfemo emulo
dell’Aretino
|
 |
Qui non istorie, bei tappeti o arazzi
veder si ponno, né
cantar divino,
che
fa gli Orlandi furiosi e pazzi. Non di Damasco,
né di panno fino addobbati versetti, ma sol cazzi,
che torrebben la foia all’Aretino.
Priapea, Sonetto al Lettore.
|
Niccolò Franco,
spregiudicato poligrafo e irriverente intellettuale
avventuriero, nacque a Benevento nel 1515 e morì a Roma nel
1570, giustiziato sul patibolo ad opera del nefando
Tribunale della Santa Inquisizione. Pur essendo venuto al
mondo in una famiglia dalle scarse possibilità economiche,
il Franco ottenne i rudimenti di una discreta educazione
umanistica (latino, filosofia, letteratura) dapprima dal
padre, e poi dal fratello Vincenzo. Sin da adolescente
rivelò un ingegno precoce e un carattere sprezzante e
ribelle, insofferente di ogni disciplina e di ogni autorità.
Attratto irresistibilmente dalla poesia e dalla letteratura,
pensò di utilizzare queste forme di espressione artistica
per farsi un nome e conquistarsi un posto alla corte
partenopea del Viceré spagnolo. La sua fu, essenzialmente,
una formazione da autodidatta, anche se fu il padre ad
avviarlo allo studio della lingua latina, studio che
proseguì poi sotto la guida del fratello, e infine da solo,
in quanto nutriva per essa una spiccata inclinazione
naturale. Lesse di tutto, divorando uno dopo l’altro
dapprima tutti i libri della modesta biblioteca di famiglia,
e poi tutti quelli che riusciva a procurarsi, nelle botteghe
e sui banchi dei rigattieri: disprezzava decisamente la
letteratura accademica e classicistica e prediligeva,
invece, le opere di autori salaci e dissacranti quali il
Boccaccio, il Pulci, il Berni, il Burchiello, il Lasca, il
Folengo oltre, ovviamente, a quelle del celebre Pietro
Aretino. Sin dall’adolescenza, però, emerse il suo
temperamento iroso, sanguigno, passionale, collerico e
vendicativo, che lo condusse a vivere un’esistenza
scapestrata e ribelle, frequentando taverne e postriboli,
alternando amori ancillari e orge da lupanare con vere e
proprie passioni omosessuali, rivelando sempre un’indole
bizzosa, sfottente, mordace, libidinosa, facile all’ira e
caratterizzata da un’eloquenza provocante e irriverente.
Trasferitosi, nel 1535, dalla nativa Benevento a Napoli, per
cercare fortuna, tentò di ingraziarsi l’alta nobiltà
partenopea e ispanica con l’intento di farsi assumere al
servizio di qualche nobile mecenate che lo tenesse presso di
sé in qualità di poeta e di cortigiano. Scrisse e fece
stampare a proprie spese un volume di altisonanti e
raffinati epigrammi latini, intitolato Hisabella, nei
quali celebrò ed esaltò i pregi e la bellezza
dell’affascinante nobildonna Isabella di Capua, moglie del
Viceré spagnolo. Ma, nonostante la perfezione di questi
versi latini, ottenne poco più di qualche lode, una manciata
di monete d’oro e alcuni non reiterati inviti alla sfarzosa
corte napoletana (dove egli, invece, avrebbe ambito
collocarsi in maniera definitiva). Si spostò allora,
l’anno seguente, a Venezia, città cosmopolita e ricca di
opportunità per ogni letterario-avventuriero, anche perché,
nella città lagunare, esisteva la più rinomata editoria di
tutta Italia. E che a Venezia un letterato potesse fare
davvero fortuna, lo dimostravano gli esempi di due tra i
maggiori scrittori del Rinascimento italiano: Pietro Bembo e
Pietro Aretino, entrambi di casa nella Serenissima
Repubblica del Leone. A Venezia, Franco compose e fece
stampare Il Tempio d’Amore, un poemetto galante,
scritto in ottave, dedicato al Doge, nel quale esaltò con
grande adulazione, le bellezze e le virtù di tutte le più
seducenti nobildonne della Serenissima. Fattosi
conoscere, in tal modo, nell’ambiente letterario veneziano,
non tardò a diventare grande amico, compagno di bagordi e
confidente fraterno del celebre poeta e poligrafo toscano
Pietro Aretino, il quale si era trasferito a Venezia sin dal
1527, divenendo in breve tempo uno degli intellettuali più
influenti e più ricchi della città. Aretino, conquistato
dalla facondia licenziosa e dal temperamento esuberante e
mordace del Franco, lo assunse come suo segretario e lo
volle come compagno di bisbocce e di orge nella sua grande
casa affacciata sul Canal Grande, dove, quasi ogni giorno,
offriva feste e banchetti in cui si avvicendavano meretrici,
poeti, cortigiane, pederasti, mercanti, marinai, letterati e
avventurieri di ogni sorta. Il Franco restò al servizio
dell’Aretino per tre anni, dal 1536 al 1539, svolgendo
mansioni di segretario e di copista (in particolare, doveva
aiutarlo a raccogliere materiale per la stesura delle opere
religiose, siccome il poeta toscano era pressoché digiuno in
lingua latina, mentre il Franco, come ho accennato, la
padroneggiava perfettamente), accompagnando il poeta toscano
nelle sue avventure erotiche e nelle sue smargiassate di
taverna e seguendolo nelle sue insonni notti brave in cui,
ai sollazzamenti di postribolo e di osteria, alternavano
micidiali goliardate e stravaganti beffe che li resero
celebri in tutta Venezia. I temperamenti dei due poeti,
però, erano troppo simili per consentire loro di andare
d’accordo a lungo: erano entrambi vanitosi, prepotenti,
iracondi, boriosi, maldicenti, desiderosi di primeggiare e
di essere al centro dell’attenzione, e, inoltre, il Franco
era visceralmente invidioso nei confronti dell’Aretino.
Così, iniziarono a litigare furiosamente, giungendo ben
presto ad accapigliarsi e a lanciarsi reciprocamente
velenosi e feroci ingiurie, rivelando l’uno i vizi e le
debolezze dell’altro, forti del fatto di aver condiviso tre
anni di sregolatezze e di sconcezze senza limiti. Il
Franco voleva eguagliare l’Aretino, tentava di emularlo, ma
siccome si sentiva letterariamente e artisticamente
inferiore al grande poeta toscano, non perdeva occasione per
denigrarlo e canzonarlo, cercando sempre di mettersi in
mostra e di porre in cattiva luce quel suo pur generoso
protettore. Il successo della prima parte delle
Lettere dell’Aretino, pubblicate nel 1537, indusse
l’astioso Franco a scrivere le Epistole Volgari,
pubblicate alla fine del 1538, nel vano tentativo di emulare
il rivale. Nello stesso anno venne pubblicata una infamante
Vita di Pietro Aretino, sconcia e vituperevole biografia
scritta da un oscuro letterato viterbese, tale Fortunio
Spira, il quale, però, difendendosi epistolarmente dai
velenosi attacchi con cui lo assalì l’Aretino, affermò che
le notizia più squallide e più infamanti da egli riportate
nella biografia, le aveva apprese, tramite lettera, dal suo
amico… Niccolò Franco! Fu allora che l’Aretino intuì che
il suo segretario intendeva offuscargli la fama e il
prestigio di cui godeva nella città lagunare, e perciò,
senza indugi, nei primi mesi del 1539, lo cacciò malamente
di casa, tirandogli dietro la sacca con i suoi abiti e il
suo scartafaccio di manoscritti. Allora il Franco, gli
vomitò addosso una serie impressionante di insulti e di
scurrilità di ogni genere, tanto che il volto iracondo
dell’Aretino divenne più rosso d’un peperoncino piccante. Fu
in quel frangente che un devoto ammiratore del poeta
toscano, un tale Ambrogio Degli Eusebi, presente sulla scena
del litigio, ritenendo che il Franco avesse passato il
segno, mise mano al pugnale e con un fendente gli sfregiò il
viso. Furibondo, il Franco fuggì dalla casa
dell’Aretino, lanciando maledizioni, invettive, e giurando
una sanguinosa vendetta. Ma l’Aretino, a Venezia, aveva
amici potenti, perciò qualcuno consigliò il Franco di
andarsene alla svelta dalla Serenissima, prima che qualche
sbirro lo arrestasse o che qualche ignoto sicario portasse a
compimento l’aggressione mortale iniziata da Ambrogio Degli
Eusebi. Perciò il Franco, pochi giorni dopo, si decise a
lasciare per sempre Venezia. Dapprima riparò a Casale
Monferrato, dove aveva dei conoscenti, ma non gli riuscì di
trovare ospitalità stabile, ragion per cui riprese il suo
peregrinare e raggiunse Mantova, dove, accompagnato dalla
sua fama di poeta in latino, fu bene accolto alla corte dei
Gonzaga. Ma, nonostante l’ospitalità dei signori di
Mantova, il Franco era iroso, accigliato, taciturno, mosso
dall’astio e da un insopprimibile desiderio di rivalsa nei
confronti del detestato Aretino. Tra i due poeti, diventati
acerrimi nemici, iniziò così una ferocissima polemica che
andò avanti per parecchi anni, sino alla morte dell’Aretino
(avvenuta nel 1556), con al pubblicazione, da parte di
entrambi, di versi e di prose contenenti reciproche ingiurie
e infamie di ogni genere, degeneranti sempre più nel
turpiloquio e nella invettiva ad insulti fine a se stessa.
Bramoso di seppellire il rivale sotto un cumulo di insulti,
il Franco scrisse dapprima le Rime contro l’Aretino,
nelle quali accusò il toscano di essere un prepotente, un
sodomita, un ipocrita borioso e uno scialacquatore folle.
L’Aretino, allora, gli rese pan per focaccia, scrivendo e
facendo pubblicare i Sonetti contro il Franco,
nei quali lo ingiuriò bollandolo come pitocco, insolente,
scroccone, puttaniere, screanzato, inetto, ingrato
rammollito e fannullone. Allora, ancora più astioso e
inviperito, il Franco replicò con la composizione e la
pubblicazione della Priapaea (così intitolata in
onore del dio latino della fertilità, Priapo, raffigurato
con un fallo enorme e smisurato) una raccolta di ben
duecento sonetti pornografici in cui dipinse il suo
ex-protettore e mecenate come uno stupratore di fanciulle,
un pervertito, un pedofilo, e, infine, un impotente afflitto
dalle più repellenti malattie veneree. Ma il Franco non
poteva gareggiare con l’Aretino: questi scrisse di meno, ma
i suoi sonetti risultarono così pungenti e graffianti, tanto
che questa singolare tenzone di insulti in rima (se così può
essere definita) fu, da tutti i letterati dell’epoca,
giudicata vinta da Pietro Aretino. Durante il soggiorno
mantovano, quando non era impegnato a schiumare di rabbia
scrivendo poesie contro l’odiatissimo rivale, il Franco
trovò anche il tempo di scrivere versi in elogio dei Gonzaga,
che lo ospitavano: e, infatti, proprio a quel periodo risale
la composizione delle Rime Marittime, in cui il poeta
esalta la civiltà classica, la mitologia e l’ospitalità
sontuosa della corte mantovana. Sempre a Mantova, il
Franco conobbe Giuseppe Cantelmo, conte di Popoli, su invito
del quale lo seguì dapprima in Calabria e poi in Lucania,
vivendo come suo ospite per parecchi mesi. Poi fece ritorno
a Napoli, entrò nelle grazie del principe di Bisignano e fu
da questi assunto alla sua corte come letterato e poeta in
lingua latina. Il principe lo ammirava molto per la sua
profonda conoscenza della poesia latina, nonché per la sua
lunga diatriba con l’Aretino, e avrebbe voluto tenerlo
presso di sé per sempre, ma il Franco non era uomo da
resistere troppo a lungo nel medesimo posto. Nonostante
avesse scritto molte poesie e molte invettive contro la
Chiesa e il Papato (in particolare contro papa Paolo III
arnese e contro suo nipote Pier Luigi Farnese) nonostante
fosse un incallito bestemmiatore e un dissacratore mordace
della religione, e nonostante gravasse contro di lui un
bando per le beffe e le invettive ingiuriose espresse
a più riprese contro il Tribunale della Santa Inquisizione,
al Franco venne la smania di recarsi a Roma. Lasciò dunque
Napoli nel 1558 (nonostante le suppliche del principe) e
raggiunse l’Urbe. Durante quei primi mesi di soggiorno
romano non mitigò affatto le sue bestemmie e i suoi
atteggiamenti insolenti nei confronti della Chiesa, e così
venne arrestato per blasfemia e rinchiuso in carcere per
oltre venti mesi, dove fece dura esperienza del terribile
sistema penitenziario dello Stato Pontificio, fatto di celle
lerce, cibo disgustoso, promiscuità con assassini e
stupratori, pestaggi, torture, sporcizia e degrado di ogni
genere. Ma la sua fama di poeta latino continuava ad
accompagnarlo: scarcerato dietro intervento del cardinale
Giovanni Morone, il Franco fu accolto nella dimora dell’alto
porporato e ospitato in qualità di poeta e letterato.
Così, per compiacere al suo nuovo protettore e ripagarlo
dell’ospitalità generosa che gli offriva, il Franco si
prestò a scrivere prose infamanti, piene di menzogne e
bassezze triviali contro il defunto pontefice Paolo IV e
contro il nipote di questi, il potente cardinale Carlo
Carafa, di cui il cardinale Morone era acerrimo e risoluto
avversario. Le prose infamanti dal Franco furono così
efficaci e così letali, tanto che il cardinale Carafa venne
condannato dal tribunale pontificio per oscenità,
comportamento indegno e vizi infamanti, ovviamente, con
grande soddisfazione del suo porporato protettore. Sotto
la protezione del Morone, il Franco continuò la sua solita
vita dissoluta, tra bordelli, taverne, teatri e risse da
trivio. Si rendeva conto, però, che l’atmosfera era
decisamente mutata: si era ormai in piena Controriforma e il
potere papale non intendeva più concedere tanta libertà e
indipendenza agli artisti e ai letterati, come invece aveva
fatto nei primi decenni del Cinquecento. Perciò, a sua
insaputa, il Franco incominciò ad essere pedinato dagli
sbirri pontifici, le sue invettive ingiuriose contro la
Chiesa cattolica non passarono più inosservate e le sue
bestemmie e il suo comportamento inverecondo, scandaloso e
ribelle, iniziò ad alienargli le simpatie anche di quei
pochi prelati e porporati che pure lo ammiravano per la sua
dotta cultura latina. Infine, nel 1568, il nuovo
pontefice, Pio V, decise che non era più possibile, per
l’autorità pontificia, tollerarare a Roma la presenza di un
libertino bestemmiatore e irriverente come il Franco. A
sollecitare questa sua decisione furono anche i parenti del
cardinale Carafa, i quali insistettero per fargli
revisionare il processo che aveva portato alla condanna del
cardinale. Fu così che per ordine del Papa, le guardie
pontificie arrestarono il Franco, mentre si trovava in una
taverna di Trastevere, a bere e ad amoreggiare in compagnia
di due prostitute. Incatenato come un volgare malfattore, il
Franco fu condotto in prigione e affidato agli uomini del
Tribunale della Santa Inquisizione: il suo calvario durò due
lunghi anni, nel corso dei quali fu sottoposto a brutali
interrogatori, forse anche alla tortura, e detenuto in una
cella umida e inospitale, dove patì il freddo, la fame, la
sete, gli scherni e le violenze dei carcerieri. Poi, al
termine di un lunghissimo processo che vide confermargli le
accuse di bestemmiatore, eretico, sodomita e nemico della
Santa Madre Chiesa, il Franco, nel 1570, fu condannato a
morte ed impiccato sul ponte che conduce a Castel
Sant’Angelo: il suo cadavere fu lasciato appeso al cappio
per parecchi giorni, affinché la sua tragica fine servisse
quale monito per tutti coloro che, utilizzando l’arte della
penna, osavano criticare il potere assoluto dei Papi (in
primis, gli odiati autori delle celebri poesie anticlericali
note, sin dai tempi del soggiorno romano di Pietro Aretino,
con il nome di pasquinate, in quanto venivano appese alla
statua di Pasquino). Nonostante questa vita balorda,
insofferente di ogni autorità e di ogni regola, che lo
condusse a girovagare per l’Italia intera, il Franco, tra il
1550 e il 1568, scrisse parecchie opere interessanti, quali
i Dialoghi Piacevoli, il trattato anti-classicista
intitolato Il Petrarchista, le Rime, le
Lettere, la celebre Priapea, oltre alle già
citate opere in versi composte per denigrare l’odiato Pietro
Aretino. Quella del Franco fu dunque un’esistenza
temeraria e trasgressiva, profondamente ribelle, in continua
lotta contro il potere della Chiesa, caratterizzata da un
utilizzo della poesia e della letteratura come strumento di
ribellione intellettuale. Le sue opere letterarie sono
importanti perché in forte polemica con la poesia
classicista cinquecentesca, in particolare con le concezioni
letterarie di autori come Pietro Bembo, Giangiorgio
Trissino, Giovanni Della Casa, Baldassar Castiglione, che
furono classicisti per eccellenza e strenui difensori
dell’imitazione dei modelli petrarchesco e boccaccesco.
La poesia di Niccolò Franco è pregna di vitalismo sanguigno,
esalta le gioie della libertà sessuale e della trasgressione
erotica, e rivela un’insofferenza insopprimibile nei
confronti dell’autorità e del dispotismo, clericale o
secolare che fosse… In essa non troviamo sonetti
petrarcheggianti che celebrano le bionde chiome di donne
angeliche o i dolci sguardi di diafane veneri celestiali,
ma, piuttosto, poesie caratterizzate da un linguaggio
scurrile e triviale che cantano gli ardori del sesso
sfrenato, le avventure sessuali di cortigiane e meretrici, i
bagordi libertini e privi di remore (e in questo, è
indubbio, si avverte una forte influenza della poesia di
Pietro Aretino, la quale esercitò sul Franco un innegabile
fascino). L’avversione del Franco per la cultura
accademica e classicistica fu spietata: il Bembo, il
Castiglione e il Della Casa, furono, per lui, i
rappresentanti di una assurda cultura elitaria,
aristocratica, avulsa dalla realtà concreta e dalla
sanguigna vita del popolo, una cultura fittizia che doveva
essere combattuta risolutamente. Così come dovevano essere
combattuti il Petrarca e il petrarchismo (che per
tutto il Cinquecento venne considerato supremo maestro di
poesia): e non a caso il poeta di Arezzo fu oggetto dei suoi
strali velenosi e delle sue prose dissacranti… Peccato
che oggi, della vasta produzione letteraria del Franco, si
possa leggere ben poco! Oltre ad essere uno scrittore ignoto
al grande pubblico, il Franco (a differenza di altri
“minori” del Cinquecento) è stato anche trascurato molto da
quella piccola editoria che pure, in questi decenni, ha
ripubblicato opere anche di scrittori poco celebri. L’ultima
edizione della Priapea, per esempio, risale al 1916,
ed è ormai pressoché introvabile. Una breve scelta delle sue
migliori poesie si può leggere nel volume antologico
Poesia italiana. Il Cinquecento, edito da Garzanti nella
collana “I grandi libri”, mentre, recentemente, la casa
editrice veneziana Marsilio ha pubblicato il Dialogo del
venditore di libri. Davvero troppo poco per una voce
scapestrata e ribelle come quella di Niccolò Franco!
|
|
 |
|
Giovan Battista Andreini
(1576 – 1654) L’infaticabile scrittore
della Commedia dell’Arte
|
 |
La virtù, altissimo
signore, è quella che fa l’uomo meritevole del nome
di
signore; anzi, la virtù è quella che rende pari al
maggiore del mondo il più basso uomo che viva.
Pendono da uno solo e da una istessa fonte tutti
i viventi; e cadono dal Cielo pari di nobiltà
l’anime ne’ nostri corpi. Tutti i virgulti della
vita umana vengono da un ceppo, tutti siamo frondi
d’una istessa pianta, che cadiamo egualmente nel
generale autunno della morte.
Lo
Schiavetto, Atto Quinto, Scena Nona.
|
Giovan Battista
Andreini nacque a Firenze nel 1576 (o, forse, nel 1579) e
morì a Reggio Emilia nel 1654 (le date, purtroppo, non sono
sicure). Fu figlio d’arte, in quanto i suoi genitori
erano due tra i più celebri attori comici italiani del
Cinquecento: la veneziana Isabella dei Canali e Francesco
Andreini, che impersonava la celebre maschera del Capitan
Spavento da Vallinferna. Sin dalla più tenere età,
Giovan Battista frequentò l’affascinante mondo del teatro,
in quanto i suoi celebri genitori erano artisti che non si
levavano mai i costumi e che recitavano indefessamente,
tanto sulle tavole del palcoscenico quanto nella vita
quotidiana. Seguendo la vita itinerante di Isabella e
Francesco, che si spostavano di corte in corte e di teatro
in teatro per allestire i loro spettacoli, Giovan Battista
li seguì nelle loro peregrinazioni a Pisa, a Ferrara, a
Venezia, e a Bologna. In quest’ultima città, trascorse gli
anni che vanno all’incirca dal 1580 al 1590, studiando sotto
la guida di alcuni precettori sia materie umanistiche, sia
materie scientifiche, ma rivelando già una precoce
disposizione per la letteratura (adolescente, imparava a
memoria decine di ottave dei più celebri poemi
cavallereschi, dal Morgante al Furioso, dall’Amadigi
alla Gerusalemme). Nel 1594, attratto
irresistibilmente dal teatro e desideroso di seguire le orme
dei genitori, si unì alla celebre Compagnia dei Gelosi,
per la quale recitavano Isabella e Francesco, diretta dal
famoso Flaminio Scala. Gli fu assegnato il ruolo
dell’innamorato, ruolo che egli impersonò alternativamente
con i nomi di Lelio e di Florindo. Intanto, però, Giovan
Battista aveva già dato prova delle sue spiccate doti di
scrittore: dopo aver composto decine di sonetti, stanze e
capitoli, aveva iniziato a scrivere canovacci per il teatro
delle Maschere, ma il suo principale interesse teatrale, in
quei movimentati anni giovanili, era caratterizzato dalla
tragedia. La lettura e l’attento studio delle migliori
tragedie cinquecentesche, in particolare quelle del Giraldi
Cinzio, lo aveva spinto ad ideare e a scrivere una tragedia
dal titolo Florinda. La compose, assai probabilmente,
tra il 1599 e il 1601, ma la pubblicò solo nel 1604,
dedicandola alla moglie Virginia Ramponi, sposata a Milano
un paio di anni prima, anch’ella attrice della Compagnia dei
Gelosi, interprete della parte di innamorata con il nome,
appunto, di Florinda. Questa tragedia fu rappresentata per
la prima volta nel 1603, a Firenze, nel teatro
dell’Accademia degli Spensierati. Intanto, a partire dal
1601, subito dopo aver sposato Virginia, Giovan Battista si
era deciso a formare una propria compagnia teatrale, quella
dei Fedeli, in quanto voleva procedere autonomamente in
campo comico e teatrale senza dover sottostare alle
decisioni di un capocomico puntiglioso e meticoloso quale
era Flaminio Scala. Giovan Battista Andreini aveva un
carattere fantasioso, allegro e schietto, era un gran
sognatore e riusciva a vedere il lato comico di ogni cosa,
tanto nel teatro quanto nella vita reale. Il suo
temperamento era solare, ilare, tendente verso l’idilliaco,
incline al riso arguto, alla battuta spiritosa, al libero
manifestarsi dei sentimenti e delle passioni. La poesia e il
teatro erano i suoi due grandi amori: egli era nato per
scrivere, per comporre poesie, per inventare commedie,
tragicommedie e favole boscherecce in cui ritrarre la varia,
tumultuosa e strabiliante umanità che il gran teatro del
mondo gli proponeva ogni giorno davanti agli occhi.
Stimolato dal dirigere una compagnia teatrale tutta sua e
sollecitato dal fatto che il pubblico dell’epoca voleva
vedere rappresentate sempre nuove opere, Giovan Battista
iniziò a scrivere come un forsennato, componendo, nell’arco
di un cinquantennio, poemi sacri, melodrammi, tragedie,
sacre rappresentazioni, poemi drammatici, commedie,
drammi pastorali e tragicommedie, che lo resero famoso e
stimato per tutto il secolo. Tutta la sua vita fu un
continuo alternarsi tra lo scrittoio e le tavole del
palcoscenico, dove le commedie, le tragedie, i drammi sacri
e le favole pastorali che andava componendo, prendevano
forma compiuta, recitate e messe in scena da attori
professionisti quali erano, appunto, quelli che formavano la
Compagnia dei Gelosi. Andreini fu un letterato preciso e
puntiglioso, che ricercava una perfezione formale assoluta,
non soltanto nei testi drammatici e comici che scriveva e
faceva rappresentare in teatro, ma anche in quelli che dava
alle stampe, fossero essi poemi, poesie oppure opere di
letteratura drammatica. Celebri furono le sue sfuriate
nei confronti di tipografici e capocomici che non mostravano
sufficiente rispetto nei confronti delle sue opere. Per
esempio, la prima edizione della Florinda, stampata a Genova
nel 1604, fu distrutta dall’Andreini stesso in un empito
incontenibile di rabbia, dopo essersi accorto che il
tipografo gli aveva stampato l’opera senza correggere i
numerosi errori di stampa. Furibondo, Andreini distrusse
decine di copie dell’opera facendoli a pazzi, altre copie le
scagliò rabbiosamente contro lo stampatore e i suoi garzoni,
bersagliandolo con una pioggia di libri squarciati e
lacerati. In un’altra occasione, a Parigi, avendo
appreso che un editore clandestino aveva stampato a sua
insaputa, una brutta edizione della sua opera teatrale
intitolata La Centaura, si precipitò come una furia
nella stamperia dell’editore, prese del liquido infiammabile
e lo gettò sulle casse che contenevano le copie dell’opera
appena stampata, appiccandovi il fuoco e bruciandole tutte.
Insomma, quando si trattava di dover difendere le sue opere
e di far valere le sue ragioni nei riguardi di stampatori ed
editori disonesti e senza scrupoli, Andreini non si fermava
di fronte a nulla e non aveva paura di niente e di nessuno.
Nel 1604, a Lione, morì Isabella, e Giovan Battista, al
pari di tanti altri celebri letterati, tra cui il Marino, il
Testi e il Chiabrera, ne pianse amaramente la precoce
scomparsa, in quanto assai legato alla madre, oltre che per
il profondo affetto filiale, anche per l’impareggiabile
bravura artistica che, al pari degli altri, le riconosceva.
Sempre nello stesso anno, Andreini compone l’opera dal
titolo La Saggia Egiziana, un dialogo in versi
sciolti scritto in elogio dell’arte scenica. Inoltre, la
Compagnia dei Fedeli entra a servizio del Duca di Mantova,
Vincenzo I Gonzaga, il quale la stipendia affinché
rappresentino spettacoli solo per lui e per la sua corte. I
Fedeli restano a Mantova per due anni, allestendo per i
Gonzaga decine di spettacoli teatrali. Poi, stancatisi della
corte mantovana, si uniscono alla Compagnia degli Accesi,
diretta dai coniugi Cecchini (Pier Maria Cecchini era noto
sulle scene con al maschera di Frittellino, un servo
scaltro ed arguto, creato sul modello della maschera di
Arlecchino) e si recano, con questi, a Milano, dove
recitano, di fronte alla nobiltà lombarda e spagnola (che
domina l’antico Ducato), la Florinda e altre commedie
di Andreini. Nel 1608, in seguito ad un violento litigio
tra gli Andreini e i Cecchini (sembra che Giovan Battista
avesse scoperto Pier Maria Cecchini a letto con sua moglie
Virginia) i Fedeli e gli Accesi si dividono. I primi tornano
a Mantova, i secondi restano a Milano. In occasione
delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia,
Giovan Battista scrive La Turca, una commedia
marittima e boschereccia, che viene stampata, in quello
stesso anno, a Casale Monferrato. Per sfogare la
frustrazione che lo lacera, dopo aver scoperto la tresca
sessuale tra la sua bella Virginia e il Cecchini, Giovan
Battista si getta a capofitto nell’ardore creativo:
scrive molte rime e la commedia L’Idropica, che viene
subito recitata ottenendo uno strepitoso successo. Nel 1610
Fedeli ed Accesi tornano a recitare insieme alla corte
sabauda di Torino, ma già alla fine dell’anno, Andreini e
Cecchini riprendono a litigare furiosamente, sembra per
questioni di soldi. Dopo una brusca litigata finita a
schiaffi, insulti e sputi in faccia, Andreini e Cecchini si
dividono per sempre, prendendo strade diverse. Nel 1611
i Fedeli intraprendono una lunga stagione di recite che li
porta a Firenze, a Bologna, a Milano. E proprio a Milano,
nel 1612, Andreini fa stampare la divertente commedia
intitolata Lo Schiavetto, che viene accolta con
successo in molte città italiane. Tra il 1613 e il 1614,
i Fedeli sono a Lione e a Parigi, invitati a recitare alla
corte di Francia, in particolare al Louvre, a Fontainebleau
e a Saint-German. Il sovrano francese stipendia
personalmente la compagnia e paga Andreini affinché scriva
nuove opere teatrali. Ma il prolifico commediografo,
durante il soggiorno francese, è colto da una crisi
religiosa: si mette a leggere la Bibbia e le opere dei Padri
della Chiesa, e tralascia i soggetti comici e profani per
quelli sacri. Nel volgere di un solo mese scrive L’Adamo,
una sacra rappresentazione, il cui manoscritto originale
viene regalato dall’autore alla regina Maria de’ Medici.
Il famoso Tristano Martinelli, che nella Compagnia dei
Fedeli impersona il ruolo di Arlecchino, non accetta questa
“sterzata religiosa” che Andreini impone alla compagnia:
litiga con lui, si rifiuta di recitare nell’Adamo e,
durante una feroce discussione, getta fuori dalla finestra
la copia della Bibbia che Andreini gli porge. Poi, il
Martinelli abbandona i Fedeli e ritorna in Italia, seguito
da altri tre attori. Andreini, sua moglie Virginia e gli
altri attori, invece, restano in Francia, accolti alla corte
del Duca di Lorena, dove si fermano sino alla fine del 1615.
Nella primavera del 1616, i Fedeli sono nuovamente in
Italia, alla corte di Alessandro Pico, principe di
Mirandola, per il quale recitano la nuova opera religiosa
scritta da Andreini, la Maddalena, tratta dal suo
omonimo poema sacro. Si tratta di un’opera alla quale
Andreini tiene tantissimo, tanto che la scrive prima in
ottave, come poema, e poi la sceneggia in forma drammatica,
sempre in versi, , facendola poi musicare, nel 1618, dal
celebre musicista cremonese Claudio Monteverdi. L’opera
viene recitata in tutta Italia, da Venezia a Bologna, da
Mantova a Parma, ma anche a Genova e a Torino. Intanto,
Andreini ha visioni mistiche: ritiene che sia il suo angelo
custode ad ispirargli i suoi scritti sacri, sente intorno a
sé, mentre compone, il profumo soave della Beata Vergine
Maria, prosegue la lettura dei Padri della Chiesa, affronta
lunghe disquisizioni teologiche con sacerdoti e frati
predicatori, scrive molte rime religiose. Poi, nel 1619,
improvvisamente, come riavutosi da una sorta di delirio
sacro, abbandona le opere mistiche e torna alle commedie
profane: scrive La Venetiana (una commedia d’amore
ambientata nella città lagunare) e l’anno successivo, scrive
la divertente commedia Lelio bandito, riservando per
sé la parte del protagonista. Entrambe queste opere vengono
recitate con successo a Venezia, Mantova e Milano. In questo
stesso periodo, la vita coniugale di Giovan Battista e
Virginia conosce nuovi momenti di focosa passione, tanto che
vengono persino sorpresi ad amoreggiare sotto le tavole dei
palcoscenici. Alla pubblicazione di queste due opere
segue la stampa del poema drammatico Il Mincio Ubbidiente,
scritto per celebrare l’avvio di una costruzione di
ingegneria sul fiume Mincio. Ma la fama dei Fedeli continua
ad attrarre i regnanti d’oltralpe: la regina di Francia
rivuole Andreini e i suoi comici a Parigi, ragion per cui,
nel 1621, i Fedeli tornano nella capitale francese. La
regina stipendia la compagnia ma, in cambio, vuole opere
nuove, scritte apposta per la sua corte. Infervorato da ciò,
Andreini si mette subito al lavoro e, in un solo anno,
scrive ben quattro commedie: La Sultana, La
Ferinda, Amor nello Specchio, Li duo
Leli simili. Tutte e quattro vengono rappresentate più
volte a corte, con grande successo, ma anche nelle residenze
private di aristocratici facoltosi, i quali fanno a gara per
avere i Fedeli nelle loro sontuose residenze. A Parigi,
Andreini conosce l’editore Delavigne, e presso di lui stampa
le quattro nuove commedie, nonché una nuova opera drammatica
bizzarra e innovativa, intitolata La Centaura,
composta in tre atti, ciascuno dei quali dedicato ad un
preciso genere teatrale: la commedia, la favola pastorale,
la tragedia. Le opere stampate sino accolte
favorevolmente dal pubblico, la compagnia viene lautamente
pagata dalla corte e gli affari vanno a gonfie vele per
Andreini e per i Fedeli. Ma la nostalgia dell’Italia si fa
sentire, così, nel 1623, i Fedeli si rimettono in viaggio e
tornano in patria. Appena varcate le Alpi, si fermano a
Torino, dove allestiscono una serie di rappresentazioni in
onore di Luigi XIII e del monarca sabaudo, recitando un
Prologo in lode di Luigi XIII e dei Savoia, composto
appositamente per l’occasione. Poi proseguono verso Venezia.
Intanto, anche durante il lungo e faticoso viaggio,
Andreini non ha smesso di scrivere: a Parigi aveva iniziato
la composizione di due commedie, le quali, nel corso del
viaggio, vengono portate a termine: Le due commedie in
una commedia e La campanaccia. Ma,
contemporaneamente, Andreini scrive anche due poemi sacri
La Divina Visione e La Tecla, rivelando
nuove inquietudini religiose e nuove bramosie di misticismo.
A Venezia, le due nuove commedie vengono rappresentate con
grandissimo successo di pubblico, e Andreini viene osannato
in tutti i teatri dove si rappresentano le sue opere
comiche. Però, i più autorevoli membri del clero della città
lagunare, lo criticano per le sue commedie piene di intrighi
amorosi, di amori tormentati, di frizzi e di lazzi in cui
primeggiano le figure degli zanni: lo apprezzano invece come
poeta sacro e vorrebbero che si limitasse solo a scrivere
poemi e drammi religiosi. Andreini ricade così in una
profonda crisi spirituale, crisi che costringe la sua
sensuale moglie a mettere in atto tutte le strategie della
seduzione femminile per distoglierlo dalla balzana idea di
abbandonare il teatro e di entrare in convento. E proprio
per distrarlo da queste sue inquietudini, i Fedeli, tra la
fine del 1624 e l’inizio del 1625, ripartono per la Francia,
su invito della Regina, la quale li rivuole a corte.
Ma a Parigi, autorevoli religiosi e austeri scrittori
bigotti avviano furibonde polemiche letterarie contro la
Commedia italiana e le compagnie teatrali che propongono il
teatro delle Maschere, accusando i Comici di immoralità e di
scarsa attenzione per i problemi etici e la corretta
educazione dei giovani. Punto sul vivo, Andreini scende
in campo in favore del teatro comico italiano, scrivendo i
Tre Ragionamenti, ovvero il Teatro Celeste,
cioè, tre dotti dialoghi sul teatro, in cui rivendica il
valore, la dignità e le qualità educative della Commedia
italiana. Ma la polemica non si placa, i bigotti e i
clericali continuano a dargli battaglia, e allora Andreini
decide di lasciare Parigi e raggiungere Praga, in Boemia, su
invito dell’Arcivescovo boemo, cardinale d’Harrach, il quale
gli assegna una pensione annua. A Praga, nonostante il
paese sia coinvolto nella sanguinosa Guerra dei Trent’Anni,
Andreini allestisce rappresentazioni dell’Adamo e
della Maddalena, a cui assiste il cardinale. E sempre
nella città boema, Andreini fa ristampare la Maddalena,
che viene opportunamente dedicata al cardinale d’Harrach.
Poi, nel 1628, Andreini e i Fedeli si recano alla corte
imperiale di Vienna, su richiesta dell’Imperatore Ferdinando
II, dove allestiscono una serie di spettacoli comici che
ottengono uno strepitoso successo, con molte
rappresentazioni delle migliori commedie di Andreini. E
anche alla corte viennese, i Fedeli ottengono laute
ricompense per la loro grande abilità nel divertire e nel
far conoscere le affascinanti opere della Commedia delle
Maschere. Nel 1630, la compagnia torna in Italia, mentre
infuria una terribile pestilenza. La bella Virginia,
purtroppo, contrae il feroce morbo e si ammala, morendo a
Bologna, dove i Fedeli hanno fatto tappa. Privato
dell’amata moglie, Andreini cade in una tristezza profonda:
si incupisce, diventa malinconico, torna a rifugiarsi nella
lettura della Bibbia. L’anno seguente, scrive un ennesimo
poema religioso, intitolato Il Penitente alla
Santissima Vergine del Rosario, in cui sfoga liricamente
il suo dolore per la perdita dell’adorata consorte. Ma
nel 1632 si riprende dalla crisi, grazie alle sensuali
attenzioni di Virginia Rotari, una piacente donna della
compagnia dei Fedeli (che impersonava il ruolo
dell’innamorata, con il nome di Lidia) che era già stata la
sua amante all’epoca in cui la moglie lo aveva tradito con
il Cecchini. Infuocato dalla nuova passione amorosa
(pare che la Rotari fosse una femmina dalla forte carica
erotica), Andreini scrive per Lidia due commedie
boscherecce: La Rosella, e Li duo baci,
pubblicate entrambe a Bologna, la prima nel 1632 e la
seconda nel 1634. Tutte e due le commedie vennero messe in
scena con notevole successo di pubblico, grazie anche al
fatto che mescolavano il genere comico con quello pastorale.
Ma nello stesso tempo, Andreini non tralascia la poesia, e
compone il poema galante Le cinque rose del giardino di
Berico, pubblicato nel 1633. Nel 1634 Andreini sposa
la Rotari. I suoi rapporti con il duca di Mantova si fanno
tesi, perché il duca vorrebbe i Fedeli sempre a corte,
mentre questi, invece, vanno a recitare le commedie di
Andreini a Verona, a Vicenza, a Venezia, a Milano, restando
lontani da Mantova per lunghi periodi. Sembra che il duca,
seccato, in tale periodo cessasse di corrispondere all’Andreini
la pensione che puntualmente gli versava, costringendo così
la compagnia ad allargare il numero delle recite fuori dai
confini del ducato mantovano. Tra il 1638 e il 1643,
Andreini, fortemente ispirato dall’amore per la sua Lidia,
scrive molte opere: la commedia La Rosa, la favola
pastorale L’Ismenia, il poema L’Olivastro.
Nel 1643, accetta nuovamente un invito alla corte di Francia
e riparte con i Fedeli alla volta di Parigi. Nella capitale
francese scrive e fa rappresentare un Ossequio in
lode della regina Anna d’Austria, poi allestisce molte
rappresentazioni delle sue commedie, scrive La Lilla
piangente, e si ferma nel paese d’oltralpe sino al 1647,
anno in cui entra in urto con il cardinale Mazzarino, il
quale si rifiuta di pagarlo per le sue prestazioni comiche.
Andreini, dapprima, pensa di vendicarsi denigrandolo con
versi satirici, poi, però, ci ripensa, e gli offre in dono
una copia autografa della sua commedia Ferinda. Ma il
cardinale continua a non apprezzare il commediografo, ragion
per cui questi decide di fare ritorno in Italia. Giunto a
Firenze nel 1651, fa stampare il poema sacro Il Cristo
sofferente, che aveva finito di comporre durante il
viaggio di ritorno. A Milano, invece, fa ristampare la
Maddalena. L’opera viene poi messa in scena a Milano,
dove Andreini si invaghisce della protagonista, la bella
Eularia Coris, con la quale avvia una focosa tresca,
all’insegna della sensualità più sfrenata. Purtroppo, la
moglie scopre la tresca e tra Virginia ed Eularia scoppia
una lite furibonda, che coinvolge lo stesso Andreini.
Amareggiato e sconsolato, nel 1652 il commediografo decide
di ritirarsi dalle scene: lascia la compagnia dei Fedeli, si
riappacifica con la moglie (che gli perdona la libidinosa
scappatella), e si ritira a Mantova, dove ha acquistato
alcuni poderi e dove ha ricevuto il titolo di Capitano di
Caccia delle riserve ducali. Gli ultimi due anni di vita
li trascorre in assoluta tranquillità, scrivendo poesie,
dedicandosi a letture edificanti di opere religiose e
compiendo lunghe passeggiate lungo il Mincio e nelle
campagne delle sue tenute. Il 7 giugno del 1654, mentre
è in viaggio per Bologna (dove, pare, avesse una tresca
amorosa con una avvenente bolognese), muore a Reggio Emilia,
forse per un infarto, in una locanda dove si era fermato per
trascorrere la notte. Di questo geniale e prolifico
poeta e scrittore di teatro, oggi si può leggere pochissimo:
nessuno dei suoi poemi è stato più ristampato, le sue
commedie non vengono più riproposte nei teatri, la critica
letteraria non si occupa da anni della sua smisurata
produzione drammatica. L’unica sua opera ancora
disponibile per la lettura è la commedia Lo Schiavetto,
pubblicata nel volume Commedie dei Comici dell’Arte,
edito dalla casa editrice torinese Utet nel 1982. Davvero
poco rispetto alla sterminata mole di opere scritte dall’Andreini,
un grande del nostro teatro oggi, ingiustamente,
dimenticato! |
|
 |
|
Gabriello Chiabrera
(1552 – 1638) L’avventuroso poeta
barocco antimarinista
|
 |
Sulla
terra quaggiù l’uom peregrino, da diversa
vaghezza spronato a ciascun’ora, fornisce
traviando il suo cammino. Chi tesor brama, chi
procaccia onori, chi di vaga bellezza fervido
s’innamora; altri di chiuso bosco ama gli orrori,
ed in soggiorno ombroso mena i giorni pensoso.
Canzoni Eroiche, Canzone XIII.
|
Il savonese
Gabriello Chiabrera nacque nella città ligure nel 1552 e
morì nella stessa città nel 1638, dopo una vita lunga,
avventurosa, piena di viaggi e di glorie letterarie. Fu
un poeta di indubbie doti artistiche, molto versatile, pieno
d’ingegno e di fantasia, ma ebbe un carattere assai
difficile, rissoso, collerico, che gli provocò non pochi
guai. Quando nacque, il padre, Gabriello, di famiglia
agiata, era morto da quindici giorni. La madre, Gironima,
ancor giovane, bella e molto sensuale, non aveva granché
intenzione di occuparsi del figlio: pare, infatti, che
qualche giorno dopo la sepoltura del marito, avesse già
imbastito una tresca amorosa con un savonese che da qualche
tempo le faceva la corte. Giovanni e Margherita,
rispettivamente fratello e sorella del padre di Gabriello,
visto come andavano le cose, pensarono bene di tenere il
bambino presso di loro, in quanto sospettavano della
condotta indecente della di lui madre. E fecero bene, perché
dopo qualche anno di amori piccanti e clandestini, la
lussuriosa Gironima si sposò con un ricco borghese,
dimenticandosi completamente del figlio. Gabriello viveva
dunque con gli zii, e sin da bambino mostrò un carattere
ribelle, insofferente alla disciplina, polemico e iracondo,
ma, al contempo, si mostrava assai intelligente e desideroso
di apprendimento. Sotto la guida dello zio Giovanni imparò i
primi rudimenti della grammatica, mostrandosi sin da subito
un vorace lettore. Avendo intuito che Gabriello aveva una
spiccata predisposizione per lo studio, lo zio Giovanni, nel
1561, lo condusse con sé a Roma, con l’intento di dargli una
raffinata educazione letteraria. All’epoca Gabriello
aveva solo nove anni, ma il viaggio in vascello, da Savona a
Civitavecchia, e poi a cavallo sino a Roma, gli restò
fortemente impresso nella memoria. Ma l’aria dell’Urbe non
gli fu subito amica, tanto che, pochi giorni dopo l’arrivo
nella città dei Papi, Gabriello si ammalò, dapprima di
febbri e dissenteria, poi di malaria, trascorrendo così
molti mesi a letto, tanto che lo zio incominciò a temere per
la vita del nipote. Comunque, sebbene febbricitante, il
bambino non mancava di mettere in mostra il suo carattere
bizzoso e ribelle, sputando le medicine che i medici
tentavano di fargli prendere, infilando le mani sotto le
sottane della governante con il chiaro intento di levarle le
mutandine, fingendosi morto con la bava alla bocca con il
solo scopo di fra spaventare lo zio Giovanni e di ridere
alle sue spalle. Insomma, il piccolo Gabriello era una vera
peste! Non appena tornò in salute, lo zio lo portò al
Collegio dei Gesuiti, oltre che per dargli una solida
istruzione, anche per sottoporlo ad un regime di disciplina
austera e ferrea che gli quietasse un poco l’esuberante
carattere. Chiabrera studiò presso i Gesuiti romani per
dieci anni, dal 1562 al 1572, anno in cui morì lo zio
Giovanni. Si trattò di un decennio intenso di studi, in cui
approfondì lo studio delle lettere classiche, della lingua
latina, della letteratura patristica e religiosa. Ma furono
anche anni di goliardate e marachelle scandalose, di severe
punizioni e di castighi spietati che, però, non riuscirono a
domare il carattere vulcanico e riottoso dell’insolente
savonese. Durante i lunghi anni di studio presso i
Gesuiti, Chiabrera iniziò a scrivere sonetti e madrigali,
avvicinandosi alla poesia e divorando uno dopo l’altro tutti
i libri di poesia e letteratura narrativa e drammatica
contenuti nella vasta e ben fornita biblioteca del collegio.
Nel 1572, uscito dal collegio con un buon numero di lettere
di presentazione, ma anche avvantaggiato dal fatto che suo
zio Giovanni aveva amici influenti tra l’alto clero e nella
corte papale, il poeta fu assunto in qualità di segretario
dal potente cardinale Cornaro, amico di suo zio e camerlengo
alla corte pontificia. Avendo ereditato i beni dello
zio, visse agiatamente a Roma per quattro anni, sino al
1576, frequentando compagnie di giovani aristocratici e
partecipando a feste, banchetti, balli in maschera e
libidinose avventure in postriboli e taverne. Il suo
carattere litigioso, protervo, e la sua indole maldicente e
prepotente, lo portò spesso a scontrarsi con altri
signorotti fatti della sua stessa pasta, scontri che
iniziavano con sequele di ingiurie e di sonori
schiaffeggiamenti, per poi proseguire a colpi di spada
finché l’arrivo del bargello e dei gendarmi non metteva in
fuga i rancorosi duellanti. Nel 1576, però, venne a
diverbio furibondo con un gentiluomo romano particolarmente
attaccabrighe: questi lo aveva apostrofato in malo modo
mentre attraversava la starda, il poeta gli rispose con una
serie di insulti triviali e di gesti piuttosto sconci, e
allora il nobile romano mise mano alla spada, subito imitato
dal savonese. Ci fu un rapido e feroce duello, scandito da
ingiurie di ogni genere, che ebbe termine con il ferimento
del borioso romano. Si trattò di un ferimento grave, che
condusse poi a morte l’altero aristocratico. Ricercato
per quel ferimento, il giorno seguente, Chiabrera fu
costretto a lasciare Roma in fretta e furia, per non
incorrere nella dura giustizia pontificia, accompagnato da
un servo che in realtà era un bravaccio della peggiore
specie e che gli era stato degno compagno in risse e
gozzoviglie. Raggiunse Civitavecchia e si imbarcò sulla
prima nave diretta in Liguria, ripercorrendo a ritroso il
viaggio in mare che aveva compiuto insieme allo zio parecchi
anni prima. Giunto a Savona, si sistemò nella casa dello
zio, che aveva ereditato, dedicandosi totalmente alla poesia
e alla letteratura, e intervenendo polemicamente nelle
discussioni intorno alla tragedia e al poema eroico. Ma
quando non scriveva, il poeta si impelagava in litigi, risse
e avventure di strada con ubriaconi e prostitute, in cui
dava ampia prova del suo carattere ribelle e dei suoi
atteggiamenti altezzosi e sfrontati. Nel 1579,
ritenendosi offeso da alcuni insolenti concittadini,
spalleggiato dai suoi bravacci, li andò a scovare nella
taverna da essi frequentata e li ingiuriò pubblicamente.
Furono sguainate spade e pugnali e scoppiò una violenta
rissa, nel corso della quale il poeta ferì diversi suoi
rivali. Per tale motivo fu multato e bandito da Savona.
Anche in questo caso, dovette andarsene rapidamente,
portandosi dietro poche cose, tra cui, però, il manoscritto
del poema epico La guerra dei Goti, che aveva
iniziato nella città natale. Lasciata la Liguria,
Chiabrera attraversò la Lombardia e raggiunse il Veneto,
dove soggiornò dapprima a Verona, poi a Padova e a Venezia,
dove si faceva notare per lo scapolare gesuitico che portava
al collo e per le sue frequenti invocazioni a Santa Lucia,
alla quale era fanaticamente devoto e che invocava con
l’epiteto di “celeste avvocata”. Nella città lagunare,
Chiabrera si impelagò in un sacco di diatribe e di astiose
polemiche contro i filosofi razionalisti delle scuole di
Rialto e contro i poeti marinisti, coi quali aveva già
rabbiosamente polemizzato sia a Roma sia a Savona. Ma tra un
litigio e l’altro, tra una polemica e l’altra, nel 1582
trovò anche il tempo di fare stampare il suo poema, che
aveva finalmente concluso, dedicandolo al duca Carlo
Emanuele I di Savoia, il quale prese a benvolerlo. Nel
1585, dopo un altro giro di peregrinazioni in Veneto e
Lombardia, fece ritorno a Savona. Durante i lunghi anni
dell’esilio aveva approfondito lo studio della poesia
classica, si era temprato nelle continue tenzoni poetiche
con i marinisti e aveva ideato tutta una serie di opere
epiche e drammatiche che portò a compimento negli anni
successivi al suo ritorno in patria. Anche il suo
carattere si era placato alquanto: pur restando collerico e
polemico, aveva smesso di gettarsi a capofitto nelle risse
di strada e di frequentare taverne e postriboli dove si
poteva incontrare soltanto persone di malaffare. Al
contrario, si era messo a frequentare prelati e religiosi,
approfondendo in loro compagnia gli studi biblici e
patristici. Nel 1588 pubblicò in tre libri le Canzoni,
composte a partire dagli anni dell’esilio in Veneto, mentre
nel 1590 iniziò a comporre il poema epico Amedeide,
dedicato a Carlo Emanuele I di Savoia, al quale lavorò sino
al 1620, anno in cui l’opera venne finalmente stampata.
Ormai, la sua attività principale era la poesia: ma anche in
questa attività fu estremamente polemico, in quanto la sua
avversione verso il marino e i marinisti lo portò ad
impegolarsi in continue diatribe e tenzoni contro questi
poeti barocchi che disprezzavano il rigoroso classicismo al
quale faceva continuo riferimento il Chiabrera. Ma,
sebbene coinvolto in tutte queste polemiche, il poeta
lavorava alacremente: nel 1591 fece pubblicare le
Canzonette (modellate sull’esempio di Anacreonte), ma
non restò contento dell’edizione a stampa , tanto che venne
alle mani con l’editore. Nello stesso anno, Chiabrera si
recò a Roma, dietro invito di alcuni letterati romani, e
anche nella capitale pontificia denigrò l’edizione delle
Canzonette, accusando pubblicamente l’editore, Lorenzo
Fabri, di essere un asinaccio e un incompetente.
Nonostante i litigi, però, il Fabri continuò ad editare le
opere di Chiabrera, in quanto riconosceva l’alto ingegno del
poeta e la sua sorprendente abilità artistica. Nel 1598
il poeta pubblicò a Firenze, presso il Giusti, cinque
poemetti religiosi: La disfida di Golia, La
Liberazione di San Pietro, Il Leone di David,
Il Diluvio, La Conversione della Maddalena. La
stampa dell’opera fu interamente sovvenzionata da Cristina
di Lorena, della famiglia dei granduchi di Firenze, la quale
era una entusiasta ammiratrice del poeta. Poi, per un
intero anno, si chiuse in casa, concedendosi solo qualche
breve soggiorno a Genova, e compose centinaia e centinaia di
versi, che fece pubblicare l’anno seguente, nel 1599,
dall’editore Pavoni e dal solito Fabri: Le maniere dei
versi toscani, Scherzi e Canzoni morali,
le Rime (che raccolgono in un solo volume tutte le
raccolte precedenti). Nel 1600 venne invitato a Firenze,
per i festeggiamenti delle nozze di Maria de’ Medici con
Enrico IV re di Francia: per l’occasione, Chiabrera compose
il melodramma mitologico Il rapimento di Cefalo, che
venne musicato dal celebre Giulio Caccini. L’opera
ottenne un grandioso successo alla corte medicea, tanto che
il granduca la fece pubblicare a proprie spese, poi nominò
Chiabrera gentiluomo di corte e gli assegnò una pensione
mensile ma senza obbligo di residenza a corte. Si trattava
di altissimi riconoscimenti, che mandarono in visibilio il
poeta, il quale iniziò ad ideare un poema in lode di Firenze
e della dinastia de’ Medici. In quello stesso anno,
Chiabrera si innamorò perdutamente di Lelia Pavese, una sua
cugina, di soli sedici anni. La bella e procace Lelia
sedusse il poeta per gioco, lo fece innamorare, e alla fine
questi, travolto dalla passione e dalla sua irrefrenabile
libidine, la deflorò e la fece sua nel corso di una gita
campestre, offrendosi poi di sposarla per rimediare
all’affronto fatto alla famiglia. Il matrimonio fu
celebrato a Savona nel 1602, un anno particolarmente
drammatico per il poeta, in quanto il fisco romano gli
sequestrò i beni che possedeva nell’Urbe (case e terreni
ereditati dallo zio Giovanni) a causa di certe pasquinate di
cui risultò autore l’amministratore dei beni romani del
poeta. Pare che in alcune di queste pasquinate fosse stato
riconosciuto anche lo stile del Chiabrera, ragion per cui la
punizione fu estremamente severa, e neppure l’alta
protezione accordatagli dal cardinale Cintio Aldobrandini (a
cui il poeta disperato ricorse) riuscì a fargliela mitigare.
Intanto, nello stesso anno, a Firenze, venne pubblicato
il poemetto Herodiade, incentrato sul martirio di San
Giovanni Battista, al quale Chiabrera teneva moltissimo.
Per tentare di dimenticare il dispiacere causatogli dal
sequestro dei beni, il poeta si dedicò alla letteratura
pastorale: nel 1603 compose e fece pubblicare la favola
pastorale Gelopea, nel 1604 la favola boschereccia
Alcippo (modellata sull’esempio dell’Aminta del
Tasso). Contemporaneamente tornò alla poesia religiosa e
scrisse le Rime Sacre, che furono stampate a Padova
da Pier Girolamo Gentile, un nuovo editore conosciuto in
quegli anni. Inoltre, scrisse e fece pubblicare, nel
1603, a Mondovì, Le Vendemmie di Parnaso, briose e
divertenti poesie mitologiche che esaltano il furore
bacchico e la delizia del vino, e che costituiscono una
delle sue più celebri opere poetiche. Poi, nel 1604,
stufo di avere a che fare con editori che vendevano i suoi
libri senza dargli un soldo, decise di diventare editore di
se stesso, e fece pubblicare a Genova, a proprie spese, la
prima parte del volume intitolato Delle poesie di
Gabriello Chiabrera, che raccoglieva parecchie
sue raccolte di versi, in parte già edite tra il 1599 e il
1603. Ma anche l’attività di editore di se stesso non
era aliena da dispiaceri, in quanto si trovò a dover
contrattare e discutere anche per pochi spiccioli con i
librai incaricati di vendere i suoi libri: e così, litigi e
polemiche tornano a farsi prepotentemente sentire nella
turbolenta vita del poeta. Nel 1606 fece stampare la
seconda parte delle Poesie, poi l’anno successivo si
recò a Torino, con in mano la prima versione del poema
Amedeide, scritto in onore di casa Savoia, al quale
aveva lavorato lungamente. Il poema fu letto a corte, alla
presenza del duca Carlo Emanuele I: l’opera, al tempo stesso
epica ed encomiastica, entusiasmò e piacque molto al Duca,
il quale, però, suggerì al Chiabrera alcune modifiche e
alcuni ritocchi, a cui il poeta pose mano immediatamente.
Probabilmente, Chiabrera si sarebbe fermato più a lungo alla
corte di Torino, se non fosse stato per un cortigiano del
Duca che, invaghitosi della bella Lelia, prese a
corteggiarla in maniera alquanto temeraria. Il poeta,
accortosi della tresca, pare abbia schiaffeggiato la moglie
alla presenza del rivale, poi, onde evitare di non cacciarsi
nei guai con un ennesimo duello, decise di lasciare subito
la città subalpina. Recatosi a Firenze, scrisse di getto
una nuova favola pastorale, dal titolo Meganira, e
sette Egloghe, poesie di argomento elegiaco bucolico,
in memoria del suo amico Iacopo Corsi, morto prematuramente.
Entrambe queste opere furono stampate nel 1608. Nello stesso
anno scrisse e fece rappresentare la favola scenica Il
pianto di Orfeo, in onore delle nozze di
Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia. Poi riprese a
lavorare all’Amedeide e, nel 1610, fece ritorno a
Torino, questa volta senza la moglie, presentò al Duca la
seconda redazione del poema e ne ottenne sinceri
apprezzamenti. Intanto, a Venezia si stampavano le Rime
e altre opere composte precedentemente, tra cui la
Meganira e le Egloghe. Nel 1613 scrisse e
fece pubblicare a Venezia il poemetto mitologico Le nozze
di Zefiro, mentre, l’anno successivo, compose e fece
stampare a Mantova, una favola marittima intitolata
Galatea. Nel 1615 fece stampare a Firenze un tomo con
i primi nove canti del poema Firenze, dedicato a casa
de’ Medici, poi, dopo assersi sprofondato nella rilettura
dell’Orlando Furioso, scrisse la tragedia Angelica in
Ebuda. Nel 1617 tornò nuovamente a Torino e presentò
al Duca la terza redazione dell’Amedeide, in quindici
canti, chiedendo anche il parere del celebre poeta francese
Honoré d’Urfé, che in quel periodo si trovava alla corte
sabauda. Durante il soggiorno, nel corso di una
passeggiata in riva al Po, fu preso in giro da un ignoto
poeta piemontese, forse invidioso della stima che Chiabrera
aveva presso il Duca, per la sua Amedeide. Chiabrera,
collerico come sempre, dopo averlo apostrofato con volgari
insulti, gli rifilò una scarica di pugni e lo gettò di peso
nelle gelide acque del Po. Sempre nello stesso anno
compose e fece stampare a Mantova una nuova favola
marittima, intitolata Gli amori di Aci e Galatea. Nel
1619 pubblicò la terza parte delle Poesie, contenente
ben undici poemetti, infine, nel 1620, dopo un lunghissimo
lavoro di revisione, fece stampare a Genova il poema
Amedeide, in venti canti, correndo poi a Torino a
portarne subito al Duca la prima copia autografata. Nel
1622 scrisse e fece pubblicare al tragedia Erminia,
ispirata ad un episodio della Gerusalemme Liberata
del Tasso, l’anno seguente compose e diede alle stampe il
poemetto Le grotte di Fassolo. Alla fine di
novembre ricevette una lettera da papa Urbano VIII il quale
esaltava i valori morali, classici e cristiani della poesia
di Chiabrera. Il poeta esultò come un pazzo, si mise a
saltare e a ballare per Via Spinola, a Savona, dove abitava,
e, entrato in un paio di osterie, per festeggiare il
grandioso evento pagò da bere a tutti gli avventori,
costringendo addirittura due frati predicatori, che
casualmente passavano da lì, ad ubriacarsi e a danzare balli
osceni con le taverniere. Nel 1624 si recò a Roma, per
portare in omaggio al pontefice le copie autografe dei suoi
libri. Nella quiete della campagna romana incominciò a
scrivere i Sermoni. Nel 1625, tornato a Savona,
trovò la città piena di truppe ispano-genovesi, le quali
minacciavano di invadere i territori del ducato sabaudo, nel
corso della Guerra della Valtellina, che vedeva Genova e
Torino schierate su fronti opposti. Le soldataglie
requisivano alloggi e ville, compivano razzie e stupri, ma
Chiabrera riescì ad ottenere dal Senato genovese uno
speciale privilegio, in virtù dei suoi meriti poetici,
grazie al quale fu esentato dal dare ospitalità in casa sua
a ufficiali e soldati dell’armato ispano-genovese. Restò
comunque assai impressionato dal clima di guerra: temeva che
i soldati potessero ucciderlo e violentargli la moglie,
ragion per cui si chiuse in casa, tornò alle letture
patristiche e bibliche, iniziò a scrivere la Vita scritta
da lui medesimo, il poemetto Chirone, le
Ballatelle e le Canzonette scritte alla maniera
di Pindaro. L’anno successivo, allontanatasi da Savona la
tempesta della guerra, Chiabrera riprese più serenamente la
sua attività letteraria. Entrato in polemica con alcuni
fanatici poeti petrarchisti che lo accusarono di aver
abbandonato la tradizione del Petrarca, Chiabrera li avversò
scrivendo il saggio Discorso sopra il sonetto del
Petrarca, che inserì poi nei Dialoghi dell’arte
poetica. Nel 1627 pubblicò a Firenze il primo tomo
dell’edizione definitiva delle Poesie, facendo uscire
a distanza di pochi mesi i successivi tomi, giungendo fino
al 1628, anno in cui pubblicò il quarto tomo. Nello stesso
anno diede alle stampe il poema Firenze in quindici
canti. Poi, per due anni, sino al 1630, si dedicò solo alla
composizione dei Sermoni, giungendo a scriverne
ventisei. Intanto, tutte queste pubblicazioni gli
procurarono buone entrate in denaro, alle quali il poeta
poteva aggiungere le pensioni elargitegli dal Duca sabaudo e
dal Granduca mediceo. Riuscì così farsi costruire una
sontuosa villa a Legino, vicino a Savona, sul terreno di un
ampio podere acquistato in precedenza Nello stesso
periodo, gli ritornava prepotente l’ispirazione
epico-cavalleresca: sin dal 1628 aveva iniziato a scrivere
due poemi epici, uno intitolato Ruggero e l’altro
intitolato Foresto, la cui composizione procedeva
solerte man mano che andavano avanti i lavori della villa di
Legino. Quelli furono anni austeri per il poeta: ormai
disprezzava i fugaci amori della gioventù, le notti
scapestrate, le avventure erotiche e le risse di strada. Era
tutto preso dalla sublimità della religione e della poesia,
e passava le sue giornate del tutto intento a pregare, a
leggere e a comporre versi. Nel 1635, preso da uno
scrupolo di coscienza, volle bruciare gli Scherzi,
canzonette giovanili modellate sull’esempio di Anacreonte,
ma poi, decise di regalare quei manoscritti all’amico
aristocratico Pier Giuseppe Giustiniani, ingiungendogli,
però, di non pubblicarli finché egli era in vita. Nel
1637 pubblicò una nuova edizione del poema Firenze,
ma ormai si sentiva vecchio e stanco, e voleva portare a
termine le opere ancora incompiute, che erano ancora molte.
Tra il 1637 e il 1638, nella quiete della sua villa di
Legino, scrisse la tragedia Ippodamia, riordinò tutte
le sue Lettere (raccogliendole in un unico corposo
manoscritto), ricopiò i Dialoghi dell’Arte Poetica,
portò a termine i Sermoni, giunti al numero di
trenta, nei quali profuse molte riflessioni sull’esistenza,
sui valori della vita, sulla poesia, la fede, l’amore, quasi
si trattasse di una sorta di testamento spirituale in versi
colloquiali. La morte lo colse il 14 ottobre 1638, nella
città natale, alla veneranda età di ottantasei anni, mentre
era allo scrittoio, intento a rivedere i manoscritti delle
opere da pubblicare, in particolare il Ruggero e il
Foresto, ai quali teneva moltissimo. Fu sepolto nella
cappella di famiglia, nella Chiesa di san Giacomo de’
Riformati di San Francesco, a Savona, dove è visitabile
tuttora. Del Chiabrera si può leggere una bella scelta
delle sue poesie nel volume, ormai introvabile se non in
biblioteca, intitolato Liriche, pubblicato dalla Utet
nel 1926, oppure la più recente edizione Opere di
Gabriello Chiebrera e lirici non marinisti del
Seicento, pubblicata nel 1973, sempre dalla Utet di
Torino. Inoltre, la casa editrice Guanda ha pubblicato
in un unico volume, nel 1995, una raccolta di versi dal
titolo Maniere, scherzi e canzonette morali,
mentre la casa editrice Leo Olschki, di Firenze, nel 2003 ha
pubblicato un’ampia scelta delle Lettere, che copre
gli anni che vanno dal 1585 al 1638. Anche in questo
caso, davvero troppo poco, per uno scrittore della levatura
di Gabriello Chiabrera. A quando un’edizione completa,
filologicamente corretta e ben curata, dei poemi, dei
dialoghi, delle opere teatrali, dell’Autobiografia e
dei Sermoni? A qualche generoso editore di buona
volontà l’ardua e onerosa sentenza. |
|
 |
|
Giambattista Casti
(1724 – 1803) Un abate libertino poeta
cesareo alla Corte di Vienna
|
 |
Ebben
ascolta è questi un uomo unico al mondo, è
primo tomo senza il secondo, è un capo
d’opera, è uno stupor.
Teodoro in Corsica, Atto Primo, Scena Sesta |
Giambattista
Casti, ultimo di quattro fratelli, nacque ad Acquapendente,
in provincia di Viterbo, nel 1724, e morì a Parigi nel 1803.
I suoi genitori, Francesco Casti e Francesca Pegna,
appartenevano a due pie famiglie borghesi di impiegati dello
Stato Pontificio, che avevano dato parecchi uomini alla
Chiesa, tra cui il più celebre era un certo Carlo Casti,
canonico della Basilica del santo Sepolcro di Acquapendente.
Giambattista, animato sin da bambino da una smisurata
sete di sapere, imparò prestissimo a leggere e a scrivere, e
già dalla più tenera età mostrò una stupefacente
inclinazione per la poesia. Soleva esprimersi in versi e
faceva la rima ad ogni parola che gli veniva detta. In lui
la poesia sembrava un qualcosa di assolutamente naturale, di
profondamente connaturato con la sua indole. A sette
anni aveva già imparato a memoria una lunga serie di
filastrocche e di cantilene, dopo averle sentite una volta
soltanto, a nove anni leggeva già libri di versi di poeti
famosi, come il Petrarca, l’Ariosto e il Marino, a undici
aveva già imparato a scrivere sonetti e madrigali. Insomma,
un vero prodigio poetico, che non poteva passare
inosservato. Suo fratello Giuseppe Antonio, canonico di
Montefiascone, rendendosi conto dello straordinario ingegno
del fanciullo, lo fece condurre nel seminario vescovile di
Montefiascone, dove, sotto la guida di austeri docenti,
studiò latino, filosofia morale, teologia scolastica,
letteratura patristica, esegesi biblica, oltre, ovviamente
alla letterature classiche di Grecia e di Roma. Come era
prevedibile, si rivelò un prodigio anche in quegli anni
severi di duri studi, riuscendo rapidamente dove i suoi
compagni di collegio non riuscivano, ma compiendo anche
mascalzonate e goliardate che gli valsero parecchie
punizioni, come, per esempio, quando venne scovato a
masturbarsi in un gabinetto in compagnia di altri due
compagni; oppure, quando durante una noiosa lezione di
filosofia morale, fu sorpreso dal sacerdote a leggere una
copia dei Sonetti Lussuriosi dell’Aretino che,
furbescamente, teneva nascosta all’interno di un grosso tomo
di teologia. Infatti, sin dagli anni del collegio,
manifestò quell’indole libidinosa che lo accompagnò per
tutta la vita: una volta, fu punito perché, durante una
passeggiata, si era appartato sotto un ulivo con una giovane
contadinella conosciuta alla Messa della domenica; un’altra
volta, fu castigato ancor più severamente perché sorpreso
mentre stava recandosi con un compagno, nel cuore della
notte, a fare una “visita” alla prostituta del paese.
Nonostante queste avventure piuttosto lascive, Casti studiò
con profitto, e a soli sedici anni venne nominato professore
di Retorica. Durante gli ultimi anni di studi, era stato
condotto più volte a Roma per sentire le lezioni di eminenti
teologi e di dotti esperti di diritto canonico, e sin da
allora l’Urbe lo aveva affascinato per le sue strade
affollate e piene di gente, per le belle popolane procaci
che si potevano incontrare in strada ad ogni piè sospinto,
per le maliarde e avvenenti meretrici e cortigiane le cui
attività lussuriose prosperavano senza ritegno anche nella
bigotta Roma papalina. Tornatoci anche dopo la nomina a
professore, si rese conto ben presto che Montefiascone, così
come Acquapendente e le altre sonnacchiose città laziali,
erano troppo piccole per il suo vulcanico ingegno e per la
sua smodata fama di gloria e di vita galante, ragion per
cui, nel 1744, pur contro il parere decisamente contrario
del fratello Giuseppe Antonio, lasciò il seminario di
Montefiascone, dove aveva incominciato ad insegnare e si
trasferì a Roma.Intanto, già durante gli anni di studio al
collegio, aveva iniziato a farsi conoscere ed apprezzare
come poeta, scrivendo sonetti encomiastici, ottave e
madrigali, in occasione di matrimoni, battesimi e funerali,
con i quali aveva iniziato a guadagnare qualche soldo.
Giunto a Roma, si mise subito in contatto con i più celebri
ed affermati poeti dell’Urbe, ed entrò ben presto a far
parte dell’Arcadia, la celebre accademia poetica e
letteraria fondata nel 1690 da Cristina di Svezia. E in
Arcadia, l’abate Giambattista Casti venne accolto con
il nome pastorale di Niceste Abideno, dando
ampia prova delle sue spiccate qualità di rimatore
all’improvviso, di poeta erotico e di letterato libertino.
Ovviamente, nella capitale pontificia, il Casti si trovò
a proprio agio come un pesce nell’acqua: frequentava
accademie letterarie, incontrava poeti prestigiosi e
porporati altolocati, passava da un incontro galante
all’altro, partecipava a cene e pranzi sontuosi, ed era di
casa nelle alcove delle più celebri meretrici romane.
Insomma, una vita godereccia, dissoluta, decisamente
libertina, a tratti anche un po’ scandalosa, ma
assolutamente comune a quella della maggior parte degli
abati e dei prelati dell’epoca. A Roma, il Casti iniziò
in maniera decisa la sua prolifica attività letteraria: come
prima opere scrisse I Tre Giulii, una poderosa
raccolta di ben duecentosedici sonetti incentrati sulle
turbolente vicissitudini di un creditore che deve riscuotere
appunto la somma di tre giulii (una moneta dell’epoca,
vigente nello Stato della Chiesa) da debitori infidi e
ingannevoli nei quali il poeta ritrasse molti personaggi
degli ambienti ecclesiastici, poetici e nobiliari che
frequentava. Probabilmente, dietro la figura del
creditore si nascondeva lo stesso Casti, il quale, per
mantenersi nella costosa Roma, aveva un disperato bisogno di
denaro. Ebbe la brillante idea di dedicare il libro alla
principessa Giustiniani, appartenente ad una nobile famiglia
romana, conosciuta in occasione di un ricevimento al quale
era stato invitato. La dedica sortì il suo effetto, infatti
la nobildonna dapprima gli pagò i debiti in moneta sonante,
e poi, affascinata dall’eloquio e dalla estrosità poetica
dell’abate, gli aprì anche la porta della sua camera da
letto. Ma quella con la Giustiniani fu un’avventura
effimera, di mera natura sensuale: infatti, il poeta aveva
appuntato gli occhi su una ben più ambita preda, vale a dire
la marchesa Lepri, una nobildonna frivola e capricciosa,
ricchissima e, soprattutto, bellissima, molto soggetta a
subire il fascino non solo della poesia, ma anche dei poeti
più sfrontati e intraprendenti. Casti, da buon libertino
quale era, le fece una corte spietata, a colpi di sonetti,
madrigali, epistole adulatorie e incontri galanti, finché la
nobildonna non cedette alle sue ammalianti lusinghe. Entrare
nell’alcova della Lepri, poter godere della sua sfolgorante
bellezza, ma anche del suo elevato tenore di vita, fu per
Casti la realizzazione di un sogno, anche perché, della
marchesa, egli si innamorò perdutamente. La loro
relazione durò circa un anno, dal 1759 al 1760, anno
particolarmente intenso per il poeta, non tanto da un punto
di vista letterario, quanto, piuttosto, da un punto di vista
erotico e mondano, in quanto si lasciò travolgere dai
piaceri e dagli agi della bella vita. Ma i sogni belli,
purtroppo, durano poco: verso la fine del 1759 la marchesa
si era già stancata del suo poeta, ma il Casti,
ostinatamente innamorato, non se ne rese conto. Volle a
tutti i costi accompagnarla a Parigi, ma una volta giunto
nella capitale francese, il povero poeta si vide relegare al
ruolo di cameriere e menestrello, mentre la frivola marchesa
dava convegno nel suo letto ad amanti ricchi e aristocratici
che nulla avevano a che spartire con lo squattrinato abate.
Dopo pochi mesi di soggiorno parigino, stufo di vedere
la marchesa tra le braccia di damerini e bellimbusti
gallonati, la sua smodata gelosia non resse più a quei
continui affronti: al termine di un litigio furibondo,
durante il quale la apostrofò con gli epiteti più ingiuriosi
del suo ricco vocabolario, se ne andò sbattendo la porta e
mandandola al diavolo. Poi fece ritorno a Roma, amareggiato,
deluso, con in tasca pochi quattrini, ma, soprattutto, con
le pive nel sacco e con la spiacevole sensazione di sentirsi
un colossale cornuto. Ma durante quel turbolento anno, il
poeta non si era solo limitato a passare dalla sala da
pranzo alla camera da letto della marchesa: aveva anche
scritto per lei (che egli, arcadicamente, aveva ribattezzato
Filli) molti versi, soprattutto sonetti e madrigali in
cui cantava le gioie e i piaceri di quell’amore sensuale
così paradisiaco e così inebriante. Tornato nell’Urbe
solo, senza soldi, con il cuore spezzato e con la spiacevole
sensazione di essere stato usato e poi gettato via come un
giocattolo con cui non ci si diverte più, Casti si sfogò
scrivendo molte poesie in cui, con accenni decisamente
tristi e pieni di malinconia, cantava la fine di quell’idillio
da favola e di quell’amore devastante che lo aveva dapprima
innalzato sino al paradiso e poi precipitato nell’inferno.
Tutte le poesie d’amore, galanti, sensuali e di encomio
scritte per la bella marchesa, furono da Casti pubblicate in
un volume intitolato Poesie liriche, volume i cui
testi risentono molto degli influssi della poesia latina di
Catullo. Properzio, Tibullo e Stazio. Ma la
pubblicazione dei primi due volumi di versi non apportò al
Casti granché denari, perciò, per vivere, si trovò costretto
a dare lezioni private, a fare da precettore ai rampolli di
alcune boriose famiglie dell’aristocrazia romana, e a
scrivere sonetti e odi su commissione, in occasione di
matrimoni, battesimi, funerali e comunioni. Gli anni dal
1760 al 1764 furono assai duri per il poeta abate, il quale
bussò invano alle porte di cardinali, principi e illustri
porporati, con la speranza di essere assunto in qualità di
segretario, camerlengo o uomo di lettere: nessuna di queste
si apriva, se non per fargli un minimo di spocchiosa
elemosina, il che gli rendeva ancora più increscioso e
insopportabile quel suo avvilente peregrinare in cerca di
protezione e di un impiego stabile che gli garantisse almeno
un tetto sopra la testa e un piatto caldo a pranzo e a cena.
Infine, nel 1764, per vendicarsi di alcuni prelati che
gli avevano falsamente promesso un impiego stabile alla
corte pontificia, Casti scrisse e fece circolare una serie
di poesie particolarmente aspre, piene di acredine e di
velenoso sarcasmo, con le quali satireggiò in maniera
triviale i porporati che gli avevano fatto prospettato una
sistemazione che non era arrivata. Ovviamente, tanto
bastò per farlo incorrere nella severità spietata della
giustizia pontificia: onde evitare di essere arrestato, il
poeta fu costretto a fuggire nottetempo dall’Urbe, come un
comune malfattore, rischiando più volte di finire nelle
grinfie dei gendarmi pontifici sguinzagliati contro dagli
offesi prelati. Lasciata Roma, attraversò la campagna
romana, pericolosa per i molti feroci briganti che allora la
popolavano, e riuscì a riparare, sano e salvo, nei territori
del granducato di Toscana, raggiungendo Firenze. Nella
capitale del granducato, Casti giunse accompagnato dalla sua
fama di poeta galante e alla moda, il che gli aprì le porte
di accademie letterarie e cenacoli culturali, ma non gli
portò alcuna decorosa sistemazione economica, come egli
invece auspicava. La fortuna, infine, si decise ad
arridergli nel 1768, in occasione della visita, a Firenze,
di Maria Carolina, arciduchessa d’Austria e figlia
dell’imperatrice austriaca Maria Teresa, la quale era in
viaggio per Napoli, dove l’attendeva il suo futuro sposo, il
re Ferdinado IV. Per celebrare l’arrivo
dell’arciduchessa, il ricco conte di Rosemberg organizzò una
grandiosa festa nella sua splendida Villa della Pietraia,
ricca di affreschi e giardini, luogo ameno di piacevoli
conviti e incontri galanti. In onore dell’arciduchessa,
parecchi poeti toscani scrissero sonetti, odi e composizioni
in versi per celebrarla e cantarne le lodi. Il Casti non si
lasciò sfuggire quella impedibile occasione, e nel volgere
di soli due giorni, da buon poeta arcade qual era, scrisse
Gli amori di Tirsi e Clori, una cantata
pastorale che venne recitata alla presenza della nobildonna
austriaca, del granduca Pietro Lepoldo I e del fior fiore
dell’aristocrazia toscana. Fu un successo strepitoso,
anche perché l’arciduchessa restò assai affascinata dai
personaggi in costume da ninfe e da satiri che recitavano e
cantavano i versi del Casti. Gli applausi furono
entusiastici e il poeta venne presentato a Maria Carolina,
la quale lo elogiò di fronte a tutti i presenti. In
seguito a un tale trionfo, il granduca volle Casti presso di
sé e lo assunse in qualità di poeta di Corte, direttamente
alle sue dipendenze. Ma Casti ambiva ad un ruolo di ancora
maggiore prestigio, e la fortuna, in quel periodo, sembrava
davvero arridergli. L’anno seguente, l’imperatore austriaco
Giuseppe II, dopo essere stato a fare visita alla sorella, a
Napoli, passò a Firenze, per salutare il granduca suo
cugino. Il conte di Rosemberg volle assolutamente che Casti
fosse presentato all’imperatore, cosa che avvenne nel corso
di un banchetto. Il poeta, in tale occasione, dette il
meglio di sé, rivelando uno spirito estremamente arguto,
faceto, dalla battuta pronta, ed esibendosi in qualità di
prodigioso improvvisatore di versi. Giuseppe II restò
talmente affascinato dalla facondia e dall’indole spiritosa
del Casti tanto che lo volle con sé alla corte di Vienna in
qualità di poeta. Il granduca, ovviamente, era decisamente
contrario al fatto che Casti lasciasse Firenze per partire
alla volta di Vienna, ma ad un espresso desiderio
dell’imperatore non si poteva certo dire di no, ragion per
cui, sebbene a malincuore, Pietro Leopoldo fu costretto ad
accondiscendere. Lasciata Firenze al seguito del corteo
imperiale, Casti raggiunse Vienna dopo un lungo viaggio
attraverso la Lombardia, il Veneto e il Friuli. Inorgoglito
dal suo ruolo di poeta cesareo, Casti si mise subito a
scrivere versi in lode della famiglia imperiale, in
particolare dell’imperatrice Maria Teresa, mostrando nel
contempo un grande interesse per il teatro musicale.
L’opera più importante tra quelle composte a Vienna fu le
Novelle Galanti, un’ampia raccolta di novelle in ottava
rima, molte delle quali licenziose e di alto contenuto
erotico, piene di elementi satirici, opera che il poeta
continuò ad accrescere e a correggere sino al 1802, anno in
cui vide la luce in volume. A Vienna, Casti ebbe però
dei terribili rivali, in particolare Pietro Metastasio e
Lorenzo da Ponte: il primo, era il poeta cesareo ufficiale,
e vantava la protezione indiscussa di Maria Teresa, ma
Giuseppe II lo trovava troppo lezioso, pedante e noioso,
ragion per cui gli preferiva il salace e arguto laziale. Da
Ponte, invece, era il librettista prediletto da Mozart. E
sia Metastasio che da Ponte erano, principalmente, poeti di
libretti per melodramma, il che costrinse Casti a sfoderare
tutte le sue qualità poetiche per poter competere con simili
rivali. Musicisti come Mozart, Salieri e Paisiello si
contendevano i poeti librettisti, e quando un melodramma
trionfava su un altro, le contrapposte coppie di poeti e
musicisti non si risparmiavano critiche astiose, ingiurie e
canzonature irriverenti. Casti capì ben presto che se
voleva continuare a restare nelle grazie dell’imperatore
doveva scrivere dei libretti d’opera capaci di catturare
l’attenzione della Corte. Entrò così in gara con da
Ponte, e mentre questi scriveva Il ricco di un giorno,
il salace abate compose Re Teodoro in Venezia. Quando
i due melodrammi, rispettivamente con musiche di Salieri e
Paisiello, furono rappresentati, quello di da Ponte fu
fischiato, mentre all’opera di Casti venne tributato un
grande trionfo. Allora il da Ponte, stizzito, scrisse alcuni
sonetti contro Casti rigurgitanti di insulti, ai quali,
ovviamente, il sarcastico poeta laziale rispose con versi
altrettanto ingiuriosi. Frattanto, Casti aveva intrapreso
diversi viaggi, visitando la Boemia, l’Ungheria, la Polonia
e, nel 1778, la Russia, che era allora dominata dall’austera
zarina Caterina II. Il soggiorno in Russia fu, per il
poeta, un’esperienza sconvolgente: gli sembrò un immenso
paese di schiavi affamati, sottoposti alla brutalità senza
pari dei cosacchi e delle soldataglie che aiutavano la
zarina a mantenere il proprio potere assoluto facendo uso ed
abuso della repressione, dei massacri, del terrore e delle
crudeltà più spaventose. La visione dei macilenti servi
della gleba sottomessi a padroni brutali e senza scrupoli,
la repressione sanguinaria di rivolte popolari dettate
unicamente dalla miseria e dalla fame (come quella del
cosacco ribelle Pugacev), la crudeltà bestiale con cui
venivano messi a morte coloro che ardivano opporsi alla dura
tirannide caterinesca, lasciarono sgomento il poeta e fecero
nascere nel suo animo fieri sentimenti di avversione per il
terribile sistema di potere zarista (come avvenne, un secolo
più tardi, per il tragediografo pisano Giambattista
Niccolini). Casti fu invitato alla corte di Caterina II
ed ebbe modo di vedere con i propri occhi la durezza
dell’assolutismo zarista e la ferocia del suo governo di
aristocratici e di militari, riportando di tutto ciò
sensazioni incancellabili di profondo disgusto e di totale
avversione che si trasformarono sin dal viaggio di ritorno
in sarcastici versi di aspra condanna dell’autocrazia
moscovita. Rientrato a Vienna, iniziò la composizione
del Poema Tartaro, un poema in ottave, in dieci
canti, nel quale satireggiò con profondo sarcasmo e con
pungente livore i pessimi costumi e la soffocante tirannide
che aveva avuto modo di vedere nell’impero zarista di
Russia. Si tratta della più interessante e avvincente opera
poetica che Casti abbia scritto, e la denuncia del sistema
repressivo del regime zarista fatta dal poeta abate risultò
così efficace e così veritiera, tanto che la zarina non
perse tempo nell’effettuare forti pressioni diplomatiche
presso l’imperatore d’Austria, affinché il poema non fosse
pubblicato. Giuseppe II, che non condivideva i metodi
autocratici di governo della zarina russa, lesse con molto
interesse il Poema Tartaro e mostrò di apprezzarlo,
sebbene contenesse versi satirici anche nei confronti della
monarchia asburgica. Ma non voleva guastare i rapporti
diplomatici con l’impero moscovita, ragion per cui non dette
al Casti l’approvazione per farlo pubblicare. Il poeta si
risentì molto per questa mancata approvazione, in quanto
teneva molto a quel poema. Comunque, continuò a rivederlo,
correggerlo, a fare aggiunte di versi, facendone diverse
copie manoscritte che inviò per la lettura ad amici e
conoscenti. Molti mostrarono di apprezzarlo, ma molti altri
lo stroncarono decisamente, primo fra tutti Giuspepe Parini,
il quale aveva già scritto contro Casti un celebre sonetto
infamatorio che inizia con il celebre verso: “Un prete
vecchio, brutto e puzzolente”. Parini, che era un ammiratore
della zarina Caterina, stroncò il Poema Tartaro,
giudicandolo una pessima opera di poesia, prolissa e noiosa,
ma definendolo, soprattutto: “un poema sporco e impertinente
contro la donna dell’impero vasto”. Giuseppe II tenne
conto anche del giudizio del Parini e ritenne che non era il
caso di inimicarsi la zarina Caterina per difendere l’opera
poetica del Casti. Perciò, congedò il poeta con una somma di
trecento ungheri e lo invitò a lasciare Vienna. Deluso e
amareggiato, Casti intascò i soldi, lasciò Vienna e riprese
a viaggiare, non disperando di riuscire a pubblicare in
qualche altro paese il suo Poema Tartaro. Sedotto dal
fascino del Levante, nel 1780 decise di partire alla volta
di Costantinopoli per visitare l’impero degli Ottomani,
compiendo un viaggio avventuroso, per terra e per mare, che
lo portò sin nel cuore dell’impero turco. Partito da
Venezia in compagnia dell’avventuriero veneziano Bailo
Foscarini, raggiunse Costantinopoli, visitò a lungo la
città, si mise alla ricerca delle antiche vestigia
bizantine, visse una serie di avventure erotiche con
avvenenti schiave che acquistava al mercato degli schiavi,
restituendo poi loro la libertà in cambio di focose e
appassionate notti d’amore, osservò con cura i costumi, le
abitudini e le usanze dei Turchi e delle popolazioni
sottomesse all’autorità della Sublime Porta. Fu anche
ricevuto a corte e gli fu concesso di parlare con il Gran
Visir e di vedere il Sultano, il che fa pensare che il
viaggio sia stato in realtà una missione diplomatica svolta
su incarico dell’imperatore d’Austria. Lasciata la
Turchia, Casti ritornò a Vienna, nel 1781, dove scrisse la
Relazione di un viaggio a Costantinopoli, nel
quale narrò la sua esperienza di viaggiatore e osservatore
europeo nelle terre del Gran Turco. Si tratta dell’unica
opera in prosa scritta da Casti, opera in cui prevalgono gli
accenti illuministici e uno stile sobrio, a tratti
colloquiale, caratterizzato da equilibrate descrizioni e
ponderati giudizi. Sebbene non vivesse più a corte, le
polemiche letterarie tra Casti, da Ponte e Metastasio
proseguirono sino al 1782, anno in cui Metastasio morì,
lasciando vacante il ruolo di poeta cesareo. Sia Casti
sia da Ponte avrebbero voluto ricoprirlo, ma l’imperatore
non si decideva a nominare il successore. Frattanto,
commissionò a Casti un libretto per melodramma: la musica
era stata composta da Salieri, ma né Metastasio né da Ponte
avevano scritto il testo. Casti colse al volo
l’occasione che gli si presentava e scrisse il testo
intitolato Prima la musica, poi la parole, una
parodia satirica sul suo ruolo di poeta cortigiano alla
corte viennese e sulla lunga gavetta che aveva dovuto fare
prima di giungere alla celebrità e agli onori. Nel
frattempo, aveva iniziato ad interessarsi di favolistica.
Dopo avere studiato a fondo Esopo, Fedro e La Fontane, prese
a scrivere gli Apologhi (L’asino, Le pecore, La Lega
dei Forti, La Gatta e il Topo), aventi per protagonisti
figure di animali e dedicati a scottanti argomenti di
attualità, come gli intrighi a corte e la guerra
russo-austriaca. Ma a causa dei troppi evidenti riferimenti
a personaggi della corte e del mondo politico dell’epoca,
gli Apologhi non poterono essere subito pubblicati e
circolarono manoscritti a lungo, proprio come il Poema
Tartaro. Maggior fortuna riscossero, invece, i suoi
libretti per melodramma: Catilina, I dormienti,
Cublai Gran Can dei Tartari, ma, soprattutto, quelli
incentrati sulle avventure dell’eroe corso Teodoro (Teodoro
in Corsica, La grotta di Trifonio), tutti
composti tra il 1784 e il 1789, che furono applauditissimi a
corte. Nel 1790 morì l’imperatore Giuseppe II e gli
successe al trono Leopoldo II, che era un ammiratore del
Casti e che gli aveva promesso di nominarlo poeta cesareo,
ma poi, onde non contrariare il da Ponte, non fece nulla.
Morto Leopoldo II, nel 1793, il nuovo imperatore, Francesco
I, dovendo scegliere tra Casti e da Ponte in qualità di
poeta di corte, scelse il primo, anche per via degli
intrallazzi e del giro di amicizie che Casti era riuscito a
procurarsi. Casti fu stipendiato con duemila fiorini annui
ed ebbe l’incarico di scrivere libretti per melodramma e
versi celebrativi per gli eventi di spicco. Nel frattempo
aveva preso avvio la Rivoluzione francese, la monarchia dei
Capetingi era stata abbattuta, era stata proclamata la
Repubblica di Francia e a Parigi governavano i giacobini.
Casti, che dopo quanto aveva visto in Russia e in Turchia,
era divenuto un implacabile nemico dell’assolutismo
monarchico, non nascose le sue simpatie per la causa
rivoluzionaria francese, ma dopo il ghigliottinamento di
Maria Antonietta d’Austria, vedova del monarca francese
Luigi XVI, gli fu difficile rimanere a Vienna, in quanto
l’impero austriaco era sceso in guerra contro la repubblica
francese e i sospettati di giacobinismo sul suolo austriaco
erano decisamente malvisti. Nel 1795, Casti si recò a
Firenze, su invito del Granduca, ma nella città toscana non
aveva più il suo protettore, il conte di Rosemberg, in
quanto deceduto l’anno prima. Le sue pungenti poesie
satiriche contro l’assolutismo monarchico e le case regnanti
europee gli avevano alienato gran parte delle simpatie di
cui aveva beneficiato alla corte granducale, perciò, nel
1796, Casti chiese al Granduca di lasciarlo partire alla
volta di Parigi. Il Granduca acconsentì ma lo fece
scortare da una squadra di gendarmi. Giunti alla frontiera
di Graz, i gendarmi accusarono Casti di essere un poeta
sovversivo, uno scrittore che incitava alla ribellione
contro le monarchie, ragion per cui i doganieri austriaci
gli sequestrarono un borsone contenente parecchi
manoscritti, tra cui quelli degli Apologhi e del
Poema Tartaro, nonché molte poesie satiriche. Pur
inveendo a denti stretti contro i gendarmi, casti si ritenne
fortunato che gli sbirri non lo arrestassero, e proseguì il
viaggio da solo, sino Parigi. La Francia, con la
reazione termidoriana, si era sbarazzata di Robespierre e
dei giacobini e si era affidata al governo conservatore e
oligarchico del Direttorio, che aveva ridato fiato alle mode
borghesi, al lusso e la benessere dei ceti più abbienti,
prendendo decisamente le distanze dalle austere politiche
draconiane del robespierrismo. Nella capitale francese,
Casti trovò un ambiente assai favorevole alle sue idee
anti-monarchiche e anti-dispotiche, con un’editoria vivace,
in piena attività, e con un clima culturale assai più aperto
al libero dibattito delle idee. Così, nel 1797, poté
finalmente pubblicare il Poema Tartaro, opera a cui
teneva moltissimo, e, successivamente, anche gli Apologhi.
Intanto, durante gli ultimi anni del suo soggiorno
viennese, aveva iniziato a scrivere un nuovo ampio poema, in
sestine, dal titolo Gli Animali Parlanti, con cui
intendeva satireggiare i governanti europei dell’epoca,
ritraendoli sotto le spoglie degli abitanti del Regno degli
animali. Ma l’astro nascente di Napoleone Bonaparte, i
suoi successi militari in Italia e in Egitto, la
sottomissione del Direttorio alla sua sfrenata ambizione e
l’atmosfera di dittatura militare che, tra il 1798 e il 1799
si diffuse in Francia, fecero chiaramente comprendere al
Casti che gli sarebbe stato assai difficile vivere sotto il
nascente regime bonapartista. E proprio in quegli anni,
lavorando alacremente a Gli Animali Parlanti, Casti
sfogò nei versi del poema la propria amarezza e la
propria disillusione. I primi canti dell’opera iniziarono a
circolare manoscritti a Parigi, e l’aspro sarcasmo con cui
il poeta ritrasse la figura del Bonaparte gli scatenò contro
le ire di costui, che lo accusò di essere un “democrate”,
cioè un sobillatore e un manovratore dell’ingenuità
popolare. Il poeta gli rispose per le rime, accusandolo di
assurde manie di grandezza e di ambire al trono imperiale
mentre ricopriva ancora la carica di Console. Dopo
l’incoronazione di Napoleone a imperatore dei Francesi, la
vita, per Casti, si fece ancora più dura e difficile. Era
pedinato e spiato a vista dalla polizia bonapartista, i suoi
scritti erano soggetti a dura censura, gli amici sui quali
sperava di poter contare lo avevano abbandonato per timore
di compromettersi con il regime. Gli restava fedele
amico soltanto l’ambasciatore spagnolo a Parigi, Don Nicolao
De Azara, il quale apprezzava schiettamente la sua poesia e
lo aiutava per quanto gli era possibile, sostenendolo
finanziariamente nei momenti di maggiore ristrettezza.
Infine, nel 1802, grazie agli interessamenti del De Azara,
del ministro Talleyrand e di Giuseppe Bonaparte (fratello di
Napoleone, convinto ammiratore della poesia satirica del
poeta abate) fu possibile creare una “associazione”, cioè,
una sottoscrizione comprendente il versamento di una quota
di denaro, per finanziare la stampa delle Novelle Galanti
e anche de Gli Animali Parlanti. Raccolta la notevole
cifra richiesta dagli stampatori per editare il poema, il
primo tomo dell’opera vide la luce nel 1802, presso la
stamperia Treuttel e Wurtz, mentre i successivi furono
stampati nel corso dello stesso anno, mentre venivano
stampate anche le novelle. Contemporaneamente alla
stampa del poema, alfine di renderlo accessibile ai lettori
francesi, venne intrapresa una parziale traduzione,
pubblicata a puntate sulla rivista Décade Philosophique.
Ma nonostante la sottoscrizione, il poema non apportò a
Casti alcun consistente giovamento economico: se ne
vendettero, infatti, poche decine di copie, ragion per cui
il poeta continuò a vivere in miseria, costretto a chiedere
aiuti e denaro al generoso De Azara. La sera del 6
febbraio 1803, l’ambasciatore spagnolo invitò a cena
l’affamato Casti, il quale, per recuperare qualche
spicciolo, era stato costretto a vendere ad un rigattiere
l’unico lercio e sgualcito pastrano che possedeva. Il
poeta arrivò tremando per il freddo a casa
dell’ambasciatore, fu subito fatto scaldare davanti al
camino, e poi gli fu offerta una lauta e sostanziosa cena.
Come di sua abitudine, Casti mangiò e bevve sino
all’inverosimile, poi cadde in un sorta di soporifero
torpore, mentre continuava a declamare sestine del suo
poema. Infine, quando venne ora di tornare a casa,
rifiutò di farsi accompagnare in carrozza: uscì a notte
fonda, senza il pastrano, con le strade spazzate da un
freddo pungente. Giunto a casa e coricatosi, fu colto da una
terribile colica, tanto forte da lasciarlo senza fiato.
Spirò tra le braccia del De Azara (avvertito dai vicini di
casa del poeta) nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, e,
pochi istanti prima di morire, disse: “Questa volta, la
vecchia carogna se ne va davvero…”. Fortunatamente,
alcuni editori odierni hanno provveduto a ristampare alcune
opere del Casti: manca purtroppo il Poema Tartaro
(che è la sua opera migliore), ma, in compenso, si possono
leggere Gli Animali Parlanti, nell’edizione
pubblicata dalla casa editrice romana Salerno Editrice, nel
1987 , e le Novelle Galanti, pubblicate dalla casa
editrice romana Carocci Editore, nel 2001. Ma un poeta
importante come Giambattista Casti meriterebbe un’edizione
critica completa, comprendente tutte le opere, cosa che,
purtroppo, nessun editore sembra disposto a fare.
|
|
 |
|
RITRATTO DI POSTREMO
VATE, SCRITTORE APOCALITTICO
In questa
raccolta di racconti fantaecologici, Postremo Vate, sviluppa
capillarmente un altro aspetto del suo animo indomito,
quello dello scrittore apocalittico. Si tratta infatti
sempre di letteratura fantasy, ma interpretata in un
ambito di scontro finale tra luce e tenebre, tra il Bene ed
il Male, tra la Natura e l’Uomo. Uno scontro che egli sente
essere molto vicino, nel quale non ci saranno ulteriori
compromessi e pertanto porterà alla distruzione non solo del
nostro pianeta, ma anche di altri sistemi solari in un
tragico “big bang” finale. Egli stesso li definisce
“racconti di tenebra” in quanto, a differenza di quelli
delle sue precedenti opere, non si svolgono in un ambito
fantastico in cui esseri elementali ed alieni compaiono a
turbare positivamente o negativamente la vita degli umani;
qui è la Natura che si ribella per essere stata a lungo
contaminata fino a livello genetico, sono i prodotti della
tecnologia, i micidiali Tecnantropi, le creature
biomeccaniche, a sfuggire ai comandi delle menti diaboliche
che li hanno ideati, per diventare dei distruttori autonomi,
che non obbediscono più a nessuno e devastano
incondizionatamente. Postremo Vate ha sempre inneggiato le
forze della natura con un rispettoso timore reverenziale,
nelle sue precedenti opere (“Le terre fantastiche” e “Le
valli incantate”) in cui raccontava di quelle vallate che
l’hanno visto bambino muovere i primi passi verso un
ambiente ospitale, nel quale le forze positive convivevano
con quelle minacciose, equilibrandosi a vicenda e
caratterizzando così l’ambiente di fascino ma anche di quel
pizzico di paura che intimorisce e cattura al tempo stesso
ogni fanciullo. È passato poi a scagliarsi contro chi
non era consapevole dei danni provocati da una sconsiderata
bramosia di potere: la natura è la nostra Grande Madre dalla
quale tutti deriviamo, ucciderla significa programmare la nostra fine mettendocela contro perché in un ultimo grido di
dolore, questa si ribellerà ed anziché essere nostra
alleata, ce la troveremo nemica. Ora però si è reso conto
che occorre un messaggio più incisivo ed allora ricorre
all’ambientazione fantastica per focalizzare l’attenzione su
una realtà tangibile: l’ambiente che ci circonda testimonia
quotidianamente il suo malessere e noi, in modo indiretto,
stiamo ammalandoci lentamente ma inesorabilmente di mali
strani, sempre più difficili da combattere in quanto non è
solo il fisico ad essere sofferente, ma il nostro spirito,
in un disegno cosmico di vendetta ordita dalle nostre stesse
mani. In quanto canali di energia, la assorbiamo
dall’ambiente che ci circonda e la restituiamo a sua volta,
in un eterno scambio bioenergetico che ci mantiene in buona
salute se sia ciò che assumiamo dall’esterno (non solo sotto
forma di cibo, ma di emozioni e di cariche elettrostatiche)
è sano, sia se il nostro stesso fisico è sufficientemente
funzionale, non inquinato da agenti esterni o interni.
Purtroppo il cibo che introduciamo nel nostro corpo è sempre
più manipolato, frutto di scoperte tecnologiche che mirano
alla grande produzione col minimo sforzo, senza curarsi
della qualità del prodotto, l’aria, l’acqua e la terra sono
inquinate, i cicli stagionali completamente stravolti così
come gli ecosistemi stessi.
Il detto di
Ippocrate “ fa che il cibo sia la tua medicina e medicina il
tuo cibo” non ha più senso in una società in cui si
pensa a nutrire il corpo, ma si tralasciano la mente, lo
spirito e l’anima che hanno anch’esse necessità di
nutrimento con nutrienti validi, non fittizi ed artificiali
che, oltre a non sostentare, intossicano la nostra matrice
di base e se la nostra mente è ingombra di pensieri
pressanti, ossessivi, la medesima situazione di costipazione
si verificherà nel fisico. I nostri organi sono avvelenati
da un ritmo di vita frenetico che non rispetta i nostri
tempi, ci sentiamo sempre più inadeguati, ma non possiamo
sottrarci a questo circolo vizioso di iperproduzione e di
ipertecnologia perché per assurdo, se da un lato ciò ci
distrugge, dall’altro ci dà di che vivere, così le malattie
psicosomatiche e la depressione la fanno da padrone.
L’Autore, sempre rapito da mille stimoli che elabora, per
poi abbandonare quando ne sopraggiungono altri ad assorbire
il suo animo proteiforme, è approdato alla sua concezione
zoroastriana-manichea, dopo anni di studio personale ad
approfondire tematiche teologiche, dottrine religiose,
filosofie orientali e tecniche di meditazione per discernere
quale fosse la linea di pensiero che più gli si confà. La
prima impressione che offre di sé, è quella di una persona
costantemente immersa in cogitazioni profonde che lo
distolgono completamente dalla quotidianità, un animo
sensibile specialmente nei confronti degli animali
maltrattati, ma altrettanto iracondo verso ciò che ritiene
ingiusto e per il quale si batte strenuamente con l’arma
della parola che a volte sa essere più lacerante di un
affronto fisico. Il suo temperamento passionale non gli
permette di “restare a guardare” e di tacere: quando ritiene
che sia una giusta causa, non adotta mezze misure e procede
indomito con ardore alfieriano. Perciò non usa mezzi termini
per scuotere i lettori con questi racconti che sono
volutamente “forti” per raggiungere l’obiettivo di fermare o
almeno limitare, la spietata distruzione del nostro pianeta.
Per rendere più
avvincente il contenuto di questi scritti, l’Autore ricorre
a personaggi della mitologia, ad esseri elementali che
soffrono come tutti gli altri viventi per questo
sovvertimento delle condizioni di vita e tentano
disperatamente di trovare delle vie di fuga alla fine
imminente. Postremo Vate vuole lanciare un messaggio di
disperazione per svegliarci dal torpore che ottunde le
nostre menti, troppo prese dalla quotidianità, per urlarci
senza troppi giri di parole che siamo sempre più vicini al
baratro e tutto spinge verso la distruzione, anche se
nessuno sembra rendersi conto che stiamo gettandoci
nell’abisso senza ritorno. Ridevamo quando Charlie Chaplin
proponeva lo sceneggiato “Tempi moderni” in cui l’uomo
diventava schiavo delle macchine ed egli stesso una
macchina; non ridiamo più oggi quando soffriamo di
considerevoli forme di nevrosi da stress che debilitano il
nostro fisico, togliendoci il gusto della vita, aberrati
come siamo da un ritmo che non è il nostro, ma quello
imposto dall’esterno, che non conosce pause, che non accetta
deroghe, in una società dove conta solo chi rende al massimo
delle proprie potenzialità, in una corsa frenetica
all’accaparramento di un posto dirigenziale per avere la
prerogativa di poter a sua volta dettare legge sugli altri.
Già nelle precedenti opere letterarie di Postremo Vate si
evince la sua concezione zoroastriana-manichea secondo la
quale il mondo è dominato dalle forze del Male e del Bene ed
inevitabilmente indirizzato verso un’Apocalisse finale che,
quasi a scopo purificatore, spazzerà tutte le brutture del
mondo, per purificarlo e crearne uno nuovo, ma in questa è
ancora maggiormente evidenziato l’aspetto apocalittico per
mano dell’uomo che, avido di potere ed egoista del proprio
tornaconto, passa sopra a tutto pur di raggiungere i suoi
obiettivi, sempre meno onesti. Non dobbiamo credere che in
tutto ciò sia presente uno spirito sadico o masochistico:
c’è angoscia per vedere la fine ineluttabile della nostra
Terra e rabbia, tanta rabbia nel vedere l’atteggiamento
qualunquista che aleggia sulla massa della gente, come se
nulla fosse.
Ambiente e
tecnologia possono essere compatibili solo nel caso in cui
la seconda sostenga le fatiche dell’uomo, senza però
prendere il sopravvento sull’ambiente stesso, altrimenti ci
si trova di fronte all’estrema vulnerabilità di un
meccanismo che, come qualsiasi forma vivente, funziona solo
si rispettano determinate regole. L’uomo, per la sua sete di
guadagno ha portato alle estreme conseguenze la produzione e
lo sfruttamento delle risorse di cui credeva di poter
disporre all’infinito a piene mani. A poco sono valsi gli
avvertimenti delle numerose associazioni di salvaguardia
dell’ambiente , troppo considerevoli erano i profitti che si
nascondevano alla base di tale meccanismo perverso di
autodistruzione. Lo scrittore apocalittico riesce però ad
essere lungimirante ed a presagire cosa ne sarà del nostro
futuro, continuando su questa linea di comportamento. Anche
nelle sue opere precedenti infatti, Postremo Vate condannava
ogni forma di egoismo perseguito a scopo di lucro, ma in
questi racconti tale rivendicazione si fa senza appello e
con toni decisamente più marcati, visto che la situazione di
deterioramento del pianeta è sotto gli occhi di tutti, anche
dei meno addetti ai lavori. Forse non sarà proprio Poseidone
ad emergere dai flutti agonizzante, come nella “Morte del
mare” ma le immagini di pesci ed uccelli marini impantanati
in pozze di petrolio non ci sono così ignote, così come le
modificazioni genetiche effettuate su vegetali e l’uso di
veleni sempre più potenti per combattere orde di parassiti
sempre più resistenti ai normali trattamenti. Postremo Vate
ci grida che la natura non si lascerà debellare così
supinamente, ma si rivolterà verso coloro che l’hanno
deteriorata ed allora solo qualche abitante di altre
galassie potrà, se vorrà, correre in nostro aiuto.
L’apocalisse è un argomento che angoscia l’Autore e lo
troviamo anche nella sua recente raccolta di poesie “Il volo
della chimera” nella quale, alla sezione “ Uno sguardo
nell’anima e uno sguardo sul futuro del mondo” troviamo
condensati nella lirica “Apocalisse” i concetti che ho qui
espresso:
Si avvicinano i
tempi
della morte e
dell’orrore.
Si avvicinano
giorni
dell’odio e
della violenza.
Si avvicinano le
ore
in cui il Male
potrà godere
il suo macabro
trionfo.
La Terra è ormai
prossima
alla completa
distruzione.
Grandi
catastrofi si annunciano,
tetri cataclismi
si addensano
al fosco
orizzonte,
orribili
avvenimenti l’ignoto futuro
si prepara ad
elargirci…
Ma l’Uomo dovrà
risorgere
dall’abisso di
tenebre
nel quale sta
precipitando,
e forse, in un
futuro
non troppo
lontano,
i suoi occhi ora
accecati
dalla violenza e
dalla cupidigia
riusciranno a
purificarsi,
in modo da
consentirgli
di fissare
liberamente
i propri ardenti
sguardi
nell’ordine
cosmico
e mirabile di
Dio.
Ci troviamo a
leggere di vicende simili alle trame di molti film di
fantascienza, di cui l’Autore è accanito fruitore, ma ahimé
l’elemento fantastico lascia sempre più spazio alla cruda
realtà: questa volta non sarà un’invasione aliena a
distruggerci, ma le nostre stesse invenzioni ed i soldi, i
privilegi non serviranno a niente e a nessuno perché la
morte rende tutti uguali. Nonostante la drammaticità di
questi scritti che non sono certamente rilassanti, ma al
pari di cortometraggi di fantascienza affrontano non troppo
ipotetiche catastrofi ambientali dalla morte del mare alle
metamorfosi vegetali, dagli orrori del sottosuolo al sonno
mortale, dai predatori stellari alla rivolta delle bestie,
Postremo Vate trova ancora qualche barlume di salvezza e di
dolcezza facendo intervenire in alcuni di essi fate, alieni
buoni ed esseri che conoscono ancora il valore dei
sentimenti.
Così la silfide
Aona salverà l’elfo Menfix dal Sonno mortale, “portandolo in
volo verso le foreste dell’Emisfero Australe dove
l’industrializzazione e l’inquinamento non si sono ancora
diffusi in modo così profondo e dove esistono ancora spazi
verdi incontaminati in cui continuare a vivere”.
L’alieno salverà
Ariacira, la sirena del Mare Egeo ridotto ad un lago oleoso
e zeppo di scorie atomiche e rifiuti industriali
maleodoranti, portandola nel proprio pianeta, al di là degli
spazi stellari, oltre le galassie e le nebulose degli
infiniti sistemi solari.
Le tre fate
salveranno il contadino Bato dal furore verde dei vegetali
assatanati che si muovon sinistramente sul terreno, simili a
schiere sibilanti di rettili repellenti
L’obiettivo che
si prefigge l’Autore è comunque quello di scuotere il
lettore senza offrire troppe facili speranze, in
quanto il tempo delle Tenebre è vicino, sta solo a ciascuno
di noi prolungare o no la distruzione finale.
Nadia Sussetto |
|
 |
|
RITRATTO DI POSTREMO
VATE, POETA GNOSTICO
La raccolta di
poesie intitolata Il volo della chimera può essere
considerata uno spaccato di vita con la quale l’Autore mette
a nudo la propria anima, anzi, per dirla con un suo verso,
il suo “animo proteiforme”, sempre proteso verso nuovi
orizzonti ed interessi che cedono il posto ad altri, appena
sono stati sufficientemente approfonditi.
Un animo
indomito che oserei definire “alfieriano”, che si nutre
di qualsiasi aspetto della cultura, sia essa rappresentata
dalla letteratura, dalla politica, dalla geografia, dalla
storia, dalle arti, dalla teologia, dall’astronomia, dall’esoterismo
o da quant’altro riesca a destare la sua curiosità sempre
viva, sempre assetata di conoscenza e di nuove esperienze
intellettuali e spirituali.
E’ forse più
semplice esplicitare quali siano gli aspetti che non lo
stimolano, ed allora troviamo al primo posto il proprio
corpo, che egli considera un pesante fardello da portarsi
appresso e che, non solo reclama di essere preso in
considerazione con le proprie esigenze materiali (e da qui
all’assurdità di dover “perdere tempo” per le normali
funzioni biologiche e magari per qualche malanno che
inevitabilmente sopraggiunge a distoglierlo dalle sue
cogitazioni, imponendogli una pausa forzata), ma, peggio di
tutto, tiene imprigionata la sua anima indomabile,
impedendole di elevarsi al di sopra delle brutture del
mondo, delle banalità e meschinità che lo circondano, come
esprime nella lirica “Anima notturna” nei seguenti versi: “
così la mia anima triste e stanca/ è costretta a far
ritorno/ nel vile carcere di carne/ in cui è rinchiusa da
decenni…
Per Postremo
Vate, che ha trascorso anni di studio personale ad
approfondire tematiche teologiche, dottrine religiose,
filosofie orientali e tecniche di meditazione al fine di
trovare quale sia la linea di pensiero che meglio gli si
confà, non è pensabile una vita basata solo sulla
quotidianità e sulle materiali incombenze con le quali tutti
ci troviamo ad inciampare; per lui ciò significa entrare in
crisi profonda fino ad ammalarsi per aver privato il suo
spirito di quanto è per lui di vitale sostentamento, vale a
dire ritagliarsi uno squarcio di tempo per le proprie
attività letterarie e/o di ricerca di conoscenza gnostica.
Questo per lui è vivere, tutto il resto è vegetare, farsi
scivolare addosso il tempo che, come per ogni essere
mortale, altro non è che il segno incontrastato della nostra
finitezza terrena: aspetto che egli rifiuta a priori e
rappresenta uno dei maggiori tarli che non placano il suo
temperamento focoso, facile agli eccessi.
Un temperamento
estremamente sensibile che si commuove fino alle lacrime per
l’esistenza miserevole degli animali maltrattati,
abbandonati (ai quali ha dedicato una sezione di questo
“Volo della chimera”), proprio perché considerati
maggiormente indifesi che non il genere umano, ma al tempo
stesso pronto ad infiammarsi d’ira per una giusta causa ed a
battersi in prima linea per un ideale che ritiene
irrinunciabile, anche se ciò gli procura non pochi problemi
esistenziali in una società dove conta più il fare che
l’essere, una società globalizzata nella quale chi non segue
la massa, è subito etichettato come “diverso” e siccome chi
non rientra nei canoni prestabiliti è guardato con
sospetto, meglio discostarsene per evitare di esserne magari
influenzato.
Nella sua lirica
intitolata appunto “Diverso” è egli stesso ad affermare di
“inseguire chimere irraggiungibili/ fantasticare dietro a
sogni impossibili” come “filosofo animato dall’eroico
furore/ che fa fatica a vivere/ in mezzo ai
mediocri”…
Il nostro
Autore, poeta gnostico bramoso di conoscenze spirituali, non
soffre per questa sua emarginazione da certi ambienti
che egli considera gretti e di ristrette vedute aride
culturalmente, tuttavia non rimane arroccato nella sua
“torre d’avorio” disprezzando chi non la pensa come lui, è
anzi sempre aperto al confronto proprio con chiunque
dimostri linee di pensiero contrapposte alle sue, in quanto
ritiene che con lo scambio di vedute, ci si possa arricchire
ulteriormente, perché si ha la possibilità di discutere,
litigare magari, per una posizione rispetto ad un’altra, ma
essere pronto a riconoscere anche i propri limiti e magari
le proprie defezioni.
Postremo Vate è
infatti pronto a rivedere le proprie idee, qualora si renda
conto che ha sbagliato o che nel frattempo gli eventi lo
hanno portato a pensarla diversamente.
Non lo si può
considerare quindi un tipo altezzoso, che guarda dall’alto
al basso “ la vil genìa”, sempre per dirla con Alfieri, il
quale, insieme a Salgari, è lo scrittore che maggiormente si
avvicina all’autore, il primo per il temperamento impetuoso
e ribelle, il secondo per avere avuto la capacità di
scrivere di luoghi in cui non era mai stato se non con la
propria poderosa fantasia.
Ed in quanto a
fantasia, Postremo Vate ne ha da vendere, il che gli
permette di spiccare inaspettati voli pindarici attraverso
gli spazi siderali ed il tempo, convinto com’è, da buon
gnostico qual è, che da qualche parte ci sia nascosto il
segreto imperscrutabile che ci permette di vincere la morte.
Non può finire
tutto così, senza che ci sia un “continuum” previsto sotto
altre forme di energia, il progetto che è inscritto in
ognuno di noi, deve per forza avere un seguito, egli lo
avverte nelle infinite presenze che gli volteggiano attorno
sin dalla più tenera età, durante la quale era la forza
magnetica del torrente che lo catturava inspiegabilmente col
suo fascino e la sua irruenza, svelandogli poco a poco
l’esistenza nella natura di esseri elementali che popolarono
i racconti di letteratura fantastica dei suoi primi libri
scritti in età adulta.
Amore per quelle
vallate che l’hanno visto bambino muovere i primi passi sia
nel senso etimologico del termine, sia in campo letterario,
amore per la propria patria che si evince nelle liriche
“All’Italia” e “Al mio Piemonte” di stampo quasi
carducciano, tale è l’impeto del verso, così impregnato
degli studi classici che furono alla base della sua
formazione di studio e dai quali, in questo libro egli
afferma di volersi discostare per liberarsi da quei rigidi
schemi di metrica e di ritmo che furono propri delle sue
giovanili composizioni e che ritroviamo tuttavia, frantumati
qua e là, perché gli studi lasciano sempre un’impronta
particolare nell’humus del nostro encefalo che sempre si
rinnova, pur mantenendo salde le fondamenta sulle quali si è
formato.
Amore e
rimpianto per quell’età spensierata nella quale c’erano
altri a risolvere i nostri problemi e tutto il mondo era lì
per noi, per essere esplorato a 360°, questa voglia di
ritornare fanciullo fa spesso capolino nei suoi versi, ma
egli stesso sa che nel suo intimo è sempre vivo il suo
spirito giocoso, spesso nascosto sotto spessi strati di
astratta formalità che, pur controvoglia, si incrostano
sulla nostra indole naturale, soffocandola e quasi
annientandola.
Per Postremo
Vate essa emerge comunque nei suoi sfoghi letterari o
artistici, in cui la sua sfrenata immaginazione non ha
limiti e gli permette di fuggire in un mondo irreale
popolato di creature che solo lui, col suo estro creativo
può generare, dando vita ad entità di cui spesso ha egli
stesso timore.
I mostri sono
dunque sempre presenti nella sua esistenza, siano essi
creature inventate, incontrate in lungometraggi di
fantascienza o dell’horror, o i mostri dell’inconscio “ che
albergano nel fondo/ delle nostre coscienze/emergono dagli
abissi/dell’inconscio e ci terrorizzano/ con rimorsi
tristi/ed orribili pensieri… proprio quando siamo più
indifesi: di notte o nei momenti di debolezza.
Mostri da
disegnare, da combattere e cercare, quasi in una sfida con
se stesso, per vincere quella paura atavica della morte,
dell’ignoto, dell’imprevedibile.
In Postremo Vate
si combattono sempre due forze antagoniste, di schietta
natura gnostico-manichea: la Luce dell’Eterno cui egli
agogna in una continua ricerca del Bene ad ogni costo, le
Tenebre del Male, della Paura, del Dolore, della Materia,
che egli vuole comunque conoscere, non per senso di
superiorità o di sfida, ma per riuscire meglio a sconfiggere
dalla propria esistenza, condannandole ovunque esse si
trovino (nella gente meschina ed invidiosa, nell’odio e
nella sete di guadagno che impera sul mondo intero,
scatenando guerre, disastri ecologici solo per il profitto
di pochi), come scrive in un toccante testo: “ La verità è
che noi/siamo tutti figli del peccato,/dell’abominio e della
perversione,/e la nostra è una razza dannata,/ una stirpe
esecranda che continua/ a peccare pur avendo chiara/ in
mente qual è la via della Salvezza…/
Il suo
temperamento è al tempo stesso Aria e Fuoco, elementi vitali
antagonisti ma complementari, in quanto l’aria non può
essere costretta in rigidi spazi e da qui nasce la sua
estrema necessità di libertà, di non essere imbrigliato da
niente e da nessuno, sia esso un legame affettivo o uno
schema lavorativo che tarpi le ali della sua immediatezza.
Il fuoco avvampa improvviso come il suo carattere
estremamente passionale che non si risparmia gli slanci
d’amore, come quelli di commozione, di dolore o di collera.
Anche il fuoco però non può essere circoscritto, perché
continua a covare sotto la cenere, anche quando sembra ormai
estinto, ed è pronto a guizzare improvviso al primo soffio
d’aria vivificante.
Così è per
Postremo Vate. Anche nella depressione più cupa, egli
ritrova vigore e nuova linfa corroborante nelle sue
innumerevoli letture e nei suoi scritti, dove il suo animo
represso trova respiro ed almeno momentaneamente si placa
quella sua perenne frenesia.
In particolare
nella lirica “La mia anima” troviamo condensato tutto ciò,
quando egli afferma “la mia anima vive di sogni/s’innalza in
volo puntando/ verso arcane dimensioni/….libera da qualunque
legame/con la vile ed immonda materia…
L’autore si
paragona ad Odisseo che naviga “ tra i flutti
dell’inquietudine/, su mari d’angosce,/ gravidi di minacce
ed è sempre l’angoscia a creare “abissi che, come buchi
neri/ si spalancano improvvisi nel mio cosmo interiore…di
randagio psiconauta” e riflette sulla propria esistenza
affermando “ e così io tiro avanti/ la mia vita strana,
sconclusionata, bizzarra,/fatta di sogni inconcludenti/ e di
immaginazioni allucinate/ che non mi condurranno mai/ verso
alcuna meta..”
Posso concludere
questo “ritratto” del nostro poeta gnostico, affermando che
Postremo Vate è una persona estremamente schietta nelle
proprie affermazioni, profondamente buona d’animo ma non al
punto da rasentare l’umiltà; c’è sempre in lui un guizzo che
gli impedisce di offrire una seconda possibilità a chi non
lo merita.
La sua lotta
contro il tempo non gli consente di sprecarlo per futili
motivi, quindi se gli viene fatto un torto che egli ritiene
ingiusto, non lo manderà giù proprio perché il mondo con lui
si comporta allo stesso modo, lo emargina perché esula gli
schemi tradizionali. Quei rigidi schemi che talvolta siamo
noi stessi ad imporci, essendo troppo severi con noi,
pretendendo ritmi di vita che non sono i nostri, scelte di
vita che non ci stanno bene, ma che sopportiamo reclinando
il capo…. no, questo Postremo Vate non lo accetta per nessun
motivo, in quanto ama troppo la libertà sotto ogni punto di
vista ed in questo volume ce lo dimostra anche nello stile
dei suoi versi, meno ancorati alle reminiscenze del passato,
più agili, scorrevoli, quasi colloquiali, con i quali
intrattiene un discorso col lettore come farebbe con un
amico di vecchia data, col quale ci si ferma attorno ad una
tazza di tè fumante a riflettere su se stessi, sul mondo,
sull’amore, sulla propria esistenza errabonda, lacerata dal
dissidio tra Terra e Cielo, tra Luce e Tenebra, in faticosa
marcia sugli impervi sentieri del suo arcano destino di
poeta assetato di conoscenza.
Nadia Sussetto
|
INTERVENTI CRITICI
|
|
“ Le Valli Incantate” –
“Le Terre Fantastiche”
Pubblicato nel
1997 con la casa editrice Alzani di Pinerolo è un libro
composto da 10 racconti fantastici, ambientati nelle nostre
vallate (Val Chisone, Val Pellice e Germanasca), nei quali
predomina l’aspetto bucolico e fiabesco.
Si racconta di
esseri elementali : ninfe, elfi, centauri, fate, silfidi,
vampiri e satiri che popolano boschi, ruscelli, radure, con
tutto il loro carico di forze a volte benefiche, altre
malefiche nei confronti dell’umanità.
(Riassunti)
illustrazioni di Paola Musso
Nel 1998 esce
“Le Terre Fantastiche”
che doveva
comporre un unico volume con le Valli Incantate e che, pur
appartenendo al medesimo filone e sviluppandosi anch’esso
attraverso 13 racconti nelle zone circondanti il pinerolese,
ha una maggiore contestualizzazione storica.
Le vicende
narrate abbracciano infatti un arco di storia che va dal
medioevo alla dominazione napoleonica.
Anche in questo
libro si parla di cattivore, orchi, gnomi, folletti, demoni,
draghi e licantropi.
In entrambi i
volumi i personaggi mitologici si mescolano a quelli
extraterrestri, ma si compendiano in quanto hanno una forte
caratterizzazione umana in quanto devono sottostare
anch’essi alla continua lotta tra Bene e Male, Luce e
Tenebre, tra il nostro lato più spirituale ed elevato e
quello più bestiale, più oscuro.
Anche i mostri
provano sentimenti come il Drago di Saluzzo, il Satiro di
Castel del Bosco (riassunti).illustrazioni di Beppe Viello.
Questa
caratteristica richiama alla concezione manichea e
zoroastriana che considera l’esistenza umana in continua
balìa tra forze positive e negative, esterne o presenti in
noi stessi.
Osservazioni
di Alberto Sordi, poeta e pittore di La Spezia
“Le Terre
Fantastiche” mi ha richiamato alla mente “Conquest”, il film
di Lucio Fulci, il cui protagonista si recava in un’isola
ancora dominata dalle Tenebre a combattere arpìe e mostri
vari affinchè tutto il mondo fosse illuminato.
In epoche
remote l’onesta spada di un cavaliere poteva vincere le
creature del Male: gli eroi solari erano impegnati a far
arretrare il Regno delle Tenebre per dare uno spazio sempre
maggiore a quello della Luce, come possiamo anche leggere in
“Conan il Barbaro” di Howard o nel “Signore degli Anelli” di
Tolkien.
Postremo Vate
descrive un passato dove le entità della Natura non avevano
ancora abbandonato il mondo per rifugiarsi nell’Altrove
sconosciuto, ma interagivano con gli umani; i boschi e le
montagne di un magico Piemonte erano ancora abitati da fate,
orchi, satiri, folletti ed altri esseri favolosi, mentre
sopra le città volavano draghi.
In
questi racconti, nei quali spesso gli eroi liberano dalle
grinfie di mostri fantasmagorici belle fanciulle nude,
appaiono anche gli alieni della moderna
mitologia a minacciare una realtà
armoniosa, nella quale esisteva ancora il gusto
dell’avventura e della scoperta.
Si parla di
epoche non ancora avvelenate dalla noia di un Cosmo monotono
e disabitato, riempito solo da fretta, cellulari,
inquinamento e gente che corre verso il nulla, col capo
abbassato.
Vien da
domandarsi: “ Non è che le potenze delle tenebre e gli
alieni abbiano preso il controllo pressochè totale della
nostra quotidianità?”
Considerazioni
Due libri che
vogliono rendere merito
all’amore
dell’autore per le vallate nelle quali è cresciuto,
con quei boschi e quei torrenti lungo i quali amava giocare
e di cui ancora oggi sente forte il richiamo per la loro
carica che infondono e per la presenza di varie forme di
energia della natura che Postremo è in grado di percepire
palpabilmente.
È forte
nell’autore infatti la necessità di raccogliersi in
momenti di
meditazione,
sia per recuperare le forze, sia per fuggire dalla
quotidianità e dalla vita frenetica da lui così odiata.
L’autore è affascinato dalle
discipline
orientali
che danno ampio spazio ed importanza alla propria
interiorità ed a momenti di riflessione e di distacco dalla
realtà circostante e con la loro filosofia si contrappongono
al modello massificante occidentale che tende a riempire la
vita di impegni ed a tralasciare il tempo per noi stessi.
Nel mondo
occidentale esiste il pensiero razionale, scientifico
secondo il quale tutto
deve essere misurabile, quantificabile, altrimenti non
appartiene al mondo concreto e quindi non è spiegabile con
delle prove; ma la stessa
fisica subatomica
ha dovuto ammettere che nel piccolo infinitesimale non
esiste più un confine netto tra materia ed energia, per cui
le due forze si compenetrano e si influenzano a vicenda.
Si parla sempre
più diffusamente di
pensiero
olistico
che tiene conto di corpo e mente e della presenza di
fenomeni non spiegabili scientificamente, ma con i quali
abbiano a che fare quasi quotidianamente: le coincidenze, le
casualità,ecc.
Secondo la
teoria della sincronicità gli eventi non stanno sempre
insieme secondo un rapporto di causa-effetto, ma per
analogia:
questa teoria è applicabile non solo in
ambito fisico, ma anche in quello biologico della natura.
Esempi: Jung,
con l’inconscio collettivo dimostrò che esiste una
dimensione arcaica a cui tutti attingiamo, Von Scholz
(fotografia di madre al figlio nella Foresta Nera e due anni
dopo a Francoforte stessa pellicola impressionata due volte
con i due figli),
esperimenti di
Rhine sulla lettura delle carte.
Lo scrittore ha
maturato una concezione della vita che può sembrare
pessimistica, mentre è il frutto di una continua ricerca
interiore di accettazione degli eventi.
Nelle sue opere
traspare un’ampia visione dell’esistenza umana con
riferimento alla concezione manichea e zoroastriana che egli
sostiene completamente: per lui non esistono mezze misure.
Piuttosto che un
unico romanzo, l’autore preferisce la forma del racconto che
gli dà la possibilità di iniziare, sviluppare e terminare
ogni vicenda, mentre il romanzo richiede un’ispirazione ed
una dedizione continua ed è una forma letteraria ad ampio
respiro.
Nadia
Sussetto
|
|

|
|
LE
FUTURE APOCALISSI
secondo
l’interpretazione di Giuseppe Furnari
I l volume di
racconti Future Apocalissi, dello scrittore
pinerolese Postremo Vate, alias Fabrizio Legger, oltre ad
essere la sua ultima fatica narrativa, è sicuramente una
delle più impegnative tra le molte opere letterarie composte
da questo poliedrico autore, dotato di una sensibilità
artistica che gli fa sentire con particolare intensità
emotiva il dualistico scontro apocalittico tra Bene e Male,
Luce e Tenebre, Materia e Spirito…
I suoi ricordi
onirici di fanciullo fantasioso e il suo timore quasi
reverenziale nei confronti delle forze della Natura, così
come appaiono in altre due suoi volumi di racconti
precedenti questo, e cioè, Le Valli Incantate e Le
Terre Fantastiche, sono costretti a confrontarsi adesso
con la sconsiderata bramosia di potere e di dominio
tecnologico di una umanità snaturata, biomeccanicizzata, che
ha dato vita ai cosiddetti Tecnantropi.
Parallelamente,
l’Autore sviluppa ulteriormente la sua concezione
zoroastriana-gnostico-manichea: un mondo dominato da una
eterna guerra tra le Forze del Male e quelle del Bene,
inevitabilmente sospinto verso un’Apocalisse finale che ne
spazzerà via tutte le brutture per purificarlo e crearne uno
nuovo. Ma, questa volta, per mano della stessa umanità,
divenuta robotica e biomeccanica, avida di potere e nemica
dichiarata della natura e delle forze elementali che la
abitano.
Postremo Vate
mostra di intuire che il futuro può fornire una chiave di
lettura per il mondo presente assai migliore di quella che
offre il passato, non importa se in versione storica o
fiabesca. Da questo scaturiscono con intrinseca urgenza
questi racconti fanta-ecologici (o, meglio,
eco-apocalittici), in netto stile fantasy e brillantemente
sposati con una mitologia potente ma spaventata, i cui
personaggi, personificazioni mitiche delle forze della
Natura, ricercano anch’essi una disperata via di salvezza
dai cataclismi ecologici causati dagli umani
ipertecnologizzati.
E qui, occorre
rilevare che la partecipazione emotiva dell’Autore nelle
storie narrate in questi racconti è tale da coinvolgere il
lettore in maniera talora troppo stretta per farlo sentire
del tutto a proprio agio. Non si tratta, quindi, di una
lettura rilassante o idilliaca, perché in questa sua opera
apocalittica Postremo Vate ritiene più utile una scrittura
che fa uso dell’inquietante e dello sconvolgente, con la
rivelazione di associazioni inaspettate, mirando a penetrare
nelle dimensioni psicologiche della nostalgia, della memoria
e delle emozioni ed evocando raccapriccianti orrori
biomorfici e incubi biotecnologici, fin quasi a generare una
malattia ossessiva della psiche, incalzata continuamente
dalla minaccia delle incombenti e più svariate forme di
apocalissi (termine che egli intende come “fine del mondo” e
non, nel senso religioso cristiano, di “rivelazione”).
Tale parossismo
costituisce, a mio avviso, la reazione ipersensibile
dell’Autore, come anche del lettore più coinvolto, alla
visione di un mondo beceramente edonistico e materialistico,
in cui la paura dell’Inferno è fuori moda; oppure, alla
visione di un mondo che non si cura della propria miopia
emozionale e della probabile perdita più sinistra di questa
nostra folle epoca postmoderna: la morte dei sentimenti e
degli affetti.
Forse, ciò che i
nostri figli hanno davvero da temere, più che gli scarichi
delle automobili ultratecnologiche del domani, sarà il
sottile piacere poliperverso nel calcolare i parametri più
eleganti della morte, del sesso e della paranoia, mentre lo
specchio del mondo si frammenta nella precarietà del lavoro
interinale e nell’invasione degli elettrodomestici
computeristici e iperdigitali a durata ingegneristicamente
limitata.
Nei mondi
apocalittici di Postremo Vate, l’umanità è spesso travolta
dalla ribellione della Natura, oppure, irrimediabilmente
tramutata in fredde bio-macchine che uccidono appunto, in
essa, ogni barlume di “umanità”. Restano solo esseri
elementali e creature fiabesche e mitologiche ad accorgersi
che al mondo – al nostro mondo – è stato rubato il futuro,
ragion per cui si dibattono come matti in una sorta di
soffocante manicomio cosmico.
La lunga serie
dei venti racconti, apparentemente scollegati tra loro,
appare come una sequela di brevi filmati che evocano i sogni
e gli incubi collettivi del nostro nuovo millennio nella
loro espressione più viva. Infatti, pur non dando grande
spessore psicologico ai mitici personaggi delle selve e
delle marine (satiri, tritoni, ninfe, sirene), come già
avvenuto del resto per quelli dei mondi fiabeschi dei
racconti dei libri precedenti (quei mondi che qui l’Autore
non vuole abbandonare ma, piuttosto, valorizzare), egli
riesce a tracciare una linea diretta con l’inconscio del
lettore.
Il vero senso
dell’opera, di gran lunga il più importante, secondo me, è
che queste immagini di un futuro quasi surreale penetrano
l’iconografia dello spazio interiore. Sfiorano sì stati di
sogno e di allucinazione, ma l’Autore, con tecniche di
impatto violento tra due mondi contrapposti, cerca di
generare una forza redentrice e terapeutica che tocchi
l’essere più intimo di ciascun io, con una missione ben
precisa: indicare e disinnescare i valori più malsani e
negativi della cosiddetta “civiltà delle macchine”.
Infine, aperta
resta la domanda più spinosa: se e come e quando comunicare
correttamente ai nostri figli, ragazzini o adolescenti, la
percezione di queste realtà apocalittiche che riteniamo più
corretta. Forse, in tal senso, questo libro di Postremo Vate
può darci una mano.
Mia figlia, per
esempio, a cui è giunta voce che il mondo potrebbe finire
entro trent’anni, con una Terra inabitabile per l’essere
umano, ha esclamato: <<Ma io avrò appena 44 anni!>>.
Era
un’affermazione che conteneva in sé anche una domanda piena
d’angoscia, alla quale, per il momento, ho risposto che un
tale evento è molto improbabile che si verifichi… Ma la mia
è solo una speranza?
Giuseppe Furnari
|
|
[Autore]
[Poesia]
[Prosa]
[Disegni]
[Miscellanea
letteraria]
[Home]
|
|