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RECENSIONI LIBRARIE |
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Un avvincente
romanzo futurista di Filippo Tommaso Marinetti
Una nuova
edizione pubblicata da Vallecchi Editore
La
produzione letteraria di Filippo Tommaso Marinetti
(1876-1944), Padre del Futurismo, è
sterminata: scrisse liriche, poemi, racconti, romanzi, testi
teatrali, manifesti estetici, novelle, saggi, in preda ad un
furore creativo che non conobbe limiti e che durò sino al
giorno della sua morte (poche ore prima del decesso scrisse
una poesia dedicata alla X Mas). Ora, per i tipi
di Vallecchi Editore, è stata pubblicata una nuova edizione
del suo celebre romanzo intitolato:
“L’alcòva
d’acciaio”
(pagine 344, Euro 19,00), uno tra i testi più interessanti
del Padre dle Futurismo. Si tratta di un romanzo
autobiografico, ma anche bellico-avventuroso, profondamente
venato di sensualità e di erotismo eroico, secondo il più
collaudato stile marinettiano. In questo libro,
Marinetti racconta la sua partecipazione alle operazioni
belliche della Prima Guerra Mondiale, in qualità di militare
(ebbe il grado di tenente) del regio esercito italiano,
operante sul fronte del Piave. Con la solita padronanza di
linguaggio, con la solita verve affabulatoria, con grande
estro e profonda inventiva, Marinetti riesce a darci un
grande ritratto della guerra di trincea, della prima guerra
moderna della storia dell’umanità. E si tratta di un
libro tutto italiano, dove il fronte rappresenta anche un
luogo di unione patriottica, di cementificazione del senso
di unità nazionale e di orgoglio italiano da parte di
soldati provenienti da tutte le regioni della penisola.
L’impianto del romanzo è diaristico (Marinetti, durante gli
anni di guerra, riempì di appunti e annotazioni i suoi
taccuini, che poi, negli anni successivi al conflitto, si
trasformarono in poemi, novelle, romanzi), la scrittura ha
un taglio decisamente autobiografico, ma l’inventiva e
l’estro non sono affatto esclusi da questo originale testo
tutto fremente di azioni belliche, imprese erotiche e
aspirazioni al sublime. La guerra stessa è esaltata e
sublimata da Marinetti, in quanto, come ebbe a scrivere nel
celebre “Manifesto del Futurismo”, la guerra è
“igiene del mondo”, ma nella sua opera letteraria anche
la guerra si “umanizza”, in senso antropologico, in quanto
diventa occasione per fare esprimere ad ogni singolo uomo la
sua vera natura, rivelandogli impietosamente la sua forza o
la sua debolezza. Grande protagonista di questo bel romanzo
è l’autoblindo “74”, l’alcòva d’acciaio del titolo, dove il
guerriero Marinetti combatte e riposa, rivela la sua audacia
eroica ma fa anche sogni erotici che costituiscono l’altra
faccia del suo superomismo futurista. Ci troviamo di
fronte, in sostanza, ad una sorta di guerra-spettacolo, di
evento bellico che è anche una sorta di show
ultrapatriottico, dove si combatte e si ama, si vive e si
muore, all’interno di una cornice che favorisce l’emergere
dell’anima eroica del Futurista, dell’Ardito, del
Combattente per la Patria che sa trarre esperienze positive
anche da un evento sanguinoso e devastante come la guerra.
Un “classico del Novecento” che si
legge d’un fiato, che avvince e che conquista il lettore,
soprattutto se si impara a “leggere tra le righe” e a
comprendere le infinite sfaccettature del multiforme animo
marinettiano. Il volume è pubblicato nella collana
“Caratteri del ‘900” e può essere richiesto nelle
migliori librerie. Visitabile anche il sito internet
dell’editore all’indirizzo web:
www.vallecchi.it
Fabrizio
Legger |
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Un avvincente
saggio sulle passioni esoteriche del Vate pescarese
D’Annunzio e il fascino
arcano per l’Occulto
Il “mistero”
nella vita e negli scritti del nostro grande poeta
“D’Annunzio
e l’Occulto”
è il titolo di un avvincente volume di A. Mazza (pagine 128,
Euro 12,91), pubblicato dalle romane Edizioni
Mediterranee. A prima vista potrebbe sembrare il titolo
di un libro un po’ strano, ma non lo è, soprattutto per chi
conosce bene l’Opera letteraria del grande scrittore
pescarese.
Infatti, da buon
scrittore vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento,
D’Annunzio si interessò molto di esoterismo, spiritismo,
magia e astrologia, tanto che molti suoi testi in verso e in
prosa contengono continui richiami in direzione di queste
tematiche. Basti pensare a certe poesie di raccolti di versi
come “La Chimera” o “Intermezzo di Rime”,
dedicate alle fate oppure a personaggi magici del mondo
mitologico.
Ma anche in
certe opere teatrali emergono figure collegate al mondo
della magia e della sapienza esoterica, come la maga Pantea
nell’atto unico “Sogno di un tramonto di Autunno”
o la stessa Mila di Codro, sorta di procace fattucchiera
campestre, protagonista de “La
Figlia di Iorio”.
Lungo tutta
l’opera letteraria di D’Annunzio è possibile, dunque,
riscontrare elementi di magia, astrologia ed esoterismo, ma
è soprattutto nell’ultima parte della sua vita, dal 1921 al
1938, e negli scritti di questi anni, che, D’Annunzio mostra
uno spiccato interesse per le dottrine della metempsicosi,
per i medium, i contatti con l’Aldilà, la teosofia e
l’occultismo. Tutti questi interessi traspaiono sia nelle
prose che nei versi, non disdegnando neppure certi
riferimenti alla magia del mondo rurale e alle superstizioni
dei contadini d’Abruzzo, come avviene in taluni racconti
delle Novelle della Pescara.
Con
l’avvicinarsi della vecchiaia e della morte, ma anche in
seguito alla sconvolgente esperienza della Prima Guerra
Mondiale, il Vate di Pescara aumenta il suo interesse per
l’occulto. Al Vittoriale, negli ultimi anni della sua vita,
il Poeta invitò più volte medium e astrologi, per discutere
con essi di argomenti legati allo spiritismo, ai poteri
medianici e agli influssi che astri e pianeti esercitano
sugli esseri umani.
Molte donne che
D’Annunzio amò e frequentò, a partire da Eleonora Duse sino
a Luisa Bàccara, si interessavano di essoterismo e
occultismo, e ciò non fece altro che suscitare nel Poeta un
interesse sempre maggiore per questi aspetti arcani dello
scibile umano, tanto che, in molte pagine di opere come
“Notturno”, “Le cento e cento e cento e cento pagine
del Libro Segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di
morire”, oppure de “Le faville del maglio”,
si nota chiaramente questo influsso esoterico nell’arte
dannunziana.
In questo
saggio, non particolarmente corposo ma molto suggestivo ed
esauriente, Mazza delinea un ottimo ritratto del Vate
assetato di conoscenze esoteriche, sedotto dall’occultismo e
decisamente interessato allo spiritismo e all’astrologia, ma
anche reso irrequieto dal timore della morte imminente e
angosciato dall’inarrestabile avanzare della vecchiaia.
Un libro
di sicuro interesse, non soltanto per tutti gli ammiratori
di Gabriele D’Annunzio, ma anche per tutti coloro che si
interessano di essoterismo e dei rapporti degli scrittori
con il mondo dell’occulto e della magia. Il libro è
reperibile nelle migliori librerie, oppure richiedibile
direttamente alle Edizioni Mediterranee, tel. 06 –
3235433, sito internet:
www.ediz-mediterranee.com
Fabrizio
Legger |
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Un’opera del
grande scrittore africano sui nemici della Chiesa
Le bizzarre
dottrine dei fantasiosi epigoni degli Apostoli
La
casa editrice milanese Mimesis pubblica nelle sue
collane interessanti opere di astrologia, essoterismo,
scienze occulte, religioni orientali, particolarmente
interessanti per un pubblico di lettori colti e curiosi. A
tal proposito vi voglio segnalare una “chicca” di libro
davvero affascinante: si tratta del breve trattato di Sant’Agostino
intitolato
“Le Eresie.
Catalogo e confutazione delle eresie del mondo
antico”
(pagine 127, Euro 7,23), pubblicato nella collana “I cabiri”,
curato da Stefano Fumagalli. Si tratta di un breve
testo, composto intorno al 428 d.C., in cui il padre della
Chiesa africano elenca, discute (e denigra!) molte delle
numerosissime eresie che tra il II° e il IV° secolo si
diffusero in tutto il bacino del Mediterraneo. Con il solito
piglio polemico, ma anche con la grande cultura che
caratterizza tutta la sua opera, Agostino prende in esame
non solo le maggiori eresie(quella di Marcione, quella di
Valentino, quella di Mani o quella di Donato), ma anche
eresie di gruppi minori, come i Patriziani (cioè, i
seguaci di Patrizio), i quali affermavano che il corpo umano
era stato creato dal diavolo e che quindi bisognava
mortificarlo compiendo ogni sorta di viziosa turpitudine;
oppure gli Artotiriti, i quali convertivano alla loro
eresia molta gente offrendo a tutti pane e formaggio; o,
ancora, gli Antidicomariti, setta eretica che negava
la verginità di Maria e che affermava che dopo aver
partorito Gesù la Madonna avrebbe dato alla luce molti altri
figli, essendo tutta presa dai piaceri della carne e per
nulla affatto propensa alla castità. Ma Agostino non tace
certo sugli Ariani, sui Montanisti, sui
Pelagiani, sui Sabelliani e su tutti gli altri
eretici che, con le loro mirabolanti dottrine, con le loro
fantasiose teorie e con le loro bizzarre storie riguardanti
la genesi del mondo e la creazione dell’Uomo, degli Angeli e
dei Demoni, dettero vita ad una “letteratura teologica”
decisamente avvincente e affascinante. Le eresie
elencate da Agostino sono ben ottantotto, ma si tratta di
una minima parte di tutte le credenze, i culti e le sette
che nacquero in seguito alla predicazione di Cristo. Un
libro assai utile per conoscere una parte assai importante
della storia della fede cristiana, ma, soprattutto, per
venire a conoscenza di coloro che furono i più irriducibili
e geniali nemici del cattolicesimo e della Chiesa di Roma.
Particolarmente interessante è il fatto che Agostino dedica
ampio spazio anche a sette e a conventicole eretiche che,
già all’epoca sua, erano in costante e vertiginoso declino,
come i Paterniani (che ritenevano create dal diavolo
tutte le parti più ripugnanti del nostro corpo, e che,
perciò, predicavano la mortificazione del retto, degli
organi genitali, dei piedi e del pube, praticando nei loro
culti ogni genere di oscenità), oppure gli Ieraciti
(che negavano la resurrezione della carne e che predicavano
che tutti gli uomini e tutte le donne del mondo dovessero
farsi monaci e monache), o, ancora, i Fibioniti (i
quali sostenevano che Dio fosse presente nello sperma
maschile e nel mestruo femminile e nella placenta, e perciò
facevano grandi orge con donne mestruale e incinte, nel
corso delle quali venivano ingeriti tutti questi umori).
Insomma, un gran campionario delle folli e deliranti sette
che per molti secoli accompagnarono con le loro perversioni
e le loro assurdità l’ascesa del Cristianesimo.
Una
lettura indispensabile, che consigliamo calorosamente.
Potete richiedere questo libro nelle migliori librerie. Per
contatti con la casa editrice Mimesis: tel. 02-89403935,
sito internet
www.mimesisedizioni.it
Fabrizio Legger |
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Un affascinate
libro di Evola sulla cultura buddista
Il carattere
iniziatici e metafisico della religione dell’Illuminato
“La
dottrina del Risveglio”
(pagine 274, Euro 19,00), Edizioni Mediterranee, è il titolo
dell’affascinante libro di Julius Evola che recensiamo
questa settimana. Il celebre filosofo della Destra italiana
(1898-1974), come è noto, fu sempre affascinato dalle
culture e dalle religioni orientali, in particolar modo dal
buddismo, dall’induismo e dall’islamismo. Con quest’opera
Evola intende presentare al lettore le teorie buddiste nella
loro vera luce di risveglio dell’interiorità e di riscoperta
dello spiritualismo orientale. In queste pagine il buddismo
viene rivisitato come dottrina morale per il risveglio delle
coscienze, dottrina fondata su un rigido codice etico e su
una serie di precetti quali la compassione, il distacco
dalle passioni terrene, la fuga dal mondo, il valore supremo
della meditazione che porta all’Illuminazione interiore
(grazie alla quale si può diventare dei buddha). Ma Evola,
in questo libro, oltre che disquisire dell’etica e della
metafisica del Buddismo, si occupa anche dei suoi aspetti
pratici, quali l’ascesi e la meditazione, pratiche che
consentono all’uomo di rafforzare la propria interiorità, di
corroborarsi mentalmente e spiritualmente, di affrontare le
difficoltà della vita quotidiana dando il primato all’azione
sulla speculazione. In tal modo, anche la meditazione
buddista e la vita ascetica condotta dai devoti
dell’Illuminato, diventano strumenti per agire energicamente
nel mondo, creando così dei “combattenti asceti”, devoti e
rigorosi, che per Evola rappresentano il massimo punto di
arrivo a cui può condurre una pratica seria e costante del
buddismo.
Un’opera mistica e rigorosa, questa,
in cui Evola evidenzia come una parte delle discipline
buddiste sia suscettibile di una applicazione nella vita
quotidiana di tutti i giorni, in quanto capaci di
fortificare l’animo, distaccarsi dai bisogni superflui e
dagli agi, fare chiarezza nelle nostre menti, corroborare
gli spiriti tesi al conseguimento di supreme mete. Una sorta
di “ascesi aristocratica” che, secondo l’Autore, può avere
un valore immanente anche nel decadente mondo moderno, dove
il lassismo, l’edonismo consumistico e la mercificazione di
ogni ideale hanno raggiunto apici davvero terrificanti.
Un libro molto originale, assai interessante, che
consigliamo a tutti gli appassionati di religioni orientali.
Potete richiederlo nelle migliori librerie. Sito internet
delle Mediterranee all’indirizzo web:
www.ediz-mediterranee.com
Fabrizio
Legger |
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Una nuova
edizione della celebre opera evoliana
Il volume
contiene le due edizioni, italiana e tedesca
“Imperialismo
pagano”
è
sicuramente una tra le opere più lette, più citate e più
conosciute di Julius Evola (1898-1974), insieme, ovviamente,
a “Rivolta contro il mondo moderno”, altro celebre caposaldo
del pensiero evoliano.
Una nuova accurata edizione di quest’opera mancava da anni,
ma ora, finalmente, le romane Edizioni Mediterranee ne hanno
pubblicato un’edizione critica, curata da Claudio Bonvecchio
(pagine 349, Euro 19,50), grazie alla quale è possibile
riavvicinarsi alle fonti del più autentico pensiero evoliano.
Ma perché “Imperialismo pagano” risulta essere così
importante? Innanzitutto, perché in questo volume che
riprende e ristruttura tutta una serie di brevi saggi
pubblicati da Evola sui periodici “Vita Nova” e
“Critica Fascista”, Evola sviluppa, argomenta e
definisce l’ossatura del suo pensiero tradizionalista (che
io intendo nel senso di fedeltà agli ideali pagano-romani e
imperiali della Roma dei Cesari) ed esoterico-pagano, in
forte ed aperta polemica contro il cristianesimo e il
cattolicesimo nelle loro vesti di “religione ufficiale”.
Un’opera drastica, serrata, battagliera, in cui il filosofo
polemizza aspramente contro la concezione cristiana
dell’esistenza e contro la sottomissione della grande
identità italica al dominio delle coscienze esercitato dalle
istituzioni ecclesiastiche. Qui emerge l’Evola polemico e
intransigente, che affronta di petto americanismo e
bolscevismo, liberalismo e democrazia occidentale,
rivendicando invece il diritto, per l’Italia, di rinnovare
la Nazione e lo Stato su basi certamente “imperiali” ma
anche di rigenerazione spirituale del popolo.
Ma oltre a questi argomenti decisamente dottrinali, c’è
anche un’altra importante ragione per cui quest’opera è,
a parer mio, basilare nell’ambito della produzione evoliana:
questo libro, infatti, venne pubblicato verso la metà del
1928, e cioè, pochi mesi prima della firma dei Patti
Lateranensi (11 febbraio 1929), il cosiddetto “Concordato”
tra il Vaticano e lo Stato fascista italiano, patti che,
purtroppo, segnarono un appiattimento della rivoluzione
fascista in seno alla Chiesa cattolica. Evola era contrario
a questi patti, e non solo per motivi ideologici, filosofici
e religiosi, ma perché, con la sua lungimiranza, intuì che
l’influenza del Vaticano avrebbe tarpato le ali alle
potenzialità imperiali del regime fascista.
Infatti, secondo il filosofo, con il Concordato, il Fascismo
finiva strangolato, spiritualmente, dall’egemonia
cristiano-cattolica, e venivano affossate anche tutte le
speranze di coloro che, come Evola, sognavano una futura
“restaurazione pagana”.
La lettura di questo libro, poi, risulta fondamentale per
aprire gli occhi sulla nostra identità, per comprendere
appieno la profondità delle radici del nostro glorioso
passato ma, soprattutto, per addentrarsi nei più profondi
meandri del pensiero evoliano.
Grazie alla Edizioni Mediterranee è ora possibile rileggere
in edizione critica, con commenti e note appropriate ed
approfondite, questo complesso saggio di uno tra i più
grandi intellettuali della destra italiana. Lo potete
richiedere nelle migliori librerie. Visitabile il sito delle
Mediterranee all’indirizzo web:
www.ediz-mediterranee.com
Fabrizio Legger
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Una avvincente
opera poetica di Martinetti, Padre del Futurismo
Una esaltazione
del volo e del patriottismo italiano
Grazie
alle prestigiose Edizioni Vallecchi, di Firenze,
recentemente sono state riedite alcune interessanti opere in
versi e in prosa di Filippo Tommaso Martinetti (1876-1944),
creatore e padre del Futurismo italiano, grande
organizzatore e svecchiatore della nostra cultura
provinciale, scrittore inesauribile e, dal 1909 sino al
1944, infaticabile mattatore della cultura italiana, nonché
accademico d’Italia e sincero sostenitore del fascismo
mussoliniano.
“L’Aeropoema
del Golfo della Spezia”
(pagine 98, Euro 10) è una tra le più fantasiose e bizzarre
opere poetiche marinettiane. La Spezia, città navale e
militare, situata sull’estrema propaggine ligure ma già in
“odor di Toscana”, fu molto amata dall’inventore del
Futurismo. Nel 1933 Marinetti ideò il Premio di Pittura
“Golfo della Spezia” e nel 1935 scrisse questo
“aeropoema”, appartenente ad un genere letterario del tutto
nuovo (anche questo di invenzione marinettiana), in cui
l’ebbrezza vertiginosa del volo e il vulcanismo prorompente
delle parole in libertà si fondono con la supremazie dei
tecnicismi e con il bellicismo delle battaglie aereonavali,
trovando un corrispettivo figurativo, proprio in quegli
stessi anni, nella pittura macchinolatrica futurista di
Tullio Crali e di Fortunato Depero. E proprio una di queste
fantasiose battaglie è la protagonista di questo bizzarro
poema, scritto con una sorta di “prosa ritmica” di ampio
respiro, in cui si esaltano le bellezze (non troppo
futuristiche, a dire il vero) di Lerici e Portovenere, Monte
Marcello e San Terenzio, con un canto lungo e appassionato,
che mescola elementi propri del naturalismo biomeccanico
futurista con tematiche prettamente guerresche e di
esaltazione delirante della tecnica e del mito del volo
aereoplanico. Ne viene fuori un componimento dove cielo e
mare sembrano fondersi, dove le navi e gli aerei, la carne
dei piloti e l’acciaio delle ali e delle carlinghe, sono un
tutt’uno e sembrano fondersi in un amalgama mostruosamente
inscindibile. Il poema non è eccessivamente lungo, risulta
assai originale, e ancor oggi, a distanza di tanti decenni
da quando fu scritto, risulta ancora piacevolmente
leggibile. Ci troviamo di fronte, in sostanza, ad una poesia
visiva ed immaginosa, piena di bellicismo e di vigore
futurista, in cui il pur aggressivo paroliberismo
marinettiano risulta però alquanto moderato, leggero,
smorzato, e non tremendamente onomatopeico come è invece
nella celebre “Battaglia di Adrianopoli”. Si
tratta di un “classico” del Novecento che recensiamo con
molto favore, consigliandone l’attenta lettura. Lo potete
richiedere nelle migliori librerie.
Fabrizio
Legger |
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La passione per
l’esoterismo nei versi del celebre poeta statunitense
Una poesia
pregna di influenze estetiche e spirituali
Ezra
Pound, il celebre autore dei “Cantos”, non solo fu
affascinato dagli studi economici e da quelli per le lingue
orientali e la letteratura cinese, ma fu anche attratto da
tutto ciò che riguardava il mondo dello spiritismo,
dell’occultismo e, più in generale, dell’esoterismo. Il
libro di Demetres Tryphonopoulos che qui recensiamo,
intitolato:
“Pound e
l’occulto”,
pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee (pagine 239,
Euro 12,91), è dedicato appunto a tale tematica e
ricostruisce i robusti legami di amicizia e di affinità di
interessi che il poeta americano ebbe con alcuni celebri
occultisti di inizio Novecento, tra cui Allen Upward, Alfred
Orange, e il celebre poeta W.B. Yeats. L’Autore affronta
l’imponente mole dei “Cantos”, la maggiore opera di poesia
di Pound e una tra le più interessanti di tutta la
letteratura novecentesca, soffermandosi sulla poesia
poundiana intesa come “rivelazione celeste” e come una sorta
di “palingenesi poetica”, passando poi ad esaminare la
tradizione occulta e la passione di Pound per l’occultismo e
per le antiche dottrine esoteriche (in particolare lo
gnosticismo cristiano). Nella seconda parte del saggio,
Tryphonopoulos affronta più direttamente i complessi testi
dei “Cantos”, evidenziandone i passaggi più prettamente
esoterici, rivelandone gli aspetti iniziatici, analizzando
strofe, parole e versi in cui sembrano nascondersi arcani
enigmi, frammenti di una sapienza segreta, tenendo ben
presente l’apporto di ideogrammi cinesi, geroglifici egizi e
parole scritte in antico alfabeto greco che costellano
l’intero corpus dei “Cantos”. Odisseo, Porfirio, gli Dei
nordici del Walhalla, Simon Mago e gli gnostici, gli antichi
misteri di Eleusi, la scienza dei Re Magi e l’esoterismo
della Divina Commedia sono soltanto alcuni dei moltissimi
riferimenti presenti nei “Cantos”, che proprio per
presentarsi come una sorta di “summa” delle esperienze
culturali, umane, spirituali ed estetiche del poeta
americano, assurgono ad un livello di universalità
difficilmente raggiungibile da altre opere di poesia
moderna. Ma l’autore si sofferma anche sulle
straordinarie peculiarità della poesia di Pound, sulla sua
abilità di plurilinguista, sul forte potere di seduzione che
promana dai termini greci, latini, cinesi, italiani,
francesi, che abbondano nelle lunghe strofe dei “Cantos”,
offrendo al lettore anche interessanti analisi sul lessico e
sulle particolarità del linguaggio poetico (volutamente
esoterico) usato dal grande poeta statunitense. Il
saggio ci aiuta a comprendere un aspetto nascosto di Pound,
un lato misterioso della sua prorompente e vivace
personalità poetica ed artistica, e, al tempo stesso, ci
svelano la sua inesauribile passione per le scienze occulte
e per le antiche dottrine esoteriche di cui i “Cantos” sono
un esempio davvero affascinante. Un saggio intenso, corposo,
ma di notevole interesse, che recensiamo con grande favore.
Potete richiederlo nelle migliori librerie.
Fabrizio
Legger |
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Un libro
polemico contro l’eresia ariana
Un testo
patristico edito dalle edizioni Città Nuova
Atanasio
di Alessandria (295-373 d.c) fu uno dei più intrepidi
difensori dell’ortodossia cattolica: scrisse molte opere
teologiche, lettere e commentari alle Sacre Scritture, e si
batté con particolare energia contro i seguaci di Ario,
anziano sacerdote di origine libica, il quale volle
sostenere dottrinalmente l’unicità di Dio a tal punto da
negare a Cristo la piena ed autentica divinità, e
riducendolo, in quanto Figlio di Dio, a livello di essere
creato. In questo volume edito da Città Nuova,
intitolato:
“Trattati
contro gli ariani”
(pagine 359, Euro 23,00), Atanasio affronta in tre trattati
la questione ariana, ribattendo punto per punto la dottrina
del prete libico e dimostrando, con raffinati ragionamenti
teologici, l’assurdità di tale dottrina. Si tratta di
scritti polemici, dai toni anche assai duri, che ben
mostrano come all’interno del Cristianesimo, sin dai primi
secoli, vi fossero opinioni divergenti e decisamente agli
antipodi, ferocemente contrastanti, soprattutto su questioni
essenziali quali la Natura di Cristo e la Trinità.
L’arianesimo riscosse un grande successo, non solo in Egitto
e in Palestina, ma anche tra i popoli barbarici che si
convertirono al Cristianesimo: infatti furono ariani i Goti
e i Vandali, creatori di regni barbarici nel cuore
dell’Occidente. Questi trattati di Atanasio, così ricchi di
elementi dottrinali ma anche utili per ricostruire la storia
della Chiesa nei primi turbolenti secoli della sua
espansione, costituiscono una lettura molta stimolante, in
quanto affrontano con toni polemici, un linguaggio colorito
e uno spirito di incessante controversia, alcune tra le
tematiche fondamentali della fede cristiana, quali la Natura
di Cristo, il suo rapporto con il Padre, il dilemma se
Cristo fosse costerno con il Padre oppure se sia stato
generato in seguito.
Problematiche religiose che a noi,
oggi, sembrano tanto lontane, in quanto troppo filosofiche,
ma che, tra il II e il III secolo dopo Cristo vedevano le
moltitudini scannarsi per l’affermazione delle suddette
dottrine. Atanasio, uno tra i maggiori Padri della Chiesa,
fu il più implacabile degli avversari dell’arianesimo, e
questi trattati, la cui lettura risulta ancor oggi così
coinvolgente e così piena di “vis polemica”, stanno qui a
dimostrarlo. Potete richiedere questo libro, che fa parte
della collana “Testi patristici” nelle librerie
specializzate, oppure direttamente alle romane Edizioni
Città Nuova (tel. 06-3216212), sito internet:
www.cittanuova.it
Fabrizio
Legger |
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Un interessante
saggio sulla destra tradizionalista e nazionalpopolare hindu
Il fascino della
destra indù per il fascismo italiano e il nazionalsocialismo
tedesco
Davvero un bel
libro, avvincente e interessante, questo di Manfredi
Martelli, intitolato: “L’India e il Fascismo” (pagine
300, Euro 38,00) pubblicato dalle Edizioni Settimo Sigillo,
di Roma. Questo eccellente saggio, molto accurato,
scritto con gran dovizia di particolari e con l’apporto di
notevole documentazione storica, analizza le caratteristiche
salienti della destra hindu, tradizionalista e
nazionalpopolare, e dei suoi rapporti con il Fascismo
italiano e con il regime mussoliniano. Il padre del
cosiddetto “fascismo indiano” fu Chandra Bose,
attivissimo nazionalista negli Anni Venti e Trenta, quando
l’India era ancora una colonia dell’Impero Britannico, e il
libro di Martelli dedica ampio spazio alla figura di questo
indù che sognava un’India libera dai colonizzatori inglesi,
alleata con l’Italia fascista e la Germania
nazionalsocialista, e capace di rinnovare profondamente le
sue antiche radici ariane. I movimenti politici della
destra religiosa, tradizionalista e nazionalpopolare, furono
attivissimi in India sin dalla metà degli Anni Venti.
Proprio nel 1925, infatti, viene fondata la Rashtrya
Swayamsevak Sangh (cioè, l’Associazione dei Volontari
Nazionali), più comunemente conosciuta con la sigla RSS.
Inizialmente le sue finalità furono essenzialmente dedite
alla “rinascita culturale” (alfine di non essere sciolta
dalle autorità britanniche), ma in realtà si caratterizzò da
subito come l’organizzazione politica per eccellenza
dell’emergente nazionalismo hindu che guardava con simpatia
e ammirazione all’esperienza del Fascismo italiano. Il
suo fondatore fu K.B. Hedgewar (che la resse sino al 1940),
coadiuvato da M.S. Golwakar (che la diresse sino al 1973),
entrambi dotati di forte personalità, i quali dettero
all’associazione una forte impronta nazionalistica che fece
ben presto di essa il punto di riferimento di tanti altri
movimenti nazionalisti indiani, anche sorti nei decenni
successivi all’indipendenza dell’India, come, per esempio lo
Shiv Shena (cioè. Esercito di Shivaji, organizzazione
nazionalpopolare di tipo paramilitare fondata nel 1966,
espressione del subnazionalismo marathi, nel più generale
contesto del revivalismo politico hindu) o il Vishwa
Hindu Parisad (cioè, il Consiglio Mondiale Hindu,
movimento nazionalista fondato nel 1964 come reazione alla
predicazione dei missionari cristiani, che si pone
l’obbiettivo di dare voce alla destra religiosa indiana).
La RSS fu l’anima dell’opposizione violenta al
colonialismo britannico, ma, al tempo stesso, avversò anche
il Mahatma Gandhi e il laico Partito del Congresso, in
quanto l’ideologia laica e tollerante da essi praticata mal
si adattava alla linea ideologica di Bose e di Golwakar.
Come ho già accennato, sulla figura di Bose il volume si
sofferma molto, ponendo in luce soprattutto le similitudini
tra la concezione nazionalpopolare e tradizionalista di Bose
e l’ideologia del Fascismo mussoliniano e del
Nazionalsocialismo hitleriano, evidenziando la comune
visione politica che avvicinava tra loro queste pur
differenti ideologie della destra identitaria europea e
indiana. Ci si trova di fronte ad un saggio complesso,
che esige una lettura impegnativa, ma che aiuta a conoscere
un aspetto fondamentale del mondo politico hindu: quello
della destra identitaria e nazionalpopolare che, tra
l’altro, dal 1998 al 2004, ha governato l’India con una
coalizione guidata dal Bharatiya Janata Party (cioè,
il Partito del Popolo Indiano), espressione della destra
nazionale hindu più moderata, fondato nel 1980, e
particolarmente sensibile alle istanze di difesa della
identità nazionale indiana di fronte alla omologazione
mondialista imposta dalla Globalizzazione. Un libro di
sicuro interesse, che consigliamo assolutamente di leggere,
soprattutto se si intende capire a fondo le ragioni del
nazionalismo hindu. Lo potete richiedere nelle migliori
librerie.
Fabrizio
Legger |
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Un libro
dedicato alla vita esplosiva del Padre del Futurismo
Fu il più grande
innovatore della cultura italiana del Novecento
Claudia
Salaris, docente e consulente di mostre d’arte, nonché
celebre studiosa del Futurismo, ha scritto una avvincente
biografia del Padre del Futurismo italiano, intitolata:
“Marinetti. Arte e vita futurista”
(pagine 382, Euro 19,63) la quale ci sembra una tra le
migliori biografie dedicate al celebre poeta italiano.
Marinetti nacque ad Alessandria d’Egitto (dove il padre
esercitava la professione di avvocato) nel 1876 e morì a
Bellagio (in riva al lago di Como) nel 1944, mentre l’Italia
era divorata dall’incendio della guerra civile e
dall’invasione delle truppe anglo-americane. La Salaris,
utilizzando un’ampia mole di documenti (lettere, diari,
manifesti, poesie, stralci di opere, articoli di giornale),
ricostruisce minuziosamente la vita del poeta, inquadrandola
all’interno del complesso periodo storico in cui Marinetti
ebbe la fortuna di vivere. Gli avvenimenti strettamente
biografici si alternano a descrizioni sulla realtà italiana
ed europea del periodo compreso tra i primi anni del
Novecento (il celebre Manifesto del Futurismo fu
pubblicato nel 1909) e quelli della Prima Guerra Mondiale
(1914-1918), quelli turbolenti dell’immediato dopoguerra, la
nascita del Fascismo, la salita al potere di Mussolini, il
lungo ventennio mussoliniano, sino agli anni tragici della
Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Civile in Italia
(1939-1945). Il ritratto di Marinetti che emerge dalle
pagine del libro, è quello di un uomo vulcanico, esplosivo,
pieno di energia, grinta, passione: una vera e propria forza
della natura, dotata di estro, intelligenza, determinazione
e grandi capacità comunicative. Grazie a lui, il Futurismo
decollò e si diffuse in tutto il mondo. Marinetti viaggiò
instancabilmente, dalla Russia all’Argentina, dalla Francia
al Brasile, per diffondere le idee e le opere letterarie del
movimento artistico che aveva creato: un movimento che
contribuì decisamente (grazie anche ai cospicui appoggi
offertigli dal regime fascista) a svecchiare la cultura
italiana, a proiettarla nel grande circuito della cultura
europea, a farla apprezzare anche all’estero. Marinetti
fu infaticabile: organizzò spettacoli di poesia e musica che
divennero famosi in tutta Italia (anche perché spesso si
concludevano con risse e arresti), fu inventore di premi di
fotografia (come il celebre Premio della Spezia), fu
mecenate nei confronti di poeti e artisti poveri che avevano
buone qualità ma non possedevano i denari necessari per
affermarsi nel mondo dell’Arte… Ma fu anche un poeta
d’assalto nel vero termine della parola: come soldato prese
parte alla Prima e alla seconda Guerra Mondiale, come
giornalista seguì le Guerre Balcaniche del 1912-1913 e la
guerra italiana in Etiopia (da cui trasse spunti per opere
di poesia notevoli, come il poema Zang Tumb Tuum
o il romanzo L’alcova d’acciaio. La sua amicizia
con Benito Mussolini lo portò, idealmente e
sentimentalmente, ad aderire al regime fascista, anche se,
continuò a manifestare idee antimonarchiche e anticlericali
(era un fascista della prima ora, e perciò sognava un’Italia
repubblicana, laica e svaticanizzata). Nonostante ciò, restò
fedele alle sue idee fino alla fine. Morì povero, in quanto
spese tutto il patrimonio lasciatogli dal padre per
sovvenzionare il Futurismo, la rivista Poesia (da
egli stesso diretta) e pubblicare tutti i suoi numerosi
libri. Quella di Marinetti fu davvero una vita eroica,
esplosiva sotto ogni aspetto (in quanto fu anche un focoso
amante, dedito ad avventure erotiche intense e travolgenti,
finché non incontrò la bellissima Benedetta Cappa, pittrice
e scrittrice futurista, che sposò e che amò
appassionatamente sino alla fine dei suoi giorni). Sotto la
scorza rude del poeta che voleva “uccidere il chiaro di
luna” e “incendiare le biblioteche e i musei”, c’era, in
effetti, un’anima sensibile e romantica, sognatrice e
affettuosa, ma robustamente maschia e fiera della propria
virilità.
Una biografia davvero ottima, che si
legge come un romanzo, appassionante come la vita vulcanica
del Padre del Futurismo italiano. Potete richiedere il
volume nelle migliori librerie, oppure direttamente agli
Editori Riuniti (sito internet:
www.editoririuniti.it)
Fabrizio
Legger |
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MISCELLANEA
LETTERARIA
Un trattato contro la
tirannide
Un dubbio di natura morale
rode come un tarlo i cuori degli individui che hanno la
sventura di vivere sotto il giogo dispotico di un regime
dittatoriale: è lecito, per il bene di un intero popolo,
assassinare il tiranno che lo opprime?
Si tratta di un interrogativo
che, puntualmente, ci si pone quasi sempre dopo tentativi di
tirannicidio (falliti o riusciti che siano) nei confronti di
questo o quel capo di Stato che governa il proprio paese con
metodi, per l’appunto dittatoriali (se ne discusse a suo
tempo per il cileno Pinochet, per il libico Gheddafi, per il
panamense Noriega, per l’iracheno Saddam, e se ne è tornato
a parlare, recentemente, in seguito agli attentati da cui
sono usciti illesi il dittatore pachistano Musharraff e
quello egiziano Mubarak).
Dunque, uccidere (o tentare
di uccidere) un tiranno, è eticamente lecito oppure no? E,
inoltre, è conveniente tentare di uccidere un tiranno? Non
si rischia, forse (se, come il più delle volte accade, il
tirannicidio non riesce), di rendere ancora più repressivo e
crudele il regime dispotico?
A tal proposito, i pareri
sono vari, complessi, e soprattutto molto discordanti tra
loro. Non sarebbe perciò inutile, per rendersi edotti su
questo delicato e difficile argomento, tornare a rileggere
il breve trattato Della Tirannide, che il poeta e
tragediografo astigiano Vittorio Alfieri (1749-1803) scrisse
nel 1777 e che, data l’affascinante e incisiva lucidità con
cui è stato composto, continua a rimanere uno dei testi-base
su questo difficile argomento.
Il trattato è suddiviso in
due libri: nel primo, Alfieri compie una attenta analisi
dell’inscindibile binomio potere-tirannia, esaminando
minuziosamente la figura del tiranno e la struttura del
regime dispotico; nel secondo libro, analizza il modo di
comportarsi dell’uomo libero (cioè del ribelle che non si
piega alla tirannide) all’interno di un tale regime,
teorizzando i vari modi per porre fine all’oppressione o,
almeno, per non essere direttamente danneggiati da essa.
Non a caso, infatti, una
delle soluzioni proposte dall’Alfieri, quella che egli
ritiene più praticabile, è quella di isolarsi totalmente
dalla società oppressa dal potere dispotico e di vivere in
una sorta di solitario esilio, senza nessun contatto con
coloro che, per libera scelta o per costrizione, hanno
accettato di scendere a compromessi con il tiranno.
Purtroppo, però, questa opzione presuppone che il libertario
che la pratica sia economicamente autosufficiente e capace
quindi di sopravvivere senza doversi rivolgere per alcunché
al sistema dominato dal tiranno (un sistema che, come è
ovvio, risulta essere fatto di clientelismi, favoritismi,
sottomissioni, nonché dominato da un fosco clima di
repressione del benché minimo dissenso), il che la rende
difficilmente percorribile ai più.
Secondo Alfieri, la tirannide
ha il suo fondamento basilare nella “vicendevole paura che
governa il mondo”. Puntelli fondamentali del regime
tirannico sono dunque la nobiltà cortigiana (oggi
identificabile con i funzionari e i burocrati che eseguono
tacitamente le scellerate volontà dei dittatori), le milizie
professioniste e mercenarie (oggi identificabili con le
milizie private o di partito, la polizia politica e le
organizzazioni paramilitari che, con sfumature diverse, sono
presenti in ogni dittatura), la religione (intesa come
istituzione asservita al potere secolare e complice di esso
nella partecipazione al potere o nel mantenimento di uno
status quo che le consente di portare avanti i propri
interessi).
Ovviamente Alfieri, quando
scriveva queste pagine, aveva dinanzi a sé gli esempi
dell’Europa settecentesca, dove erano presenti regimi
estremamente dispotici, come quello russo, quello
prussiano,quello ottomano (solo per citarne alcuni tra i
peggiori), ma con le opportune correzioni, questa analisi
del regime tirannico è applicabile anche alle dittature e ai
regimi totalitari odierni (quella teocratica sciita della
Repubblica Islamica dell’Iran, per esempio,
oppure quella castrista a Cuba, quella di Kim Jong
Il in Corea del Nord, quella gheddafiana in
Libia, la dittatura nazionalsocialista del Baath in
Siria, il regime militare del Myanmar o la dispotica
monarchia del Nepal).
Come può reagire l’uomo che
ha un animo libero, cioè non corrotto dal virus
pestilenziale del servilismo e non incline a sottomettersi
al despota, vivendo in un regime così soffocante e così
repressivo quale è appunto quello della tirannia?
Secondo Alfieri, i modi sono
diversi, ma soltanto tre di questi hanno reali possibilità
di successo. La prima soluzione, come ho già evidenziato, è
quella che l’uomo libero si apparti in sdegnosa solitudine,
in una sorta di volontario esilio, lontano dal tiranno,
dalla sua corte, dalle sue spie, dalle sue milizie e dai
suoi satelliti che tentano (ora con la violenza, ora con la
corruzione, ora con i ricatti) di far tacere le poche libere
voci che osano protestare contro la tirannia.
In questa sua sdegnosa
solitudine, il ribelle alfieriano dovrebbe comporre scritti
anti-tirannici e libertari capaci di infiammari gli animi
degli oppressi e di indurli a ribellarsi contro il despota.
In pratica, l’esempio austero, integerrimo del cosiddetto
liberuomo, unito ad una attività letteraria totalmente
aliena da compromessi e patteggiamenti con il regime,
dovrebbe servire ad sprone per quegli animi oppressi che mal
sopportano la dittatura e che attendono soltanto
un’occasione, uno sprone, un incitamento, per insorgere e
ribellarsi apertamente contro il tiranno. Ma si tratta di
una soluzione assai difficile da percorrre e che, il più
delle volte, non dà i frutti sperati.
La seconda soluzione consiste
nel fatto che il popolo, a causa della troppa ferocia del
regime, insorga spontaneamente contro di esso, scateni la
rivolta e lo abbatta, appunto, a “furor di popolo”. In
questo caso, afferma Alfieri, più la tirannia è spietata,
brutale e sanguinaria, e meglio è, perché le sue continue
atrocità potranno condurre il popolo alla sollevazione.
Ma, è noto, soprattutto dopo
i tragici avvenimenti della Rivoluzione francese, Alfieri
perse molta fiducia nel popolo. La massa popolana, per lui
(aristocratico repubblicano ma pur sempre aristocratico),
altro non era che “vile plebe”, tanto che la definì “ignava
greggia insana”, e quindi, nel di lei operato, nutriva ben
poche speranze di riscatto.
La terza soluzione proposta,
allora, consiste nel gesto solitario dell’eroe di libertà,
cioè, dell’individuo eccezionale, pronto a sacrificarsi per
il bene del popolo, che, in totale solitudine, decide di
avvicinare e assassinare il despota. Si tratta del celebre
gesto del “tirannicidio”, che Alfieri trattò con dovizia di
particolari in molte delle sue Tragedie.
L’eroe di libertà affronta il
tiranno a viso aperto e lo uccide, pur sapendo che ciò gli
costerà la vita. Ma lo farà da solo, non coinvolgendo altre
persone, non complottando e non congiurando, perché, secondo
Alfieri, i complotti e le congiure sono molto rischiosi,
riescono difficilmente, e presuppongono una completa unità
di intenti tra i congiurati che, raramente si riesce a
raggiungere. Ecco dunque il gesto solitario e tutto
individuale dell’eroe di libertà, che uccide il tiranno
rischiando la sua stessa vita, ma sperando che tale gesto
estremo induca il popolo degli oppressi ad insorgere una
volta per tutte e ad abbattere per sempre la tirannia.
Tutto il trattato è pervaso
da una profonda amarezza, ma, al tempo stesso, è animato da
una sorta di irriducibile furore anti-tirannico. Si tratta
di uno scritto che risale ai primi anni dell’attività
letteraria alfieriana, uno scritto composto molti anni prima
della Rivoluzione francese e che Alfieri, dopo la sua fuga
precipitosa da Parigi, si affrettò a smentire, in quanto
convinto che, alla luce degli avvenimenti rivoluzionari di
Francia, questo libro avrebbe potuto procurare assai più
danno che non giovamento alla sacra causa della libertà.
Così, l’edizione del Della
Tirannide, fatta stampare dallo stesso Alfieri in
Francia, prima della Rivoluzione, fu rifiutata dall’autore,
che si pentì di averla data alle stampe. Ma, nonostante
questa ritrattazione, avvenuta negli ultimi anni della sua
vita (anni pieni di delusioni e di amarezza, che videro la
composizione di un’opera sarcastica e velenosa come Il
Misogallo, cioè “l’odiatore dei Francesi”, un libello in
prosa e in versi contro la Francia giacobina e
rivoluzionaria), Alfieri, con tale scritto, dette un
contributo fondamentale per la comprensione dello sciagurato
fenomeno della tirannide, contributo che si prospetta ancor
oggi estremamente attuale, continuando il mondo, purtroppo,
ad essere tuttora pieno di dittatori e di tiranni.
E la recente riedizione del
trattato, nella collana economica Biblioteca Universale
Rizzoli, costituisce una ennesima prova
dell’attualità di questa singolare opera alfieriana.
Postremo Vate |
RITRATTI LETTERARI |
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Un
tragediografo tra Neoclassicismo e Romanticismo
|
 |
Leggi, virtude e libertà tentai
renderti, o Roma… Ahi sol dov’è la
morte
abita
la tua gloria, e ben l’alloro
qui
fra i sepolcri nasce e le ruine!
Arnaldo da
Brescia, Atto terzo, Scena prima. |
Giambattista
Niccolini nacque nel 1782 a Bagni di San Giuliano (Pisa) e
morì nel 1861 a Firenze. Fu poeta, tragediografo, studioso
di mitologia e di antichità classiche, dotato di una
spiccata tempra drammatica, ma oggi, purtroppo, è
ingiustamente dimenticato. Trascorse gran parte della
vita a Firenze, dove poi morì, ma negli ultimi anni
predilesse la quiete della bella villa di Popolesco, tra
Prato e Pistoia, che ottenne in eredità da un ricco zio.
Conobbe Alfieri, Foscolo, Monti, Pellico e Guerrazzi,
frequentò i maggiori letterati toscani del primo Ottocento,
fu professore di storia e di mitologia e volle essere per il
proprio secolo quello che Alfieri fu per il Settecento.
Niccolini frequentò le prestigiose scuole dei padri Scolopi,
si laureò in giurisprudenza all’Università di Pisa e, sin da
adolescente, fu un ardente repubblicano. Già da ragazzo,
detestava il governo del Granduca (che, pure, era uno tra i
regimi meno repressivi tra quelli degli antichi Stati
italiani), e nel 1798 si esaltò per l’ingresso delle truppe
francesi del Bonaparte in Firenze. Durante il periodo
dell’occupazione francese della Toscana, intrattenne stretti
rapporti con i giacobini fiorentini e i repubblicani
filofrancesi, tanto da restarne seriamente compromesso,
anche a causa dei suoi vulcanici discorsi contro i
dispotismo monarchici di Austria e Russia, nonché delle sue
prese di posizione antibritanniche (in quanto vedeva
l’Inghilterra come la potenza conservatrice più ostile alla
Francia repubblicana). Quando, l’anno seguente, la città
fiorentina fu occupata dall’esercito austro-russo, che
scacciò i francesi, il giovane Niccolini fu costretto a
nascondersi per qualche tempo, onde non finire giustiziato
come giacobino. Poi, con il riaffermarsi dell’egemonia
francese sull’Italia, poté tornare a manifestare
pubblicamente le proprie simpatie repubblicane, che
restarono tali anche quando Napoleone tradì del tutto gli
ideali rivoluzionari facendosi incoronare imperatore di
Francia. Nel 1804, in seguito alla morte del padre (che
lasciò la famiglia nell’indigenza), riuscì da ottenere
dapprima un impiego nell’Archivio delle Riformazioni, e poi,
nel 1807, ottenne la cattedra di Storia e Mitologia presso
l’Accademia delle Belle Arti, di cui divenne anche
segretario e bibliotecario. Difensore della purezza della
lingua toscana, fu accademico della Crusca e, nonostante i
suoi ideali repubblicani, quando il Granduca tornò a Firenze
(dopo la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo) lo
volle al suo servizio come bibliotecario privato, in quanto
esperto di lingue classiche e di mitologia greca. Ma il
grande amore del Niccolini fu il palcoscenico: sin da
giovanissimo frequentò i teatri fiorentini, appassionandosi
soprattutto per i soggetti tragici e drammatici. Fu un
vorace lettore del teatro tragico alfieriano, tanto che il
grande scrittore di Asti divenne il suo modello da seguire,
soprattutto per l’animosità e l’irruenza con cui si
scagliava contro gli orrori della tirannide. E proprio
al teatro tragico il Niccolini volle legare la sua
effervescente carriera di poeta e autore drammatico. Egli,
infatti, si propose di continuare con le proprie tragedie il
“cammino libertario” intrapreso dall’Alfieri con le sue
“tragedie di libertà”. Il suo teatro, sostanzialmente, fu
romantico nella forma ma neoclassico nei contenuti, anche
se, a parer mio, non è possibile effettuare una rigida
separazione tra queste due peculiarità, in quanto lo
scrittore, sebbene di formazione culturale neoclassica,
visse in epoca romantica e non rimase estraneo alla cultura
del suo tempo. I soggetti che predilesse spaziano dalla
mitologia greca al Medioevo dei Comuni, dall’epoca
rinascimentale delle Signorie all’epoca romana e alle
lontane età delle civiltà del Vicino Oriente. E in tutte le
sue opere, Niccolini fu un austero difensore della libertà
dell’individuo, un esaltatore delle libertà repubblicane,
nonché dei diritti inalienabili dei popoli e della
sacrosante rivolte degli oppressi contro il sanguinario
dominio della tirannia. Convinto classicista e grande
appassionato di mitologia greca, egli comprese quel che
v’era di artisticamente e spiritualmente valido nel
Romanticismo e, pur rimanendo un fedele seguace della
tradizione classica, aprì il suo teatro alle nuove regole
della drammaturgia romantica, popolando le sue tragedie con
decine di personaggi e trattando, prevalentemente, tematiche
patriottiche, libertarie e anticlericali. Tra le sue
maggiori opere teatrali vanno ricordate le tragedie
Arnaldo da Brescia, Filippo Strozzi,
Giovanni da Procida, Nabucco, Polissena,
Agamennone, Beatrice Cenci, Antonio
Foscarini, Lodovico Sforza, Medea. In
alcune di queste, egli esalta l’individuo eroico, l’uomo di
eccezione che si pone in urto frontale con il tiranno,
ovvero con il potere dispotico, monarchico o clericale che
sia; in altri testi, invece, assistiamo ad una lotta corale,
spesso di interi popoli, uniti dallo sdegno nei confronti
della tirannia e dalla ferma volontà di liberarsi dal duro
giogo dispotico. La tragedia Arnaldo da Brescia è
giustamente celebre per i suoi attacchi contro il potere
temprale dei Papi e per la denuncia dell’infimo connubio tra
il Trono e l’Altare. La figura del riformatore religioso,
solitaria, sdegnosa, caratterizzata da una grandezza etica
smisurata, racchiude in sé qualcosa di “dantesco”, e risulta
quindi estremamente affascinante. Anche il Giovanni
da Procida e il Filippo Strozzi sono tragedie
incentrate sulla figura dell’eroe di libertà, dell’individuo
indomito che non teme la morte e che quindi è pronto a
rischiare la sua stessa vita pur di dare l’esempio di
ribellione che muova il popolo alla rivolta contro
l’oppressione. Decisamente corale, incentrata sulle
sofferenze del popolo ebreo nella cattività babilonese e
sulla spietata crudeltà del despota mesopotamico è la
tragedia intitolata Nabucco, che ispirò il libretto
per il famoso melodramma di Giuseppe Verdi, mentre la
tragedia Polissena, dedicata alla sventurata figlia
di Priamo che Achille volle sposare e che Pirro,
successivamente, sacrificò sulla tomba del padre ucciso da
Paride, è un testo prettamente elegiaco, con il quale
Niccolini intese rievocare le atmosfere cupe dell’Antigone
alfieriana, ma che, in realtà, si rivela essere una tragedia
di stampo mitologico assai più vicina alla poesia elegiaca
che non a quella tragica. Niccolini fu un drammaturgo dal
temperamento focoso e appassionato. Fiero repubblicano e
indomito avversario del potere temporale dei Papi, il suo
teatro, come già quello alfieriano, fu un teatro di libertà,
inneggiante continuamente alla lotta contro i tiranni e
contro l’oppressione oscurantista del potere religioso,
tutto fremente di robusto sdegno contro i soprusi dei regimi
monarchici ed animato da un generoso furore patriottico.
Questo esuberante odiatore di tiranni, questo audace
esaltatore delle guerre di liberazione nazionali dei popoli
oppressi, aspirava sinceramente all’unità dei popoli, alla
pace universale e ad un ordinamento sociale laico e
democratico in cui la povertà non desse mai ignominioso
spettacolo di sofferenze e di ingiustizie sociali. Fu
ferocemente anticlericale, in quanto vedeva nel potere
temporale dei Papi e nello Stato pontificio una forma di
aberrante tirannia teocratica che soffocava con il
dogmatismo e l’oscurantismo la libera espressività degli
ingegni umani. Tali tematiche, unite alla decisa condanna
del dispotismo regale e della tirannìa religiosa in generale
(nelle sue tragedie riservò versi aspri e mordaci anche
contro il potere delle caste sacerdotali delle antiche
religioni pagane), si ritrovano in tutte le sue tragedie,
anche in quelle di soggetto mitologico, dove monarchi e
sommi sacerdoti sono sempre raffigurati come subdole e
crudeli incarnazioni del sanguinario demone del potere.
Ebbe indole solitaria, fantasiosa ed immaginifica: lo
affascinavano le tematiche tragiche di sangue e di
sacrificio, le figure femminili vittime di tiranni feroci ma
capaci di ribellarsi all’oppressione e di vendicare il loro
onore violato o i loro affetti distrutti dal potere
dispotico. Fu un fervente appassionato di mitologia
classica, grande cultore dei miti greci, in particolare
quelli legati al ciclo troiano e al ciclo tebano, e quando
ottenne la cattedra di mitologia si rivelò un docente
dall’eloquenza affascinante, con la quale catturava
l’attenzione anche degli studenti più svogliati. Grande
ammiratore di Vittorio Alfieri, si dimostrò un devoto
estimatore del suo teatro tragico e delle sue opere
polemiche contro la tirannide e il dispotismo illuminato dei
monarchi assoluti (in particolare, ammirò i trattati
Della Tirannide e Del Principe e delle Lettere)
e, al pari di quanto fece grande Astigiano contro la Francia
giacobina e rivoluzionaria, il Niccolini si scagliò con
astioso furore poetico contro la tirannide zarista, che,
nell’Ottocento, fu spietata dominatrice di popoli (ucraini,
lituani, polacchi, tartari, caucasici) in lotta per la
libertà e l’indipendenza dal duro giogo russo. Tra il
1820 e il 1850 le tragedie di Niccolini riscossero un grande
successo di pubblico: gli anticlericali vedevano in lui e
nel suo teatro il loro alfiere, in quanto Niccolini fu un
deciso avversario del Neoguelfismo propugnato da
Vincenzo Gioberti, mentre i patrioti trovavano nelle sue
tragedie un fiero anelito di riscatto per la libertà e
l’indipendenza dell’Italia. Occorre rilevare che Niccolini
fu sempre fedele ai suoi ideali repubblicani e non nascose
mai il suo desiderio di vedere l’Italia governata da una
repubblica: ma, nonostante ciò, non esitò ad accettare il
dominio della monarchia sabauda non appena si rese conto che
solo i Savoia potevano condurre a compimento l’agognata
unità della patria. Gli anni della vecchiaia furono, per
il tragediografo, ricchi di soddisfazioni e riconoscimenti,
culminanti, il 3 febbraio 1860, con la consacrazione del suo
nome al Teatro del Cocomero, dove fu apposto un busto
marmoreo del poeta a perenne ricordo della sua attività di
autore tragico. L’anno seguente, Niccolini morì, a Firenze,
e le sue spoglie furono tumulate nella chiesa di Santa
Croce, accanto alle tombe di Vittorio Alfieri e di Ugo
Foscolo. Ma Niccolini non fu solo autore di testi
teatrali: scrisse anche saggi critici di letteratura e
mitologia, una copiosa raccolta di versi intitolata
Poesie (che fu pubblicata postuma, nel 1863), nonché un
poemetto epico-libertario intitolato La Pietà (forse
ispirato all’Etruria Vendicata di Vittorio Alfieri).Le
poesie di Niccolini - per la maggior parte odi e sonetti -
risentono molto della formazione classica dell’autore, e
infatti sono scritte con uno stile ampolloso, enfatico, a
tratti roboante e, persino, un po’ declamatorio. Ma,
nonostante ciò, palpitano di sincero ardore libertario,
rivelando anche qui l’animo vulcanico e passionale del
veemente poeta delle tragedie. Nell’ambito della poesia
niccoliniana, risulta particolarmente interessante e degna
di nota una serie di sonetti antirussi che flagellano senza
pietà l’autocrazia zarista e l’imperialismo moscovita.
Questi sonetti, ispirati alla Guerra di Crimea
(1853-1855), che vide le truppe di Francia, Inghilterra e
Piemonte intervenire a fianco della Turchia ottomana in
guerra con la Russia zarista per il possesso della penisola
di Crimea, sono decisamente pungenti e graffianti, e
risentono molto dell’influsso satirico dell’Alfieri
misogallico. Niccolini si scaglia con un astio davvero
pieno di sarcasmo contro la barbarie russa, contro il
dispotismo zarista e contro l’utilizzo sconsiderato delle
truppe cosacche per reprimere nel sangue ogni anelito di
rivolta dei popoli oppressi dalla tirannide moscovita. Si
tratta di sonetti decisamente mordaci, che condannano
implacabilmente la ferocia dell’imperialismo russo, che,
proprio in quegli anni, era impegnato in una serie di
sanguinose guerre di espansione nel Caucaso, nelle steppe
dell’Asia centrale musulmana e nella gelida Siberia (come
ben ritrae Jules Verne nel suo celebre romanzo Michele
Strogoff). La denuncia e il sarcasmo flagellano
senza pietà le efferatezze dei cosacchi e la durezza della
politica espansionistica dell’Impero zarista nei confronti
dei popoli confinanti con la Russia, il che crea un perfetto
parallelo con i sonetti misogallici alfieriani in cui il
poeta astigiano condanna la brutalità delle armate
rivoluzionarie francesi, guidate dall’”ignobile Capitan
Pitocco” (cioè, il Bonaparte), nell’assurdo tentativo di
portare la loro sanguinaria libertà nelle terre italiche
destinate a veder spuntare le “Repubbliche funghine”, su
imitazione della da lui tanto detestata Repubblica di
Francia. Sarebbe davvero bello poter rileggere in una
moderna edizione, magari tascabile, le Tragedie e le
Poesie di Niccolini, ma, purtroppo, questo continua a
rimanere un desiderio vano. Dopo l’edizione completa delle
Opere pubblicata dall’editore Guigoni, di Milano, tra
il 1863 e il 1880, un’edizione moderna, riveduta e corretta
di tutti gli scritti niccoliniani non è più stata data alle
stampe. Dovrà forse il poeta uscire corrucciato come una
furia dal suo marmoreo sepolcro di Santa Croce affinché una
simile operazione editoriale venga finalmente intrapresa? Le
lucrose leggi del Mercato e il totale disinteresse di gran
parte degli odierni editori italiani per i nostri classici
considerati “minori” è veramente senza limiti!
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Il poeta
epico dell’ideologia imperiale
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Dunque a me par l’impresa contra Goti
di più facilità, che
l’altre guerre;
e parmi parimente
onesta e santa,
sì perché sono
barbari Ariani,
nimici espressi della nostra fede;
come perché ci han
tolto la migliore
e la
più antica e la più bella parte,
che
mai signoreggiasse il nostro Impero.
L’Italia Liberata dai Goti, Canto primo.
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Giangiorgio
Trissino nacque a Vicenza nel 1478 e nella stessa città morì
nel 1550. Ebbe formazione cortigiana a causa della sua
origine aristocratica e fu un appassionato quasi fanatico
della lingua e della cultura della Grecia classica.
Avviato agli studi umanistici, imparò perfettamente il greco
e il latino, dopodiché intraprese la carriera di cortigiano
e di diplomatico. A Ferrara fece parte della cerchia
degli intimi di Lucrezia Borgia, a Firenze frequentò le
riunioni letterarie degli Orti Oricellari, a Roma ricoprì
numerosi incarichi sotto i pontificati di Leone X, Clemente
VII e Paolo III. Conobbe Niccolò Machiavelli, Pietro
Aretino, Luigi Alemanni, Bernardo Tasso, Pietro Bembo,
Francesco Guicciardini, e molti letterarti e scrittori
italiani del primo Cinquecento, con molti dei quali
intrattenne rapporti epistolari di schietta amicizia.
Ma, principalmente, Trissino fu un cortigiano votato alla
politica e alla diplomazia, sempre impegnato a svolgere
delicate missioni ora presso l’imperatore (conobbe e ammirò
Carlo V, e vide in lui una sorta di nuovo Giustiniano) ora
presso il pontefice, viaggiando instancabilmente per tutta
l’Italia. Fu un letterato squisito e raffinato, seguace
delle teorie poetiche di Aristotele e ammiratore entusiasta
della civiltà ellenica e della storia bizantina. La sua
cultura di grecista lo portò a conoscere in lingua originale
le maggiori opere dei grandi poeti e romanzieri ellenistici
e bizantini, in particolare di Giorgio di Pisidia, Nonno di
Panopoli, Paolo Silenziarlo, Niceta Eugeniano e Costantino
Manasse. Ebbe una personalità schietta, pacata, incline
al sogno e alle astrazioni poetiche, anche se ricoprì
incarichi diplomatici di rilievo che lo portarono a trattare
con monarchi, pontefici e imperatori. Fedele
all’ideologia imperiale (non a caso fu un sincero ammiratore
di Dante e un attento lettore del De Monarchia),
vagheggiò la restaurazione di un impero cristiano che si
estendesse dalle Americhe sino al Vicino Oriente, sempre
sperando che i principi cristiani intervenissero in armi
contro gli Ottomani per liberare l’Anatolia dal loro giogo e
consentire la rinascita (ovviamente impossibile) del defunto
impero bizantino. E questa sua fedeltà all’idea imperiale fu
così forte tanto che lo indusse a dedicare il suo poema,
L’Italia Liberata, all’imperatore Carlo V, dopo avere,
per molti anni, servito fedelmente, con zelo e con indubbia
lealtà, l’imperatore Massimiliano, predecessore di Carlo.
Non appena era libero dai suoi impegni di cortigiano e di
diplomatico, Trissino si dedicava interamente alla
letteratura: il suo temperamento prediligeva i toni
idilliaci ed elegiaci della poesia e il suo afflato epico
tendeva a stemperarsi in un languore che, sotto certi
aspetti, pare avvicinarsi alla poesia dell’ultimo Tasso, in
particolare quella del Mondo Creato. Scrisse
numerose opere, ma quelle che gli dettero fama furono il
poema epico L’Italia Liberata dai Goti, la tragedia
Sofonisba, le Rime e la commedia I
simillimi. Oggi, questo poeta è quasi completamente
sconosciuto al grande pubblico, e ciò è un vero peccato,
poiché si tratta, invece, di una voce molto originale
all’interno del vasto panorama letterario del Cinquecento
italiano. Al poema L’Italia Liberata
Trissino dedicò più di vent’anni di lavoro: lo iniziò nel
1527 e lo portò a termine soltanto nel 1547. Scritto in
endecasillabi sciolti e suddiviso in ventiquattro libri,
narra le imprese belliche dei generali bizantini Belisario e
Narsete durante la lunga e sanguinosa Guerra Greco-Gotica
(535 – 553 d.C.), voluta da Giustiniano, Imperatore di
Bisanzio, per sottrarre l’Italia al barbarico dominio dei
Goti ariani. Si tratta di un poema assai lungo, che è
sempre stato giudicato noioso e prolisso e che, purtroppo,
non ha mai incontrato il favore del grande pubblico. Ciò
dispiace, in quanto, pur non essendo un capolavoro, è
caratterizzato da una ispirazione epica e da una
prodigiosità inventiva davvero non di poco conto, anche se,
occorre rilevare, il tono epico del Trissino è spesso
altalenante tra l’elegiaco e, in alcuni casi, anche il
comico (come, per esempio, quando descrive la vestizione del
basileus Giustiniano, oppure, le apparizioni dell’angelo
Nettunio e dell’angelo Onerio, che presiedono,
rispettivamente, il dominio dei mari e quello dei sogni).
In sostanza, l’accusa che la critica mosse la poema
trissiniano sin dal suo primo apparire, fu quella, come ho
accennato, di una banale prosaicità e di una prolissità
ingiustificata. Difetti, questi, che sono certo
riscontrabili nel poema, ma che, a parer mio, sono stati
troppo esagerati. Infatti, onde evitare di finire nello
stucchevole e nel prolisso, Trissino decise di usare
l’endecasillabo sciolto e non l’ottava (metro abituale dei
poemi epici) proprio con l’intento di non cadere nella
stucchevole tiritera delle rime, alfine di far sì che i
personaggi dell’opera potessero esprimersi in un linguaggio
assai più vicino a quello del parlato quotidiano. E, in
effetti, questa sua scelta fu poi seguita anche da Torquato
Tasso, il quale, proprio in endecasillabi sciolti, compose
il suo Mondo Creato. Forse, ciò che non piace del
Trissino è il suo languore onirico, il suo marcato accento
elegiaco che si riflette come un vero e proprio marchio su
quelle che sono le grandi tematiche dell’epica (la fedeltà
agli ideali, l’amicizia, l’amore, l’eroismo), la sua
inclinazione a scansare i toni troppo alti e roboanti per
lasciare più spazio al linguaggio sommesso del quotidiano,
la sua innata propensione alla didascalicità che, in un
poema come L’Italia Liberata, finisce per appesantire
un po’ troppo il già ampio e solenne discorso poetico. I
personaggi del poema, sia i bizantini (ai quali vanno,
ovviamente, tutte le simpatie dell’Autore), sia i goti
(ritratti con rispetto nella loro fierezza di guerrieri
barbarici, anche se bollati come nemici dell’ortodossia
cristiana), sono raffigurati magistralmente, mentre molto
realistiche e concrete appaiono le figure degli eroi
protagonisti (Giustiniano, Belisario, Vitige, Narsete,
Torrismondo, Faulo, Giustino, Tebaldo, Galeso, Elpidia e
Corsamonte, solo per citarne alcuni tra i tanti), i quali
parlano un linguaggio molto piano, semplice, scorrevole e
prosaico, niente affatto altisonante (alla Tasso, per
intenderci) e assai vicino al lessico quotidiano dei dotti
dell’epoca trissiniana. Questo, che costituisce, a parer
mio, un lodevole pregio, fu reso possibile a Trissino
soltanto grazie all’uso dell’endecasillabo sciolto, metro
assai meno armonioso dell’ottava ariostesca o tassiana ma
molto più indicato per la composizione di un poema epico che
voglia evitare la sonorità cantilenante propria dei versi
rimati. Il realismo di Trissino, abbondante di
descrizioni delle campagne desolate dalla lunga guerra,
delle città assediate e date alle fiamme, delle penose
condizioni di vita delle popolazioni italiche alla mercé
degli eserciti goti e greci, non trascura però gli aspetti
magici e soprannaturali, tanto cari all’epica
rinascimentale. La guerra tra bizantini e goti viene
attentamente seguita dalle Potenze del Cielo e dalle Potenze
delle Tenebre: l’Altissimo invia l’angelo Nettunio, l’angelo
Onerio e l’angelo Gradivo in soccorso dei greci, mentre i
demoni infernali parteggiano per gli eretici goti, che il
poeta bolla sprezzantemente come barbari nemici della vera
fede cristiana ortodossa. Nel poema, poi, compaiono
figure di maghi e di streghe, di giganti e di orchi, di
ninfe e di cavalieri erranti, le quali rivelano chiaramente
la grande influenza che i poemi cavallereschi del Pulci, del
Boiardo e dell’Ariosto esercitarono sulla fantasia poetica
trissiniana. L’armamentario fantastico proprio dell’epica
cavalleresca non viene affatto accantonato da Trissino, il
quale, in perfetta sintonia con quanto afferma Tasso nei
suoi Discorsi del poema eroico, ritiene
irrinunciabile l’apporto di elementi soprannaturali,
fiabeschi e favolosi all’austero districarsi della vicenda
epica. Tutto ciò mi pare decisamente positivo, in
quanto, pur con i dovuti distinguo, inserisce L’Italia
Liberata nel solco dei grandi poemi epici
cinquecenteschi, cioè il Furioso e la Liberata,
i quali, come è noto, abbondano di elementi fantastici e di
episodi romanzeschi (e le vicende narrate da Trissino del
gigante Faulo e di Elpidia e Corsamonte lo dimostrano
ampiamente). Occorre anche rilevare che il poema esprime
in gran parte la personalità del Trissino, che fu un
gentiluomo sobrio e meticoloso, molto attento
all’esteriorità, decisamente cortigiano, desideroso di
evasioni poetiche ma, al tempo stesso, concretamente
realistico e molto attento alle esigenze quotidiane
dell’esistenza. E forse, anche a questo, si deve buona
parte della sua prolissità descrittiva, di quel suo
indugiare su aspetti, eventi, situazioni che non paiono poi
così indispensabilmente funzionali all’economia del poema.
In effetti, nell’Italia Liberata c’è molto dello
spirito, degli ideali e del carattere del Trissino:
d’altronde, fu un’opera che lo tenne impegnato per ben vent’anni,
e nella quale, proprio come fecero l’Ariosto e il Tasso con
i loro poemi, egli riversò tutto se stesso, tutto il suo
mondo interiore, tutto il suo universo fantastico, tutta la
sua concezione della vita e del mondo terreno e celeste.
Nelle storie del Teatro Italiano, la figura di Trissino
viene anche ricordata per la tragedia Sofonisba,
definita da molti critici la “prima tragedia regolare
italiana”, modellata sull’esempio di quelle greche di
Sofocle e di Euripide. Come ho già detto, Trissino fu un
ammiratore entusiasta dei greci, e con la sua Sofonisba
volle imitare i modelli ellenici, considerati semplici e
solenni al tempo stesso nonché ferramente regolati dalle tre
unità drammatiche aristoteliche (alle quali tutto il teatro
classico faceva riferimento). Purtroppo, oggi, quasi più
nessuno legge L’Italia Liberata dai Goti e la
Sofonisba, e questa è una grave offesa che si fa alla
memoria di Trissino, un uomo che dedicò alla poesia e alla
letteratura la sua intera esistenza. Non vi sono edizioni
moderne del suo poema (mentre la Sofonisba è stata
ripubblicata nel volume dedicato alla tragedia italiana
nella collana “Classici Italiani” della torinese Utet e le
Rime sono invece state riedite dall’editore vicentino
Neri Pozza), non si organizzano più convegni di studio sulle
sue opere: lo sventurato Trissino è veramente caduto nell’oblìo.
Spero, con questo mio scritto, di averlo riportato, almeno
per un poco, all’attenzione dei lettori. Rispolverarne di
tanto in tanto il nome, dati i suoi eccellenti meriti
letterari, mi sembra perlomeno giusto e doveroso.
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Ulisse Barbieri
(1841 – 1899) Il drammaturgo
scapigliato difensore degli emarginati
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No, non è patriottismo, no, per
Dio!!! Al massacro mandar nuovi
soldati,
né
tener là… quei che si son mandati perché dei
vostri error paghino il fio! Ma non capite… o
branco di cretini… che i patrioti… sono gli
Abissini?...
Ribellione,
Dopo il disastro… |
Ci sono molti
scrittori della nostra letteratura che, purtroppo, anche se
dotati di ingegno e fantasia, e sebbene rivelatisi autori di
originali ed interessantissime opere, sono precipitati
nell’abisso dell’oblìo editoriale, e da questo sembra che
davvero non possano più riemergere. È dunque compito di noi
odierni scrittori e dei critici non prezzolati, riscoprire
questi minori dimenticati e riportarli alla luce, affinché
le loro opere siano nuovamente divulgate e i loro nomi – a
torto dimenticati – tornino ad essere conosciuti e
apprezzati. Uno di questi autori (a parer mio
ingiustamente ritenuto un “minore”) è il mantovano Ulisse
Barbieri, nato a Mantova nel 1841 e morto a San Benedetto Po
nel 1899. Di temperamento focoso, gioviale, audace e
fantasioso, Barbieri condusse un’esistenza di scrittore
scapigliato e post-romantico, incline al ribellismo sociale
e propugnatore di ideali socialisti e radicalmente
democratici. Sin da adolescente fu un vorace lettore,
appassionato di poesia, teatro e storia, in particolare
delle vicende fosche del Medioevo e degli anni sconvolgenti
della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico. Fu in
quegli anni, caratterizzati da tante letture, spesso
disordinate e dispersive, caratterizzate dalla passione
travolgente che è solita spronare gli autodidatti, che
crebbe il suo amore per la nostra Patria, oppressa dallo
straniero e divisa in tanti antichi Stati rivali tra loro.
All’epoca, il Lombardo-Veneto era sotto il dominio
austriaco, e Ulisse Barbieri aderì ben presto ai fermenti
patriottici e risorgimentali che in quegli anni burrascosi
attraversavano le terre irredente. A soli sedici anni
conobbe il carcere per avere affisso manifesti inneggianti
alla rivolta del popolo Italiano contro il dominio
austroungarico nell’Italia nord-orientale: venne catturato
dalla polizia austriaca e fu rinchiuso in galera, per
quattro lunghi anni, con una condanna per affissione di
manifesti inneggianti alla ribellione contro il governo
imperiale. Nelle prigioni di Mantova e di Peschiera,
Barbieri venne a contatto con un mondo di tagliagole,
briganti, assassini, stupratori e delinquenti di ogni risma,
mondo certo cupo e tragico, ma dalla cui attenta
osservazione il futuro drammaturgo e romanziere trasse
spunti e materiale immaginario per tante sue successive
opere letterarie. Uscito di prigione a vent’anni, si
arruolò nelle bande di patrioti italiani che avevano
iniziato la lotta armata contro le truppe austriache e
combatté contro questi sulle montagne del Trentino, al
seguito dei Cacciatori delle Alpi guidati da Giuseppe
Garibaldi. Negli anni che andarono dal 1862 al 1866,
viaggiò molto, per tutta Italia, da Como a Catania, da
Firenze a Torino, da Genova a Venezia, facendo rappresentare
nei teatri i numerosi drammi che componeva a getto continuo,
mentre, al tempo stesso, non smetteva di scrivere e fare
stampare lunghi, avvincenti e sanguinosi romanzi, dove
elementi tratti dal folclore e dalle suggestioni scapigliate
e tardo-romantiche si amalgamavano in maniera assai
originale con atmosfere tenebrose e grandguignolesche spesso
sfocianti nel soprannaturale. Sostanzialmente, Ulisse
Barbieri fu un autodidatta che lesse di tutto e che si
cimentò in ogni genere letterario. Compose drammi a fosche
tinte, tragedie storiche, commedie, romanzi, liriche,
poemetti, racconti, con una particolare predisposizione per
i soggetti tetri e terribili e con una decisa propensione al
soprannaturale e all’orrorifico. Egli fu il creatore di
un teatro e di una narrativa popolare che si rivolgevano,
soprattutto, agli strati più umili e più emarginati
dell’Italia risorgimentale di quegli anni: i suoi drammi
macabri e sanguinosi portavano in scena passioni
travolgenti, audaci ideali libertari di giustizia e di
riscatto sociale, mentre i suoi romanzi, spesso corali,
erano incentrati su vicende tetre e delittuose aventi per
protagonisti briganti, assassini, diseredati e vittime delle
ingiustizie sociali e della tirannia dei ricchi e dei
prepotenti. La sua smisurata produzione teatrale
comprende drammi a fosche tinte come Lucifero, La
Monaca di Cracovia, Lord Byron, Trenta omicidi
per un’ora d’amore, Il Frate di Segovia,
Lo spettro del Colosseo, Aida, Il lago di
sangue, Le orge della regina di Spagna;
romanzi “neri” di amore e morte, sconfinanti spesso nel
soprannaturale, come I sotterranei farnesiani, La
Nina di Trastevere, Il Nano della Strega,
Il Palazzo del Diavolo, I briganti greci;
raccolte di liriche anticolonialistiche e antiborghesi, come
quelle del vulcanico volumetto intitolato Ribellione;
prose autobiografiche e di memoria come quelle raccolte nel
volume I volontari del Tirolo: memorie di un
garibaldino; romanzi critici d’ambiente popolare e
borghese come In basso e Il delitto legale.
Barbieri fu dunque uno scrittore estremamente prolifico, che
utilizzò con eguale maestrìa sia la prosa che i versi,
creatore di un teatro e di una narrativa decisamente
popolari, suggestivi, a tratti persino troppo enfatici e
sanguinosi nelle loro macabre atmosfere, ma decisamente in
“anticipo” sui tempi. Sorprendono, infatti, certe sue
intuizioni quasi “paracinematografiche”, la creazione di
mondi paralleli al nostro che sembrano anticipare alcune
grandi “invenzioni” della fantascienza novecentesca, lo
sperimentalismo stilistico e la costruzione di un nuovo tipo
di fraseggio letterario fatto di frequenti esclamazioni,
sospensioni, onomatopee, frammentazioni insistenti del
periodo e della sintassi. Insomma, un innovatore a tutto
campo, alla ricerca di nuove tematiche e nuovi linguaggi,
capace di ripescare e rielaborare le leggende più truculente | |