Recensioni librarie Ritratti letterari Interventi critici

L’alcova d’acciaio: guerra e amori futuristi

Giambattista  Niccolini

“ Le Valli Incantate” – “Le Terre Fantastiche”

D’Annunzio e il fascino arcano per l’Occulto Giangiorgio  Trissino Le future apocalissi secondo l’interpretazione di Giuseppe Furnari
Il seducente fuoco delle eresie gnostiche e trinitarie Ulisse Barbieri  
Imperialismo pagano, la resurrezione della Tradizione Pier Jacopo Martello  

L’aeropoema del Golfo della Spezia

Giambattista  Giraldi  Cinzio  
Pound e l’occulto, ovvero, le radici esoteriche dei Cantos Carlo Gozzi  
Atanasio e la lotta contro i seguaci di Ario Pietro Aretino  

L’India e il Fascismo: Chandra Bose ammiratore di Mussolini

Giovanni Papini  
Marinetti, poeta d’assalto delle avanguardie italiane Niccolò Franco  
Miscellanea  letteraria -- Un trattato contro la tirannide Giovan Battista Andreini  

 

Gabriello Chiabrera   
  Giambattista Casti  
  Ritratto di Postremo Vate, scrittore apocalittico  
  Ritratto di Postremo Vate, poeta gnostico  
 

RECENSIONI LIBRARIE

 
 

Un avvincente romanzo futurista di Filippo Tommaso Marinetti

L’alcova d’acciaio: guerra e amori futuristi

Una nuova edizione pubblicata da Vallecchi Editore

L’alcòva d’acciaioLa produzione letteraria di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), Padre del Futurismo, è sterminata: scrisse liriche, poemi, racconti, romanzi, testi teatrali, manifesti estetici, novelle, saggi, in preda ad un furore creativo che non conobbe limiti e che durò sino al giorno della sua morte (poche ore prima del decesso scrisse una poesia dedicata alla X Mas).
Ora, per i tipi di Vallecchi Editore, è stata pubblicata una nuova edizione del suo celebre romanzo intitolato:
“L’alcòva d’acciaio” (pagine 344, Euro 19,00), uno tra i testi più interessanti del Padre dle Futurismo. Si tratta di un romanzo autobiografico, ma anche bellico-avventuroso, profondamente venato di sensualità e di erotismo eroico, secondo il più collaudato stile marinettiano.
In questo libro, Marinetti racconta la sua partecipazione alle operazioni belliche della Prima Guerra Mondiale, in qualità di militare (ebbe il grado di tenente) del regio esercito italiano, operante sul fronte del Piave. Con la solita padronanza di linguaggio, con la solita verve affabulatoria, con grande estro e profonda inventiva, Marinetti riesce a darci un grande ritratto della guerra di trincea, della prima guerra moderna della storia dell’umanità.
E si tratta di un libro tutto italiano, dove il fronte rappresenta anche un luogo di unione patriottica, di cementificazione del senso di unità nazionale e di orgoglio italiano da parte di soldati provenienti da tutte le regioni della penisola. L’impianto del romanzo è diaristico (Marinetti, durante gli anni di guerra, riempì di appunti e annotazioni i suoi taccuini, che poi, negli anni successivi al conflitto, si trasformarono in poemi, novelle, romanzi), la scrittura ha un taglio decisamente autobiografico, ma l’inventiva e l’estro non sono affatto esclusi da questo originale testo tutto fremente di azioni belliche, imprese erotiche e aspirazioni al sublime.
La guerra stessa è esaltata e sublimata da Marinetti, in quanto, come ebbe a scrivere nel celebre “Manifesto del Futurismo”, la guerra è “igiene del mondo”, ma nella sua opera letteraria anche la guerra si “umanizza”, in senso antropologico, in quanto diventa occasione per fare esprimere ad ogni singolo uomo la sua vera natura, rivelandogli impietosamente la sua forza o la sua debolezza. Grande protagonista di questo bel romanzo è l’autoblindo “74”, l’alcòva d’acciaio del titolo, dove il guerriero Marinetti combatte e riposa, rivela la sua audacia eroica ma fa anche sogni erotici che costituiscono l’altra faccia del suo superomismo futurista.
Ci troviamo di fronte, in sostanza, ad una sorta di guerra-spettacolo, di evento bellico che è anche una sorta di show ultrapatriottico, dove si combatte e si ama, si vive e si muore, all’interno di una cornice che favorisce l’emergere dell’anima eroica del Futurista, dell’Ardito, del Combattente per la Patria che sa trarre esperienze positive anche da un evento sanguinoso e devastante come la guerra.
Un “classico del Novecento” che si legge d’un fiato, che avvince e che conquista il lettore, soprattutto se si impara a “leggere tra le righe” e a comprendere le infinite sfaccettature del multiforme animo marinettiano. Il volume è pubblicato nella collana “Caratteri del ‘900” e può essere richiesto nelle migliori librerie. Visitabile anche il sito internet dell’editore all’indirizzo web: www.vallecchi.it

Fabrizio Legger



 

Un avvincente saggio sulle passioni esoteriche del Vate pescarese

D’Annunzio e il fascino arcano per l’Occulto

Il “mistero” nella vita e negli scritti del nostro grande poeta

 

 

D’Annunzio e l’Occulto“D’Annunzio e l’Occulto” è il titolo di un avvincente volume di A. Mazza (pagine 128, Euro 12,91), pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee. A prima vista potrebbe sembrare il titolo di un libro un po’ strano, ma non lo è, soprattutto per chi conosce bene l’Opera letteraria del grande scrittore pescarese.

Infatti, da buon scrittore vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, D’Annunzio si interessò molto di esoterismo, spiritismo, magia e astrologia, tanto che molti suoi testi in verso e in prosa contengono continui richiami in direzione di queste tematiche. Basti pensare a certe poesie di raccolti di versi come “La Chimera” o “Intermezzo di Rime”, dedicate alle fate oppure a personaggi magici del mondo mitologico.

Ma anche in certe opere teatrali emergono figure collegate al mondo della magia e della sapienza esoterica, come la maga Pantea nell’atto unico  “Sogno di un tramonto di Autunno” o la stessa Mila di Codro, sorta di procace fattucchiera campestre, protagonista de “La Figlia di Iorio”.

Lungo tutta l’opera letteraria di D’Annunzio è possibile, dunque, riscontrare elementi di magia, astrologia ed esoterismo, ma è soprattutto nell’ultima parte della sua vita, dal 1921 al 1938, e negli scritti di questi anni, che, D’Annunzio mostra uno spiccato interesse per le dottrine della metempsicosi, per i medium, i contatti con l’Aldilà, la teosofia e l’occultismo. Tutti questi interessi traspaiono sia nelle prose che nei versi, non disdegnando neppure certi riferimenti alla magia del mondo rurale e alle superstizioni dei contadini d’Abruzzo, come avviene in taluni racconti delle Novelle della Pescara.

Con l’avvicinarsi della vecchiaia e della morte, ma anche in seguito alla sconvolgente esperienza della Prima Guerra Mondiale, il Vate di Pescara aumenta il suo interesse per l’occulto. Al Vittoriale, negli ultimi anni della sua vita, il Poeta invitò più volte medium e astrologi, per discutere con essi di argomenti legati allo spiritismo, ai poteri medianici e agli influssi che astri e pianeti esercitano sugli esseri umani.

Molte donne che D’Annunzio amò e frequentò, a partire da Eleonora Duse sino a Luisa Bàccara, si interessavano di essoterismo e occultismo, e ciò non fece altro che suscitare nel Poeta un interesse sempre maggiore per questi aspetti arcani dello scibile umano, tanto che, in molte pagine di opere come “Notturno”, “Le cento e cento e cento e cento pagine del Libro Segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire”, oppure de “Le faville del maglio”, si nota chiaramente questo influsso esoterico nell’arte dannunziana.

In questo saggio, non particolarmente corposo ma molto suggestivo ed esauriente, Mazza delinea un ottimo ritratto del Vate assetato di conoscenze esoteriche, sedotto dall’occultismo e decisamente interessato allo spiritismo e all’astrologia, ma anche reso irrequieto dal timore della morte imminente e angosciato dall’inarrestabile avanzare della vecchiaia.

Un libro di sicuro interesse, non soltanto per tutti gli ammiratori di Gabriele D’Annunzio, ma anche per tutti coloro che si interessano di essoterismo e dei rapporti degli scrittori con il mondo dell’occulto e della magia. Il libro è reperibile nelle migliori librerie, oppure richiedibile direttamente alle Edizioni Mediterranee, tel. 06 – 3235433, sito internet: www.ediz-mediterranee.com

 

Fabrizio Legger



 

Un’opera del grande scrittore africano sui nemici della Chiesa

Il seducente fuoco delle eresie gnostiche e trinitarie

Le bizzarre dottrine dei fantasiosi epigoni degli Apostoli

Le Eresie. Catalogo e confutazione delle eresie del mondo anticoLa casa editrice milanese Mimesis pubblica nelle sue collane interessanti opere di astrologia, essoterismo, scienze occulte, religioni orientali, particolarmente interessanti per un pubblico di lettori colti e curiosi. A tal proposito vi voglio segnalare una “chicca” di libro davvero affascinante: si tratta del breve trattato di Sant’Agostino intitolato “Le Eresie. Catalogo e confutazione delle eresie del mondo antico” (pagine 127, Euro 7,23), pubblicato nella collana “I cabiri”, curato da Stefano Fumagalli.
Si tratta di un breve testo, composto intorno al 428 d.C., in cui il padre della Chiesa africano elenca, discute (e denigra!) molte delle numerosissime eresie che tra il II° e il IV° secolo si diffusero in tutto il bacino del Mediterraneo. Con il solito piglio polemico, ma anche con la grande cultura che caratterizza tutta la sua opera, Agostino prende in esame non solo le maggiori eresie(quella di Marcione, quella di Valentino, quella di Mani o quella di Donato), ma anche eresie di gruppi minori, come i Patriziani (cioè, i seguaci di Patrizio), i quali affermavano che il corpo umano era stato creato dal diavolo e che quindi bisognava mortificarlo compiendo ogni sorta di viziosa turpitudine; oppure gli Artotiriti, i quali convertivano alla loro eresia molta gente offrendo a tutti pane e formaggio; o, ancora, gli Antidicomariti, setta eretica che negava la verginità di Maria e che affermava che dopo aver partorito Gesù la Madonna avrebbe dato alla luce molti altri figli, essendo tutta presa dai piaceri della carne e per nulla affatto propensa alla castità.
Ma Agostino non tace certo sugli Ariani, sui Montanisti, sui Pelagiani, sui Sabelliani e su tutti gli altri eretici che, con le loro mirabolanti dottrine, con le loro fantasiose teorie e con le loro bizzarre storie riguardanti la genesi del mondo e la creazione dell’Uomo, degli Angeli e dei Demoni, dettero vita ad una “letteratura teologica” decisamente avvincente e affascinante.
Le eresie elencate da Agostino sono ben ottantotto, ma si tratta di una minima parte di tutte le credenze, i culti e le sette che nacquero in seguito alla predicazione di Cristo. Un libro assai utile per conoscere una parte assai importante della storia della fede cristiana, ma, soprattutto, per venire a conoscenza di coloro che furono i più irriducibili e geniali nemici del cattolicesimo e della Chiesa di Roma.
Particolarmente interessante è il fatto che Agostino dedica ampio spazio anche a sette e a conventicole eretiche che, già all’epoca sua, erano in costante e vertiginoso declino, come i Paterniani (che ritenevano create dal diavolo tutte le parti più ripugnanti del nostro corpo, e che, perciò, predicavano la mortificazione del retto, degli organi genitali, dei piedi e del pube, praticando nei loro culti ogni genere di oscenità), oppure gli Ieraciti (che negavano la resurrezione della carne e che predicavano che tutti gli uomini e tutte le donne del mondo dovessero farsi monaci e monache), o, ancora, i Fibioniti (i quali sostenevano che Dio fosse presente nello sperma maschile e nel mestruo femminile e nella placenta, e perciò facevano grandi orge con donne mestruale e incinte, nel corso delle quali venivano ingeriti tutti questi umori). Insomma, un gran campionario delle folli e deliranti sette che per molti secoli accompagnarono con le loro perversioni e le loro assurdità l’ascesa del Cristianesimo.
Una lettura indispensabile, che consigliamo calorosamente. Potete richiedere questo libro nelle migliori librerie. Per contatti con la casa editrice Mimesis: tel. 02-89403935, sito internet www.mimesisedizioni.it

Fabrizio Legger



 

Un affascinate libro di Evola sulla cultura buddista

La sacra dottrina del Risveglio interiore

Il carattere iniziatici e metafisico della religione dell’Illuminato

 

La dottrina del Risveglio“La dottrina del Risveglio” (pagine 274, Euro 19,00), Edizioni Mediterranee, è il titolo dell’affascinante libro di Julius Evola che recensiamo questa settimana. Il celebre filosofo della Destra italiana (1898-1974), come è noto, fu sempre affascinato dalle culture e dalle religioni orientali, in particolar modo dal buddismo, dall’induismo e dall’islamismo.
Con quest’opera Evola intende presentare al lettore le teorie buddiste nella loro vera luce di risveglio dell’interiorità e di riscoperta dello spiritualismo orientale. In queste pagine il buddismo viene rivisitato come dottrina morale per il risveglio delle coscienze, dottrina fondata su un rigido codice etico e su una serie di precetti quali la compassione, il distacco dalle passioni terrene, la fuga dal mondo, il valore supremo della meditazione che porta all’Illuminazione interiore (grazie alla quale si può diventare dei buddha). Ma Evola, in questo libro, oltre che disquisire dell’etica e della metafisica del Buddismo, si occupa anche dei suoi aspetti pratici, quali l’ascesi e la meditazione, pratiche che consentono all’uomo di rafforzare la propria interiorità, di corroborarsi mentalmente e spiritualmente, di affrontare le difficoltà della vita quotidiana dando il primato all’azione sulla speculazione. In tal modo, anche la meditazione buddista e la vita ascetica condotta dai devoti dell’Illuminato, diventano strumenti per agire energicamente nel mondo, creando così dei “combattenti asceti”, devoti e rigorosi, che per Evola rappresentano il massimo punto di arrivo a cui può condurre una pratica seria e costante del buddismo.
Un’opera mistica e rigorosa, questa, in cui Evola evidenzia come una parte delle discipline buddiste sia suscettibile di una applicazione nella vita quotidiana di tutti i giorni, in quanto capaci di fortificare l’animo, distaccarsi dai bisogni superflui e dagli agi, fare chiarezza nelle nostre menti, corroborare gli spiriti tesi al conseguimento di supreme mete. Una sorta di “ascesi aristocratica” che, secondo l’Autore, può avere un valore immanente anche nel decadente mondo moderno, dove il lassismo, l’edonismo consumistico e la mercificazione di ogni ideale hanno raggiunto apici davvero terrificanti.  Un libro molto originale, assai interessante, che consigliamo a tutti gli appassionati di religioni orientali. Potete richiederlo nelle migliori librerie. Sito internet delle Mediterranee all’indirizzo web: www.ediz-mediterranee.com

Fabrizio Legger



 

Una nuova edizione della celebre opera evoliana

Imperialismo pagano, la resurrezione della Tradizione

Il volume contiene le due edizioni, italiana e tedesca

Imperialismo pagano“Imperialismo pagano” è sicuramente una tra le opere più lette, più citate e più conosciute di Julius Evola (1898-1974), insieme, ovviamente, a “Rivolta contro il mondo moderno”, altro celebre caposaldo del pensiero evoliano.
Una nuova accurata edizione di quest’opera mancava da anni, ma ora, finalmente, le romane Edizioni Mediterranee ne hanno pubblicato un’edizione critica, curata da Claudio Bonvecchio (pagine 349, Euro 19,50), grazie alla quale è possibile riavvicinarsi alle fonti del più autentico pensiero evoliano.
Ma perché “Imperialismo pagano” risulta essere così importante? Innanzitutto, perché in questo volume che riprende e ristruttura tutta una serie di brevi saggi pubblicati da Evola sui periodici “Vita Nova” e “Critica Fascista”, Evola sviluppa, argomenta e definisce l’ossatura del suo pensiero tradizionalista (che io intendo nel senso di fedeltà agli ideali pagano-romani e imperiali della Roma dei Cesari) ed esoterico-pagano, in forte ed aperta polemica contro il cristianesimo e il cattolicesimo nelle loro vesti di “religione ufficiale”.
Un’opera drastica, serrata, battagliera, in cui il filosofo polemizza aspramente contro la concezione cristiana dell’esistenza e contro la sottomissione della grande identità italica al dominio delle coscienze esercitato dalle istituzioni ecclesiastiche. Qui emerge l’Evola polemico e intransigente, che affronta di petto americanismo e bolscevismo, liberalismo e democrazia occidentale, rivendicando invece il diritto, per l’Italia, di rinnovare la Nazione e lo Stato su basi certamente “imperiali” ma anche di rigenerazione spirituale del popolo.
Ma oltre a questi argomenti decisamente dottrinali, c’è anche un’altra importante ragione per cui quest’opera è,  a parer mio, basilare nell’ambito della produzione evoliana: questo libro, infatti, venne pubblicato verso la metà del 1928, e cioè, pochi mesi prima della firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), il cosiddetto “Concordato” tra il Vaticano e lo Stato fascista italiano, patti che, purtroppo, segnarono un appiattimento della rivoluzione fascista in seno alla Chiesa cattolica. Evola era contrario a questi patti, e non solo per motivi ideologici, filosofici e religiosi, ma perché, con la sua lungimiranza, intuì che l’influenza del Vaticano avrebbe tarpato le ali alle potenzialità imperiali del regime fascista.
Infatti, secondo il filosofo, con il Concordato, il Fascismo finiva strangolato, spiritualmente, dall’egemonia cristiano-cattolica, e venivano affossate anche tutte le speranze di coloro che, come Evola, sognavano una futura “restaurazione pagana”.
La lettura di questo libro, poi, risulta fondamentale per aprire gli occhi sulla nostra identità, per comprendere appieno la profondità delle radici del nostro glorioso passato ma, soprattutto, per addentrarsi nei più profondi meandri del pensiero evoliano.           
Grazie alla Edizioni Mediterranee è ora possibile rileggere in edizione critica, con commenti e note appropriate ed approfondite, questo complesso saggio di uno tra i più grandi intellettuali della destra italiana. Lo potete richiedere nelle migliori librerie. Visitabile il sito delle Mediterranee all’indirizzo web: www.ediz-mediterranee.com

Fabrizio Legger



 

Una avvincente opera poetica di Martinetti, Padre del Futurismo

L’aeropoema del Golfo della Spezia

Una esaltazione del volo e del patriottismo italiano

L’Aeropoema del Golfo della SpeziaGrazie alle prestigiose Edizioni Vallecchi, di Firenze, recentemente sono state riedite alcune interessanti opere in versi e in prosa di Filippo Tommaso Martinetti (1876-1944), creatore e padre del Futurismo italiano, grande organizzatore e svecchiatore della nostra cultura provinciale, scrittore inesauribile e, dal 1909 sino al 1944, infaticabile mattatore della cultura italiana, nonché accademico d’Italia e sincero sostenitore del fascismo mussoliniano. “L’Aeropoema del Golfo della Spezia” (pagine 98, Euro 10) è una tra le più fantasiose e bizzarre opere poetiche marinettiane. La Spezia, città navale e militare, situata sull’estrema propaggine ligure ma già in “odor di Toscana”, fu molto amata dall’inventore del Futurismo. Nel 1933 Marinetti ideò il Premio di Pittura “Golfo della Spezia” e nel 1935 scrisse questo “aeropoema”, appartenente ad un genere letterario del tutto nuovo (anche questo di invenzione marinettiana), in cui l’ebbrezza vertiginosa del volo e il vulcanismo prorompente delle parole in libertà si fondono con la supremazie dei tecnicismi e con il bellicismo delle battaglie aereonavali, trovando un corrispettivo figurativo, proprio in quegli stessi anni, nella pittura macchinolatrica futurista di Tullio Crali e di Fortunato Depero. E proprio una di queste fantasiose battaglie è la protagonista di questo bizzarro poema, scritto con una sorta di “prosa ritmica” di ampio respiro, in cui si esaltano le bellezze (non troppo futuristiche, a dire il vero) di Lerici e Portovenere, Monte Marcello e San Terenzio, con un canto lungo e appassionato, che mescola elementi propri del naturalismo biomeccanico futurista con tematiche prettamente guerresche e di esaltazione delirante della tecnica e del mito del volo aereoplanico. Ne viene fuori un componimento dove cielo e mare sembrano fondersi, dove le navi e gli aerei, la carne dei piloti e l’acciaio delle ali e delle carlinghe, sono un tutt’uno e sembrano fondersi in un amalgama mostruosamente inscindibile. Il poema non è eccessivamente lungo, risulta assai originale, e ancor oggi, a distanza di tanti decenni da quando fu scritto, risulta ancora piacevolmente leggibile. Ci troviamo di fronte, in sostanza, ad una poesia visiva ed immaginosa, piena di bellicismo e di vigore futurista, in cui il pur aggressivo paroliberismo marinettiano risulta però alquanto moderato, leggero, smorzato, e non tremendamente onomatopeico come è invece nella celebre “Battaglia di Adrianopoli”.
Si tratta di un “classico” del Novecento che recensiamo con molto favore, consigliandone l’attenta lettura. Lo potete richiedere nelle migliori librerie.

Fabrizio Legger



 

La passione per l’esoterismo nei versi del celebre poeta statunitense

Pound e l’occulto, ovvero, le radici esoteriche dei Cantos

Una poesia pregna di influenze estetiche e spirituali

Pound e l’occultoEzra Pound, il celebre autore dei “Cantos”, non solo fu affascinato dagli studi economici e da quelli per le lingue orientali e la letteratura cinese, ma fu anche attratto da tutto ciò che riguardava il mondo dello spiritismo, dell’occultismo e, più in generale, dell’esoterismo.
Il libro di Demetres Tryphonopoulos che qui recensiamo, intitolato:
“Pound e l’occulto”, pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee (pagine 239, Euro 12,91), è dedicato appunto a tale tematica e ricostruisce i robusti legami di amicizia e di affinità di interessi che il poeta americano ebbe con alcuni celebri occultisti di inizio Novecento, tra cui Allen Upward, Alfred Orange, e il celebre poeta W.B. Yeats. L’Autore affronta l’imponente mole dei “Cantos”, la maggiore opera di poesia di Pound e una tra le più interessanti di tutta la letteratura novecentesca, soffermandosi sulla poesia poundiana intesa come “rivelazione celeste” e come una sorta di “palingenesi poetica”, passando poi ad esaminare la tradizione occulta e la passione di Pound per l’occultismo e per le antiche dottrine esoteriche (in particolare lo gnosticismo cristiano).
Nella seconda parte del saggio, Tryphonopoulos affronta più direttamente i complessi testi dei “Cantos”, evidenziandone i passaggi più prettamente esoterici, rivelandone gli aspetti iniziatici, analizzando strofe, parole e versi in cui sembrano nascondersi arcani enigmi, frammenti di una sapienza segreta, tenendo ben presente l’apporto di ideogrammi cinesi, geroglifici egizi e parole scritte in antico alfabeto greco che costellano l’intero corpus dei “Cantos”. Odisseo, Porfirio, gli Dei nordici del Walhalla, Simon Mago e gli gnostici, gli antichi misteri di Eleusi, la scienza dei Re Magi e l’esoterismo della Divina Commedia sono soltanto alcuni dei moltissimi riferimenti presenti nei “Cantos”, che proprio per presentarsi come una sorta di “summa” delle esperienze culturali, umane, spirituali ed estetiche del poeta americano, assurgono ad un livello di universalità difficilmente raggiungibile da altre opere di poesia moderna.
Ma l’autore si sofferma anche sulle straordinarie peculiarità della poesia di Pound, sulla sua abilità di plurilinguista, sul forte potere di seduzione che promana dai termini greci, latini, cinesi, italiani, francesi, che abbondano nelle lunghe strofe dei “Cantos”, offrendo al lettore anche interessanti analisi sul lessico e sulle particolarità del linguaggio poetico (volutamente esoterico) usato dal grande poeta statunitense.
Il saggio ci aiuta a comprendere un aspetto nascosto di Pound, un lato misterioso della sua prorompente e vivace personalità poetica ed artistica, e, al tempo stesso, ci svelano la sua inesauribile passione per le scienze occulte e per le antiche dottrine esoteriche di cui i “Cantos” sono un esempio davvero affascinante. Un saggio intenso, corposo, ma di notevole interesse, che recensiamo con grande favore. Potete richiederlo nelle migliori librerie.

Fabrizio Legger



 

Un libro polemico contro l’eresia ariana

Atanasio e la lotta contro i seguaci di Ario

Un testo patristico edito dalle edizioni Città Nuova

Trattati contro gli arianiAtanasio di Alessandria (295-373 d.c) fu uno dei più intrepidi difensori dell’ortodossia cattolica: scrisse molte opere teologiche, lettere e commentari alle Sacre Scritture, e si batté con particolare energia contro i seguaci di Ario, anziano sacerdote di origine libica, il quale volle sostenere dottrinalmente l’unicità di Dio a tal punto da negare a Cristo la piena ed autentica divinità, e riducendolo, in quanto Figlio di Dio, a livello di essere creato.
In questo volume edito da Città Nuova, intitolato:
“Trattati contro gli ariani” (pagine 359, Euro 23,00), Atanasio affronta in tre trattati la questione ariana, ribattendo punto per punto la dottrina del prete libico e dimostrando, con raffinati ragionamenti teologici, l’assurdità di tale dottrina. Si tratta di scritti polemici, dai toni anche assai duri, che ben mostrano come all’interno del Cristianesimo, sin dai primi secoli, vi fossero opinioni divergenti e decisamente agli antipodi, ferocemente contrastanti, soprattutto su questioni essenziali quali la Natura di Cristo e la Trinità. L’arianesimo riscosse un grande successo, non solo in Egitto e in Palestina, ma anche tra i popoli barbarici che si convertirono al Cristianesimo: infatti furono ariani i Goti e i Vandali, creatori di regni barbarici nel cuore dell’Occidente. Questi trattati di Atanasio, così ricchi di elementi dottrinali ma anche utili per ricostruire la storia della Chiesa nei primi turbolenti secoli della sua espansione, costituiscono una lettura molta stimolante, in quanto affrontano con toni polemici, un linguaggio colorito e uno spirito di incessante controversia, alcune tra le tematiche fondamentali della fede cristiana, quali la Natura di Cristo, il suo rapporto con il Padre, il dilemma se Cristo fosse costerno con il Padre oppure se sia stato generato in seguito.
Problematiche religiose che a noi, oggi, sembrano tanto lontane, in quanto troppo filosofiche, ma che, tra il II e il III secolo dopo Cristo vedevano le moltitudini scannarsi per l’affermazione delle suddette dottrine. Atanasio, uno tra i maggiori Padri della Chiesa, fu il più implacabile degli avversari dell’arianesimo, e questi trattati, la cui lettura risulta ancor oggi così coinvolgente e così piena di “vis polemica”, stanno qui a dimostrarlo. Potete richiedere questo libro, che fa parte della collana “Testi patristici” nelle librerie specializzate, oppure direttamente alle romane Edizioni Città Nuova  (tel. 06-3216212), sito internet: www.cittanuova.it

Fabrizio Legger



 

Un interessante saggio sulla destra tradizionalista e nazionalpopolare hindu

L’India e il Fascismo: Chandra Bose ammiratore di Mussolini

Il fascino della destra indù per il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco

Davvero un bel libro, avvincente e interessante, questo di Manfredi Martelli, intitolato: “L’India e il Fascismo” (pagine 300, Euro 38,00) pubblicato dalle Edizioni Settimo Sigillo, di Roma. Questo eccellente saggio, molto accurato,  scritto con gran dovizia di particolari e con l’apporto di notevole documentazione storica, analizza le caratteristiche salienti della destra hindu, tradizionalista e nazionalpopolare, e dei suoi rapporti con il Fascismo italiano e con il regime mussoliniano.
Il padre del cosiddetto “fascismo indiano” fu  Chandra Bose, attivissimo nazionalista negli Anni Venti e Trenta, quando l’India era ancora una colonia dell’Impero Britannico, e il libro di Martelli dedica ampio spazio alla figura di questo indù che sognava un’India libera dai colonizzatori inglesi, alleata con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, e capace di rinnovare profondamente le sue antiche radici ariane.
I movimenti politici della destra religiosa, tradizionalista e nazionalpopolare, furono attivissimi in India sin dalla metà degli Anni Venti. Proprio nel 1925, infatti, viene fondata la Rashtrya Swayamsevak Sangh (cioè, l’Associazione dei Volontari Nazionali), più comunemente conosciuta con la sigla RSS. Inizialmente le sue finalità furono essenzialmente dedite alla “rinascita culturale” (alfine di non essere sciolta dalle autorità britanniche), ma in realtà si caratterizzò da subito come l’organizzazione politica per eccellenza dell’emergente nazionalismo hindu che guardava con simpatia e ammirazione all’esperienza del Fascismo italiano.
Il suo fondatore fu K.B. Hedgewar (che la resse sino al 1940), coadiuvato da M.S. Golwakar (che la diresse sino al 1973), entrambi dotati di forte personalità, i quali dettero all’associazione una forte impronta nazionalistica che fece ben presto di essa il punto di riferimento di tanti altri movimenti nazionalisti indiani, anche sorti nei decenni successivi all’indipendenza dell’India, come, per esempio lo Shiv Shena (cioè. Esercito di Shivaji, organizzazione nazionalpopolare di tipo paramilitare fondata nel 1966, espressione del subnazionalismo marathi, nel più generale contesto del revivalismo politico hindu) o il Vishwa Hindu Parisad (cioè, il Consiglio Mondiale Hindu, movimento nazionalista fondato nel 1964 come reazione alla predicazione dei missionari cristiani, che si pone l’obbiettivo di dare voce alla destra religiosa indiana).
La RSS fu l’anima dell’opposizione violenta al colonialismo britannico, ma, al tempo stesso, avversò anche il Mahatma Gandhi e il laico Partito  del Congresso, in  quanto l’ideologia laica e tollerante da essi praticata mal si adattava alla linea ideologica di Bose e di Golwakar. Come ho già accennato, sulla figura di Bose il volume si sofferma molto, ponendo in luce soprattutto le similitudini tra la concezione nazionalpopolare e tradizionalista di Bose e l’ideologia del Fascismo mussoliniano e del Nazionalsocialismo hitleriano, evidenziando la comune visione politica che avvicinava tra loro queste pur differenti ideologie della destra identitaria europea e indiana.
Ci si trova di fronte ad un saggio complesso, che esige una lettura impegnativa, ma che aiuta a conoscere un aspetto fondamentale del mondo politico hindu: quello della destra identitaria e nazionalpopolare che, tra l’altro, dal 1998 al 2004, ha governato l’India con una coalizione guidata dal Bharatiya Janata Party (cioè, il Partito del Popolo Indiano), espressione della destra nazionale hindu più moderata, fondato nel 1980, e particolarmente sensibile alle istanze di difesa della identità nazionale indiana di fronte alla omologazione mondialista imposta dalla Globalizzazione.
Un libro di sicuro interesse, che consigliamo assolutamente di leggere, soprattutto se si intende capire a fondo le ragioni del nazionalismo hindu. Lo potete richiedere nelle migliori librerie.

Fabrizio Legger



 

Un libro dedicato alla vita esplosiva del Padre del Futurismo

Marinetti, poeta d’assalto delle avanguardie italiane

Fu il più grande innovatore della cultura italiana del Novecento

 

Marinetti. Arte e vita futuristaClaudia Salaris, docente e consulente di mostre d’arte, nonché celebre studiosa del Futurismo, ha scritto una avvincente biografia del Padre del Futurismo italiano, intitolata: “Marinetti. Arte e vita futurista” (pagine 382, Euro 19,63) la quale ci sembra una tra le migliori biografie dedicate al celebre poeta italiano.
Marinetti nacque ad Alessandria d’Egitto (dove il padre esercitava la professione di avvocato) nel 1876 e morì a Bellagio (in riva al lago di Como) nel 1944, mentre l’Italia era divorata dall’incendio della guerra civile e dall’invasione delle truppe anglo-americane.
La Salaris, utilizzando un’ampia mole di documenti (lettere, diari, manifesti, poesie, stralci di opere, articoli di giornale), ricostruisce minuziosamente la vita del poeta, inquadrandola all’interno del complesso periodo storico in cui Marinetti ebbe la fortuna di vivere. Gli avvenimenti strettamente biografici si alternano a descrizioni sulla realtà italiana ed europea del periodo compreso tra i primi anni del Novecento (il celebre Manifesto del Futurismo fu pubblicato nel 1909) e quelli della Prima Guerra Mondiale (1914-1918), quelli turbolenti dell’immediato dopoguerra, la nascita del Fascismo, la salita al potere di Mussolini, il lungo ventennio mussoliniano, sino agli anni tragici della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Civile in Italia (1939-1945).
Il ritratto di Marinetti che emerge dalle pagine del libro, è quello di un uomo vulcanico, esplosivo, pieno di energia, grinta, passione: una vera e propria forza della natura, dotata di estro, intelligenza, determinazione e grandi capacità comunicative. Grazie a lui, il Futurismo decollò e si diffuse in tutto il mondo. Marinetti viaggiò instancabilmente, dalla Russia all’Argentina, dalla Francia al Brasile, per diffondere le idee e le opere letterarie del movimento artistico che aveva creato: un movimento che contribuì decisamente (grazie anche ai cospicui appoggi offertigli dal regime fascista) a svecchiare la cultura italiana, a proiettarla nel grande circuito della cultura europea, a farla apprezzare anche all’estero.
Marinetti fu infaticabile: organizzò spettacoli di poesia e musica che divennero famosi in tutta Italia (anche perché spesso si concludevano con risse e arresti), fu inventore di premi di fotografia (come il celebre Premio della Spezia), fu mecenate nei confronti di poeti e artisti poveri che avevano buone qualità ma non possedevano i denari necessari per affermarsi nel mondo dell’Arte… Ma fu anche un poeta d’assalto nel vero termine della parola: come soldato prese parte alla Prima e alla seconda Guerra Mondiale, come giornalista seguì le Guerre Balcaniche del 1912-1913 e la guerra italiana in Etiopia (da cui trasse spunti per opere di poesia notevoli, come il poema Zang Tumb Tuum o il romanzo L’alcova d’acciaio.
La sua amicizia con Benito Mussolini lo portò, idealmente e sentimentalmente, ad aderire al regime fascista, anche se, continuò a manifestare idee antimonarchiche e anticlericali (era un fascista della prima ora, e perciò sognava un’Italia repubblicana, laica e svaticanizzata). Nonostante ciò, restò fedele alle sue idee fino alla fine. Morì povero, in quanto spese tutto il patrimonio lasciatogli dal padre per sovvenzionare il Futurismo, la rivista Poesia (da egli stesso diretta) e pubblicare tutti i suoi numerosi libri.
Quella di Marinetti fu davvero una vita eroica, esplosiva sotto ogni aspetto (in quanto fu anche un focoso amante, dedito ad avventure erotiche intense e travolgenti, finché non incontrò la bellissima Benedetta Cappa, pittrice e scrittrice futurista, che sposò e che amò appassionatamente sino alla fine dei suoi giorni). Sotto la scorza rude del poeta che voleva “uccidere il chiaro di luna” e “incendiare le biblioteche e i musei”, c’era, in effetti, un’anima sensibile e romantica, sognatrice e affettuosa, ma robustamente maschia e fiera della propria virilità.
Una biografia davvero ottima, che si legge come un romanzo, appassionante come la vita vulcanica del Padre del Futurismo italiano. Potete richiedere il volume nelle migliori librerie, oppure direttamente agli Editori Riuniti (sito internet: www.editoririuniti.it)

Fabrizio Legger



 

MISCELLANEA  LETTERARIA 

Un trattato contro la tirannide

 

Un dubbio di natura morale rode come un tarlo i cuori degli individui che hanno la sventura di vivere sotto il giogo dispotico di un regime dittatoriale: è lecito, per il bene di un intero popolo, assassinare il tiranno che lo opprime?

Si tratta di un interrogativo che, puntualmente, ci si pone quasi sempre dopo tentativi di tirannicidio (falliti o riusciti che siano) nei confronti di questo o quel capo di Stato che governa il proprio paese con metodi, per l’appunto dittatoriali (se ne discusse a suo tempo per il cileno Pinochet, per il libico Gheddafi, per il panamense Noriega, per l’iracheno Saddam, e se ne è tornato a parlare, recentemente, in seguito agli attentati da cui sono usciti illesi il dittatore pachistano Musharraff e quello egiziano Mubarak).

Dunque, uccidere (o tentare di uccidere) un tiranno, è eticamente lecito oppure no? E, inoltre, è conveniente tentare di uccidere un tiranno? Non si rischia, forse (se, come il più delle volte accade, il tirannicidio non riesce), di rendere ancora più repressivo e crudele il regime dispotico?

A tal proposito, i pareri sono vari, complessi, e soprattutto molto discordanti tra loro. Non sarebbe perciò inutile, per rendersi edotti su questo delicato e difficile argomento, tornare a rileggere il breve trattato Della Tirannide, che il poeta e tragediografo astigiano Vittorio Alfieri (1749-1803) scrisse nel 1777 e che, data l’affascinante e incisiva lucidità con cui è stato composto, continua a rimanere uno dei testi-base su questo difficile argomento.

Il trattato è suddiviso in due libri: nel primo, Alfieri compie una attenta analisi dell’inscindibile binomio potere-tirannia, esaminando minuziosamente la figura del tiranno e la struttura del regime dispotico; nel secondo libro, analizza il modo di comportarsi dell’uomo libero (cioè del ribelle che non si piega alla tirannide) all’interno di un tale regime, teorizzando i vari modi per porre fine all’oppressione o, almeno, per non essere direttamente danneggiati da essa.

Non a caso, infatti, una delle soluzioni proposte dall’Alfieri, quella che egli ritiene più praticabile, è quella di isolarsi totalmente dalla società oppressa dal potere dispotico e di vivere in una sorta di solitario esilio, senza nessun contatto con coloro che, per libera scelta o per costrizione, hanno accettato di scendere a compromessi con il tiranno. Purtroppo, però, questa opzione presuppone che il libertario che la pratica sia economicamente autosufficiente e capace quindi di sopravvivere senza doversi rivolgere per alcunché al sistema dominato dal tiranno (un sistema che, come è ovvio, risulta essere fatto di clientelismi, favoritismi, sottomissioni, nonché dominato da un fosco clima di repressione del benché minimo dissenso), il che la rende difficilmente percorribile ai più.

Secondo Alfieri, la tirannide ha il suo fondamento basilare nella “vicendevole paura che governa il mondo”. Puntelli fondamentali del regime tirannico sono dunque la nobiltà cortigiana (oggi identificabile con i funzionari e i burocrati che eseguono tacitamente le scellerate volontà dei dittatori), le milizie professioniste e mercenarie (oggi identificabili con le milizie private o di partito, la polizia politica e le organizzazioni paramilitari che, con sfumature diverse, sono presenti in ogni dittatura), la religione (intesa come istituzione asservita al potere secolare e complice di esso nella partecipazione al potere o nel mantenimento di uno status quo che le consente di portare avanti i propri interessi).

Ovviamente Alfieri, quando scriveva queste pagine, aveva dinanzi a sé gli esempi dell’Europa settecentesca, dove erano presenti regimi estremamente dispotici, come quello russo, quello prussiano,quello ottomano (solo per citarne alcuni tra i peggiori), ma con le opportune correzioni, questa analisi del regime tirannico è applicabile anche alle dittature e ai regimi totalitari odierni (quella teocratica sciita della Repubblica Islamica dell’Iran, per esempio, oppure quella castrista a Cuba, quella di Kim Jong Il in Corea del Nord, quella gheddafiana in Libia, la dittatura nazionalsocialista del Baath in Siria, il regime militare del Myanmar o la dispotica monarchia del Nepal).

Come può reagire l’uomo che ha un animo libero, cioè non corrotto dal virus pestilenziale del servilismo e non incline a sottomettersi al despota, vivendo in un regime così soffocante e così repressivo quale è appunto quello della tirannia?

Secondo Alfieri, i modi sono diversi, ma soltanto tre di questi hanno reali possibilità di successo. La prima soluzione, come ho già evidenziato, è quella che l’uomo libero si apparti in sdegnosa solitudine, in una sorta di volontario esilio, lontano dal tiranno, dalla sua corte, dalle sue spie, dalle sue milizie e dai suoi satelliti che tentano (ora con la violenza, ora con la corruzione, ora con i ricatti) di far tacere le poche libere voci che osano protestare contro la tirannia.

In questa sua sdegnosa solitudine, il ribelle alfieriano dovrebbe comporre scritti anti-tirannici e libertari capaci di infiammari gli animi degli oppressi e di indurli a ribellarsi contro il despota. In pratica, l’esempio austero, integerrimo del cosiddetto liberuomo, unito ad una attività letteraria totalmente aliena da compromessi e patteggiamenti con il regime, dovrebbe servire ad sprone per quegli animi oppressi che mal sopportano la dittatura e che attendono soltanto un’occasione, uno sprone, un incitamento, per insorgere e ribellarsi apertamente contro il tiranno. Ma si tratta di una soluzione assai difficile da percorrre e che, il più delle volte, non dà i frutti sperati.

La seconda soluzione consiste nel fatto che il popolo, a causa della troppa ferocia del regime, insorga spontaneamente contro di esso, scateni la rivolta e lo abbatta, appunto, a “furor di popolo”. In questo caso, afferma Alfieri, più la tirannia è spietata, brutale e sanguinaria, e meglio è, perché le sue continue atrocità potranno condurre il popolo alla sollevazione.

Ma, è noto, soprattutto dopo i tragici avvenimenti della Rivoluzione francese, Alfieri perse molta fiducia nel popolo. La massa popolana, per lui (aristocratico repubblicano ma pur sempre aristocratico), altro non era che “vile plebe”, tanto che la definì “ignava greggia insana”, e quindi, nel di lei operato, nutriva ben poche speranze di riscatto.

La terza soluzione proposta, allora, consiste nel gesto solitario dell’eroe di libertà, cioè, dell’individuo eccezionale, pronto a sacrificarsi per il bene del popolo, che, in totale solitudine, decide di avvicinare e assassinare il despota. Si tratta del celebre gesto del “tirannicidio”, che Alfieri trattò con dovizia di particolari in molte delle sue Tragedie.

L’eroe di libertà affronta il tiranno a viso aperto e lo uccide, pur sapendo che ciò gli costerà la vita. Ma lo farà da solo, non coinvolgendo altre persone, non complottando e non congiurando, perché, secondo Alfieri, i complotti e le congiure sono molto rischiosi, riescono difficilmente, e presuppongono una completa unità di intenti tra i congiurati che, raramente si riesce a raggiungere. Ecco dunque il gesto solitario e tutto individuale dell’eroe di libertà, che uccide il tiranno rischiando la sua stessa vita, ma sperando che tale gesto estremo induca il popolo degli oppressi ad insorgere una volta per tutte e ad abbattere per sempre la tirannia.

Tutto il trattato è pervaso da una profonda amarezza, ma, al tempo stesso, è animato da una sorta di irriducibile furore anti-tirannico. Si tratta di uno scritto che risale ai primi anni dell’attività letteraria alfieriana, uno scritto composto molti anni prima della Rivoluzione francese e che Alfieri, dopo la sua fuga precipitosa da Parigi, si affrettò a smentire, in quanto convinto che, alla luce degli avvenimenti rivoluzionari di Francia, questo libro avrebbe potuto procurare assai più danno che non giovamento alla sacra causa della libertà.

Così, l’edizione del Della Tirannide, fatta stampare dallo stesso Alfieri in Francia, prima della Rivoluzione, fu rifiutata dall’autore, che si pentì di averla data alle stampe. Ma, nonostante questa ritrattazione, avvenuta negli ultimi anni della sua vita (anni pieni di delusioni e di amarezza, che videro la composizione di un’opera sarcastica e velenosa come Il Misogallo, cioè “l’odiatore dei Francesi”, un libello in prosa e in versi contro la Francia giacobina e rivoluzionaria), Alfieri, con tale scritto, dette un contributo fondamentale per la comprensione dello sciagurato fenomeno della tirannide, contributo che si prospetta ancor oggi estremamente attuale, continuando il mondo, purtroppo, ad essere tuttora pieno di dittatori e di tiranni.

E la recente riedizione del trattato, nella collana economica Biblioteca Universale Rizzoli, costituisce una ennesima prova dell’attualità di questa singolare opera alfieriana.

 

Postremo Vate


RITRATTI LETTERARI
 

Giambattista  Niccolini  (1782 - 1861)

Un tragediografo tra Neoclassicismo e Romanticismo
 

Leggi, virtude e libertà tentai

renderti, o Roma… Ahi sol dov’è la morte                          

abita la tua gloria, e ben l’alloro

qui fra i sepolcri nasce e le ruine!

 

Arnaldo da Brescia, Atto terzo, Scena prima.

Giambattista Niccolini nacque nel 1782 a Bagni di San Giuliano (Pisa) e morì nel 1861 a Firenze. Fu poeta, tragediografo, studioso di mitologia e di antichità classiche, dotato di una spiccata tempra drammatica, ma oggi, purtroppo, è ingiustamente dimenticato.
Trascorse gran parte della vita a Firenze, dove poi morì, ma negli ultimi anni predilesse la quiete della bella villa di Popolesco, tra Prato e Pistoia, che ottenne in eredità da un ricco zio.
Conobbe Alfieri,  Foscolo, Monti, Pellico e Guerrazzi, frequentò i maggiori letterati toscani del primo Ottocento, fu professore di storia e di mitologia e volle essere per il proprio secolo quello che Alfieri fu per il Settecento.
Niccolini frequentò le prestigiose scuole dei padri Scolopi, si laureò in giurisprudenza all’Università di Pisa e, sin da adolescente, fu un ardente repubblicano. Già da ragazzo, detestava il governo del Granduca (che, pure, era uno tra i regimi meno repressivi tra quelli degli antichi Stati italiani), e nel 1798 si esaltò per l’ingresso delle truppe francesi del Bonaparte in Firenze.
Durante il periodo dell’occupazione francese della Toscana, intrattenne stretti rapporti con i giacobini fiorentini e i repubblicani filofrancesi, tanto da restarne seriamente compromesso, anche a causa dei suoi vulcanici discorsi contro i dispotismo monarchici di Austria e Russia, nonché delle sue prese di posizione antibritanniche (in quanto vedeva l’Inghilterra come la potenza conservatrice più ostile alla Francia repubblicana).
Quando, l’anno seguente, la città fiorentina fu occupata dall’esercito austro-russo, che scacciò i francesi, il giovane Niccolini fu costretto a nascondersi per qualche tempo, onde non finire giustiziato come giacobino. Poi, con il riaffermarsi dell’egemonia francese sull’Italia, poté tornare a manifestare pubblicamente le proprie simpatie repubblicane, che restarono tali anche quando Napoleone tradì del tutto gli ideali rivoluzionari facendosi incoronare imperatore di Francia.
Nel 1804, in seguito alla morte del padre (che lasciò la famiglia nell’indigenza), riuscì da ottenere dapprima un impiego nell’Archivio delle Riformazioni, e poi, nel 1807, ottenne la cattedra di Storia e Mitologia presso l’Accademia delle Belle Arti, di cui divenne anche segretario e bibliotecario. Difensore della purezza della lingua toscana, fu accademico della Crusca e, nonostante i suoi ideali repubblicani, quando il Granduca tornò a Firenze (dopo la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo) lo volle al suo servizio come bibliotecario privato, in quanto esperto di lingue classiche e di mitologia greca.
Ma il grande amore del Niccolini fu il palcoscenico: sin da giovanissimo frequentò i teatri fiorentini, appassionandosi soprattutto per i soggetti tragici e drammatici. Fu un vorace lettore del teatro tragico alfieriano, tanto che il grande scrittore di Asti divenne il suo modello da seguire, soprattutto per l’animosità e l’irruenza con cui si scagliava contro gli orrori della tirannide.
E proprio al teatro tragico il Niccolini volle legare la sua effervescente carriera di poeta e autore drammatico. Egli, infatti, si propose di continuare con le proprie tragedie il “cammino libertario” intrapreso dall’Alfieri con le sue “tragedie di libertà”. Il suo teatro, sostanzialmente, fu romantico nella forma ma neoclassico nei contenuti, anche se, a parer mio, non è possibile effettuare una rigida separazione tra queste due peculiarità, in quanto lo scrittore, sebbene di formazione culturale neoclassica, visse in epoca romantica e non rimase estraneo alla cultura del suo tempo.
I soggetti che predilesse spaziano dalla mitologia greca al Medioevo dei Comuni, dall’epoca rinascimentale delle Signorie all’epoca romana e alle lontane età delle civiltà del Vicino Oriente. E in tutte le sue opere, Niccolini fu un austero difensore della libertà dell’individuo, un esaltatore delle libertà repubblicane, nonché dei diritti inalienabili dei popoli e della sacrosante rivolte degli oppressi contro il sanguinario dominio della tirannia.
Convinto classicista e grande appassionato di mitologia greca, egli comprese quel che v’era di artisticamente e spiritualmente valido nel Romanticismo e, pur rimanendo un fedele seguace della tradizione classica, aprì il suo teatro alle nuove regole della drammaturgia romantica, popolando le sue tragedie con decine di personaggi e trattando, prevalentemente, tematiche patriottiche, libertarie e anticlericali.
Tra le sue maggiori opere teatrali vanno ricordate le tragedie Arnaldo da Brescia, Filippo Strozzi, Giovanni da Procida, Nabucco, Polissena, Agamennone, Beatrice Cenci, Antonio Foscarini, Lodovico Sforza, Medea. In alcune di queste, egli esalta l’individuo eroico, l’uomo di eccezione che si pone in urto frontale con il tiranno, ovvero con il potere dispotico, monarchico o clericale che sia; in altri testi, invece, assistiamo ad una lotta corale, spesso di interi popoli, uniti dallo sdegno nei confronti della tirannia e dalla ferma volontà di liberarsi dal duro giogo dispotico.
La tragedia Arnaldo da Brescia è giustamente celebre per i suoi attacchi contro il potere temprale dei Papi e per la denuncia dell’infimo connubio tra il Trono e l’Altare. La figura del riformatore religioso, solitaria, sdegnosa, caratterizzata da una grandezza etica smisurata, racchiude in sé qualcosa di “dantesco”, e risulta quindi estremamente affascinante.
Anche il Giovanni da Procida e il Filippo Strozzi sono tragedie incentrate sulla figura dell’eroe di libertà, dell’individuo indomito che non teme la morte e che quindi è pronto a rischiare la sua stessa vita pur di dare l’esempio di ribellione che muova il popolo alla rivolta contro l’oppressione.
Decisamente corale, incentrata sulle sofferenze del popolo ebreo nella cattività babilonese e sulla spietata crudeltà del despota mesopotamico è la tragedia intitolata Nabucco, che ispirò il libretto per il famoso melodramma di Giuseppe Verdi, mentre la tragedia Polissena, dedicata alla sventurata figlia di Priamo che Achille volle sposare e che Pirro, successivamente, sacrificò sulla tomba del padre ucciso da Paride, è un testo prettamente elegiaco, con il quale Niccolini intese rievocare le atmosfere cupe dell’Antigone alfieriana, ma che, in realtà, si rivela essere una tragedia di stampo mitologico assai più vicina alla poesia elegiaca che non a quella tragica.
Niccolini fu un drammaturgo dal temperamento focoso e appassionato. Fiero repubblicano e indomito avversario del potere temporale dei Papi, il suo teatro, come già quello alfieriano, fu un teatro di libertà, inneggiante continuamente alla lotta contro i tiranni e contro l’oppressione oscurantista del potere religioso, tutto fremente di robusto sdegno contro i soprusi dei regimi monarchici ed animato da un generoso furore patriottico.
Questo esuberante odiatore di tiranni, questo audace esaltatore delle guerre di liberazione nazionali dei popoli oppressi, aspirava sinceramente all’unità dei popoli, alla pace universale e ad un ordinamento sociale laico e democratico in cui la povertà non desse mai ignominioso spettacolo di sofferenze e di ingiustizie sociali. Fu ferocemente anticlericale, in quanto vedeva nel potere temporale dei Papi e nello Stato pontificio una forma di aberrante tirannia teocratica che soffocava con il dogmatismo e l’oscurantismo la libera espressività degli ingegni umani.
Tali tematiche, unite alla decisa condanna del dispotismo regale e della tirannìa religiosa in generale (nelle sue tragedie riservò versi aspri e mordaci anche contro il potere delle caste sacerdotali delle antiche religioni pagane), si ritrovano in tutte le sue tragedie, anche in quelle di soggetto mitologico, dove monarchi e sommi sacerdoti sono sempre raffigurati come subdole e crudeli incarnazioni del sanguinario demone del potere.
Ebbe indole solitaria, fantasiosa ed immaginifica: lo affascinavano le tematiche tragiche di sangue e di sacrificio, le figure femminili vittime di tiranni feroci ma capaci di ribellarsi all’oppressione e di vendicare il loro onore violato o i loro affetti distrutti dal potere dispotico.
Fu un fervente appassionato di mitologia classica, grande cultore dei miti greci, in particolare quelli legati al ciclo troiano e al ciclo tebano, e quando ottenne la cattedra di mitologia si rivelò un docente dall’eloquenza affascinante, con la quale catturava l’attenzione anche degli studenti più svogliati.
Grande ammiratore di Vittorio Alfieri, si dimostrò un devoto estimatore del suo teatro tragico e delle sue opere polemiche contro la tirannide e il dispotismo illuminato dei monarchi assoluti (in particolare, ammirò i trattati Della Tirannide e Del Principe e delle Lettere) e, al pari di quanto fece grande Astigiano contro la Francia giacobina e rivoluzionaria, il Niccolini si scagliò con astioso furore poetico contro la tirannide zarista, che, nell’Ottocento, fu spietata dominatrice di popoli (ucraini, lituani, polacchi, tartari, caucasici) in lotta per la libertà e l’indipendenza dal duro giogo russo.
Tra il 1820 e il 1850 le tragedie di Niccolini riscossero un grande successo di pubblico: gli anticlericali vedevano in lui e nel suo teatro il loro alfiere, in quanto Niccolini fu un deciso avversario del Neoguelfismo propugnato da Vincenzo Gioberti, mentre i patrioti trovavano nelle sue tragedie un fiero anelito di riscatto per la libertà e l’indipendenza dell’Italia. Occorre rilevare che Niccolini fu sempre fedele ai suoi ideali repubblicani e non nascose mai il suo desiderio di vedere l’Italia governata da una repubblica: ma, nonostante ciò, non esitò ad accettare il dominio della monarchia sabauda non appena si rese conto che solo i Savoia potevano condurre a compimento l’agognata unità della patria.
Gli anni della vecchiaia furono, per il tragediografo, ricchi di soddisfazioni e riconoscimenti, culminanti, il 3 febbraio 1860, con la consacrazione del suo nome al Teatro del Cocomero, dove fu apposto un busto marmoreo del poeta a perenne ricordo della sua attività di autore tragico. L’anno seguente, Niccolini morì, a Firenze, e le sue spoglie furono tumulate nella chiesa di Santa Croce, accanto alle tombe di Vittorio Alfieri e di Ugo Foscolo.
Ma Niccolini non fu solo autore di testi teatrali: scrisse anche saggi critici di letteratura e mitologia, una copiosa raccolta di versi intitolata Poesie (che fu pubblicata postuma, nel 1863), nonché un poemetto epico-libertario intitolato La Pietà (forse ispirato all’Etruria Vendicata di Vittorio Alfieri).Le poesie di Niccolini - per la maggior parte odi e sonetti - risentono molto della formazione classica dell’autore, e infatti sono scritte con uno stile ampolloso, enfatico, a tratti roboante e, persino, un po’ declamatorio. Ma, nonostante ciò, palpitano di sincero ardore libertario, rivelando anche qui l’animo vulcanico e passionale del veemente poeta delle tragedie.
Nell’ambito della poesia niccoliniana, risulta particolarmente interessante e degna di nota una serie di sonetti antirussi che flagellano senza pietà l’autocrazia zarista e l’imperialismo moscovita. Questi sonetti, ispirati alla Guerra di Crimea (1853-1855), che vide le truppe di Francia, Inghilterra e Piemonte intervenire a fianco della Turchia ottomana in guerra con la Russia zarista per il possesso della penisola di Crimea, sono decisamente pungenti e graffianti, e risentono molto dell’influsso satirico dell’Alfieri misogallico.
Niccolini si scaglia con un astio davvero pieno di sarcasmo contro la barbarie russa, contro il dispotismo zarista e contro l’utilizzo sconsiderato delle truppe cosacche per reprimere nel sangue ogni anelito di rivolta dei popoli oppressi dalla tirannide moscovita. Si tratta di sonetti decisamente mordaci, che condannano implacabilmente la ferocia dell’imperialismo russo, che, proprio in quegli anni, era impegnato in una serie di sanguinose guerre di espansione nel Caucaso, nelle steppe dell’Asia centrale musulmana e nella gelida Siberia (come ben ritrae Jules Verne nel suo celebre romanzo Michele Strogoff).
La denuncia e il sarcasmo flagellano senza pietà le efferatezze dei cosacchi e la durezza della politica espansionistica dell’Impero zarista nei confronti dei popoli confinanti con la Russia, il che crea un perfetto parallelo con i sonetti misogallici alfieriani in cui il poeta astigiano condanna la brutalità delle armate rivoluzionarie francesi, guidate dall’”ignobile Capitan Pitocco” (cioè, il Bonaparte), nell’assurdo tentativo di portare la loro sanguinaria libertà nelle terre italiche destinate a veder spuntare le “Repubbliche funghine”, su imitazione della da lui tanto detestata Repubblica di Francia.
Sarebbe davvero bello poter rileggere in una moderna edizione, magari tascabile, le Tragedie e le Poesie di Niccolini, ma, purtroppo, questo continua a rimanere un desiderio vano. Dopo l’edizione completa delle Opere pubblicata dall’editore Guigoni, di Milano, tra il 1863 e il 1880, un’edizione moderna, riveduta e corretta di tutti gli scritti niccoliniani non è più stata data alle stampe.
Dovrà forse il poeta uscire corrucciato come una furia dal suo marmoreo sepolcro di Santa Croce affinché una simile operazione editoriale venga finalmente intrapresa? Le lucrose leggi del Mercato e il totale disinteresse di gran parte degli odierni editori italiani per i nostri classici considerati “minori” è veramente senza limiti!



 

Giangiorgio  Trissino  (1478 – 1550)

Il poeta epico dell’ideologia imperiale

Giangiorgio  Trissino

Dunque a me par l’impresa contra Goti

di più facilità, che l’altre guerre;    

e parmi parimente onesta e santa,

sì perché sono barbari Ariani,

nimici espressi della nostra fede;

come perché ci han tolto la migliore

e la più antica e la più bella parte,

che mai signoreggiasse il nostro Impero.

 

L’Italia Liberata dai Goti,  Canto primo.


Giangiorgio Trissino nacque a Vicenza nel 1478 e nella stessa città morì nel 1550.
Ebbe formazione cortigiana a causa della sua origine aristocratica e fu un appassionato quasi fanatico della lingua e della cultura della Grecia classica.
Avviato agli studi umanistici, imparò perfettamente il greco e il latino, dopodiché intraprese la carriera di cortigiano e di diplomatico.
A Ferrara fece parte della cerchia degli intimi di Lucrezia Borgia, a Firenze frequentò le riunioni letterarie degli Orti Oricellari, a Roma ricoprì numerosi incarichi sotto i pontificati di Leone X, Clemente VII e Paolo III. Conobbe Niccolò Machiavelli, Pietro Aretino, Luigi Alemanni, Bernardo Tasso, Pietro Bembo, Francesco Guicciardini, e molti letterarti e scrittori italiani del primo Cinquecento, con molti dei quali intrattenne rapporti epistolari di schietta amicizia.
Ma, principalmente, Trissino fu un cortigiano votato alla politica e alla diplomazia, sempre impegnato a svolgere delicate missioni ora presso l’imperatore (conobbe e ammirò Carlo V, e vide in lui una sorta di nuovo Giustiniano) ora presso il pontefice, viaggiando instancabilmente per tutta l’Italia.
Fu un letterato squisito e raffinato, seguace delle teorie poetiche di Aristotele e ammiratore entusiasta della civiltà ellenica e della storia bizantina. La sua cultura di grecista lo portò a conoscere in lingua originale le maggiori opere dei grandi poeti e romanzieri ellenistici e bizantini, in particolare di Giorgio di Pisidia, Nonno di Panopoli, Paolo Silenziarlo, Niceta Eugeniano e Costantino Manasse.
Ebbe una personalità schietta, pacata, incline al sogno e alle astrazioni poetiche, anche se ricoprì incarichi diplomatici di rilievo che lo portarono a trattare con monarchi, pontefici e imperatori.
Fedele all’ideologia imperiale (non a caso fu un sincero ammiratore di Dante e un attento lettore del De Monarchia), vagheggiò la restaurazione di un impero cristiano che si estendesse dalle Americhe sino al Vicino Oriente, sempre sperando che i principi cristiani intervenissero in armi contro gli Ottomani per liberare l’Anatolia dal loro giogo e consentire la rinascita (ovviamente impossibile) del defunto impero bizantino. E questa sua fedeltà all’idea imperiale fu così forte tanto che lo indusse a dedicare il suo poema, L’Italia Liberata, all’imperatore Carlo V, dopo avere, per molti anni, servito fedelmente, con zelo e con indubbia lealtà, l’imperatore Massimiliano, predecessore di Carlo.
Non appena era libero dai suoi impegni di cortigiano e di diplomatico, Trissino si dedicava interamente alla letteratura: il suo temperamento prediligeva i toni idilliaci ed elegiaci della poesia e il suo afflato epico tendeva a stemperarsi in un languore che, sotto certi aspetti, pare avvicinarsi alla poesia dell’ultimo Tasso, in particolare quella del Mondo Creato.
Scrisse numerose opere, ma quelle che gli dettero fama furono il poema epico L’Italia Liberata dai Goti, la tragedia Sofonisba, le Rime e la commedia I simillimi.
Oggi, questo poeta è quasi completamente sconosciuto al grande pubblico, e ciò è un vero peccato, poiché si tratta, invece, di una voce molto originale all’interno del vasto panorama letterario del Cinquecento italiano.
Al poema L’Italia Liberata  Trissino dedicò più di vent’anni di lavoro: lo iniziò nel 1527 e lo portò a termine soltanto nel 1547. Scritto in endecasillabi sciolti e suddiviso in ventiquattro libri, narra le imprese belliche dei generali bizantini Belisario e Narsete durante la lunga e sanguinosa Guerra Greco-Gotica (535 – 553 d.C.), voluta da Giustiniano, Imperatore di Bisanzio, per sottrarre l’Italia al barbarico dominio dei Goti ariani.
Si tratta di un poema assai lungo, che è sempre stato giudicato noioso e prolisso e che, purtroppo, non ha mai incontrato il favore del grande pubblico. Ciò dispiace, in quanto, pur non essendo un capolavoro, è caratterizzato da una ispirazione epica e da una prodigiosità inventiva davvero non di poco conto, anche se, occorre rilevare, il tono epico del Trissino è spesso altalenante tra l’elegiaco e, in alcuni casi, anche il comico (come, per esempio, quando descrive la vestizione del basileus Giustiniano, oppure, le apparizioni dell’angelo Nettunio e dell’angelo Onerio, che presiedono, rispettivamente, il dominio dei mari e quello dei sogni).
In sostanza, l’accusa che la critica mosse la poema trissiniano sin dal suo primo apparire, fu quella, come ho accennato, di una banale prosaicità e di una prolissità ingiustificata. Difetti, questi, che sono certo riscontrabili nel poema, ma che, a parer mio, sono stati troppo esagerati.
Infatti, onde evitare di finire nello stucchevole e nel prolisso, Trissino decise di usare l’endecasillabo sciolto e non l’ottava (metro abituale dei poemi epici) proprio con l’intento di non cadere nella stucchevole tiritera delle rime, alfine di far sì che i personaggi dell’opera potessero esprimersi in un linguaggio assai più vicino a quello del parlato quotidiano. E, in effetti, questa sua scelta fu poi seguita anche da Torquato Tasso, il quale, proprio in endecasillabi sciolti, compose il suo Mondo Creato.
Forse, ciò che non piace del Trissino è il suo languore onirico, il suo marcato accento elegiaco che si riflette come un vero e proprio marchio su quelle che sono le grandi tematiche dell’epica (la fedeltà agli ideali, l’amicizia, l’amore, l’eroismo), la sua inclinazione a scansare i toni troppo alti e roboanti per lasciare più spazio al linguaggio sommesso del quotidiano, la sua innata propensione alla didascalicità che, in un poema come L’Italia Liberata, finisce per appesantire un po’ troppo il già ampio e solenne discorso poetico.
I personaggi del poema, sia i bizantini (ai quali vanno, ovviamente, tutte le simpatie dell’Autore), sia i goti (ritratti con rispetto nella loro fierezza di guerrieri barbarici, anche se bollati come nemici dell’ortodossia cristiana), sono raffigurati magistralmente, mentre molto realistiche e concrete appaiono le figure degli eroi protagonisti (Giustiniano, Belisario, Vitige, Narsete, Torrismondo, Faulo, Giustino, Tebaldo, Galeso, Elpidia e Corsamonte, solo per citarne alcuni tra i tanti), i quali parlano un linguaggio molto piano, semplice, scorrevole e prosaico, niente affatto altisonante (alla Tasso, per intenderci) e assai vicino al lessico quotidiano dei dotti dell’epoca trissiniana.
Questo, che costituisce, a parer mio, un lodevole pregio, fu reso possibile a Trissino soltanto grazie all’uso dell’endecasillabo sciolto, metro assai meno armonioso dell’ottava ariostesca o tassiana ma molto più indicato per la composizione di un poema epico che voglia evitare la sonorità cantilenante propria dei versi rimati.
Il realismo di Trissino, abbondante di descrizioni delle campagne desolate dalla lunga guerra, delle città assediate e date alle fiamme, delle penose condizioni di vita delle popolazioni italiche alla mercé degli eserciti goti e greci, non trascura però gli aspetti magici e soprannaturali, tanto cari all’epica rinascimentale.
La guerra tra bizantini e goti viene attentamente seguita dalle Potenze del Cielo e dalle Potenze delle Tenebre: l’Altissimo invia l’angelo Nettunio, l’angelo Onerio e l’angelo Gradivo in soccorso dei greci, mentre i demoni infernali parteggiano per gli eretici goti, che il poeta bolla sprezzantemente come barbari nemici della vera fede cristiana ortodossa.
Nel poema, poi, compaiono figure di maghi e di streghe, di giganti e di orchi, di ninfe e di cavalieri erranti, le quali rivelano chiaramente la grande influenza che i poemi cavallereschi del Pulci, del Boiardo e dell’Ariosto esercitarono sulla fantasia poetica trissiniana. L’armamentario fantastico proprio dell’epica cavalleresca non viene affatto accantonato da Trissino, il quale, in perfetta sintonia con quanto afferma Tasso nei suoi Discorsi del poema eroico, ritiene irrinunciabile l’apporto di elementi soprannaturali, fiabeschi e favolosi all’austero districarsi della vicenda epica.
Tutto ciò mi pare decisamente positivo, in quanto, pur con i dovuti distinguo, inserisce L’Italia Liberata nel solco dei grandi poemi epici cinquecenteschi, cioè il Furioso e la Liberata, i quali, come è noto, abbondano di elementi fantastici e di episodi romanzeschi (e le vicende narrate da Trissino del gigante Faulo e di Elpidia e Corsamonte lo dimostrano ampiamente).
Occorre anche rilevare che il poema esprime in gran parte la personalità del Trissino, che fu un gentiluomo sobrio e meticoloso, molto attento all’esteriorità, decisamente cortigiano, desideroso di evasioni poetiche ma, al tempo stesso, concretamente realistico e molto attento alle esigenze quotidiane dell’esistenza.
E forse, anche a questo, si deve buona parte della sua prolissità descrittiva, di quel suo indugiare su aspetti, eventi, situazioni che non paiono poi così indispensabilmente funzionali all’economia del poema. In effetti, nell’Italia Liberata c’è molto dello spirito, degli ideali e del carattere del Trissino: d’altronde, fu un’opera che lo tenne impegnato per ben vent’anni, e nella quale, proprio come fecero l’Ariosto e il Tasso con i loro poemi, egli riversò tutto se stesso, tutto il suo mondo interiore, tutto il suo universo fantastico, tutta la sua concezione della vita e del mondo terreno e celeste.
Nelle storie del Teatro Italiano, la figura di Trissino viene anche ricordata per la tragedia Sofonisba, definita da molti critici la “prima tragedia regolare italiana”, modellata sull’esempio di quelle greche di Sofocle e di Euripide.
Come ho già detto, Trissino fu un ammiratore entusiasta dei greci, e con la sua Sofonisba volle imitare i modelli ellenici, considerati semplici e solenni al tempo stesso nonché ferramente regolati dalle tre unità drammatiche aristoteliche (alle quali tutto il teatro classico faceva riferimento).
Purtroppo, oggi, quasi più nessuno legge L’Italia Liberata dai Goti e la Sofonisba, e questa è una grave offesa che si fa alla memoria di Trissino, un uomo che dedicò alla poesia e alla letteratura la sua intera esistenza. Non vi sono edizioni moderne del suo poema (mentre la Sofonisba è stata ripubblicata nel volume dedicato alla tragedia italiana nella collana “Classici Italiani” della torinese Utet e le Rime sono invece state riedite dall’editore vicentino Neri Pozza), non si organizzano più convegni di studio sulle sue opere: lo sventurato Trissino è veramente caduto nell’oblìo.
Spero, con questo mio scritto, di averlo riportato, almeno per un poco, all’attenzione dei lettori. Rispolverarne di tanto in tanto il nome, dati i suoi eccellenti meriti letterari, mi sembra perlomeno giusto e doveroso.



 

Ulisse Barbieri  (1841 – 1899)
Il drammaturgo scapigliato difensore degli emarginati

No, non è patriottismo, no, per Dio!!!  
Al massacro mandar nuovi soldati,
né tener là… quei che si son mandati
perché dei vostri error paghino il fio!
Ma non capite… o branco di cretini…
che i patrioti… sono gli Abissini?...
 

Ribellione,  Dopo il disastro…

Ci sono molti scrittori della nostra letteratura che, purtroppo, anche se dotati di ingegno e fantasia, e sebbene rivelatisi autori di originali ed interessantissime opere, sono precipitati nell’abisso dell’oblìo editoriale, e da questo sembra che davvero non possano più riemergere. È dunque compito di noi odierni scrittori e dei critici non prezzolati, riscoprire questi minori dimenticati e riportarli alla luce, affinché le loro opere siano nuovamente divulgate e i loro nomi – a torto dimenticati – tornino ad essere conosciuti e apprezzati.
Uno di questi autori (a parer mio ingiustamente ritenuto un “minore”) è il mantovano Ulisse Barbieri, nato a Mantova nel 1841 e morto a San Benedetto Po nel 1899.
Di temperamento focoso, gioviale, audace e fantasioso, Barbieri condusse un’esistenza di scrittore scapigliato e post-romantico, incline al ribellismo sociale e propugnatore di ideali socialisti e radicalmente democratici.
Sin da adolescente fu un vorace lettore, appassionato di poesia, teatro e storia, in particolare delle vicende fosche del Medioevo e degli anni sconvolgenti della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico. Fu in quegli anni, caratterizzati da tante letture, spesso disordinate e dispersive, caratterizzate dalla passione travolgente che è solita spronare gli autodidatti, che crebbe il suo amore per la nostra Patria, oppressa dallo straniero e divisa in tanti antichi Stati rivali tra loro. All’epoca, il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco, e Ulisse Barbieri aderì ben presto ai fermenti patriottici e risorgimentali che in quegli anni burrascosi attraversavano le terre irredente.
A soli sedici anni conobbe il carcere per avere affisso manifesti inneggianti alla rivolta del popolo Italiano contro il dominio austroungarico nell’Italia nord-orientale: venne catturato dalla polizia austriaca e fu rinchiuso in galera, per quattro lunghi anni, con una condanna per affissione di manifesti inneggianti alla ribellione contro il governo imperiale. Nelle prigioni di Mantova e di Peschiera, Barbieri venne a contatto con un mondo di tagliagole, briganti, assassini, stupratori e delinquenti di ogni risma, mondo certo cupo e tragico, ma dalla cui attenta osservazione il futuro drammaturgo e romanziere trasse spunti e materiale immaginario per tante sue successive opere letterarie.
Uscito di prigione a vent’anni, si arruolò nelle bande di patrioti italiani che avevano iniziato la lotta armata contro le truppe austriache e combatté contro questi sulle montagne del Trentino, al seguito dei Cacciatori delle Alpi guidati da Giuseppe Garibaldi.
Negli anni che andarono dal 1862 al 1866, viaggiò molto, per tutta Italia, da Como a Catania, da Firenze a Torino, da Genova a Venezia, facendo rappresentare nei teatri i numerosi drammi che componeva a getto continuo, mentre, al tempo stesso, non smetteva di scrivere e fare stampare lunghi, avvincenti e sanguinosi romanzi, dove elementi tratti dal folclore e dalle suggestioni scapigliate e tardo-romantiche si amalgamavano in maniera assai originale con atmosfere tenebrose e grandguignolesche spesso sfocianti nel soprannaturale.
Sostanzialmente, Ulisse Barbieri fu un autodidatta che lesse di tutto e che si cimentò in ogni genere letterario. Compose drammi a fosche tinte, tragedie storiche, commedie, romanzi, liriche, poemetti, racconti, con una particolare predisposizione per i soggetti tetri e terribili e con una decisa propensione al soprannaturale e all’orrorifico.
Egli fu il creatore di un teatro e di una narrativa popolare che si rivolgevano, soprattutto, agli strati più umili e più emarginati dell’Italia risorgimentale di quegli anni: i suoi drammi macabri e sanguinosi portavano in scena passioni travolgenti, audaci ideali libertari di giustizia e di riscatto sociale, mentre i suoi romanzi, spesso corali, erano incentrati su vicende tetre e delittuose aventi per protagonisti briganti, assassini, diseredati e vittime delle ingiustizie sociali e della tirannia dei ricchi e dei prepotenti.
La sua smisurata produzione teatrale comprende drammi a fosche tinte come Lucifero, La Monaca di Cracovia, Lord Byron, Trenta omicidi per un’ora d’amore, Il Frate di Segovia, Lo spettro del Colosseo, Aida, Il lago di sangue, Le orge della regina di Spagna; romanzi “neri” di amore e morte, sconfinanti spesso nel soprannaturale, come I sotterranei farnesiani, La Nina di Trastevere, Il Nano della Strega, Il Palazzo del Diavolo, I briganti greci; raccolte di liriche anticolonialistiche e antiborghesi, come quelle del vulcanico volumetto intitolato Ribellione; prose autobiografiche e di memoria come quelle raccolte nel volume I volontari del Tirolo: memorie di un garibaldino; romanzi critici d’ambiente popolare e borghese come In basso e Il delitto legale.
Barbieri fu dunque uno scrittore estremamente prolifico, che utilizzò con eguale maestrìa sia la prosa che i versi, creatore di un teatro e di una narrativa decisamente popolari, suggestivi, a tratti persino troppo enfatici e sanguinosi nelle loro macabre atmosfere, ma decisamente in “anticipo” sui tempi.
Sorprendono, infatti, certe sue intuizioni quasi “paracinematografiche”, la creazione di mondi paralleli al nostro che sembrano anticipare alcune grandi “invenzioni” della fantascienza novecentesca, lo sperimentalismo stilistico e la costruzione di un nuovo tipo di fraseggio letterario fatto di frequenti esclamazioni, sospensioni, onomatopee, frammentazioni insistenti del periodo e della sintassi. Insomma, un innovatore a tutto campo, alla ricerca di nuove tematiche e nuovi linguaggi, capace di ripescare e rielaborare le leggende più truculente